Yoani Sanchez, un blog contro la dittatura

Yoani Sanchez

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Abito un’utopia che non è la mia. Per lei i miei nonni si sacrificarono e i miei genitori dettero i loro migliori anni. Io la porto sulle spalle senza potermela scrollare di dosso”. Nonni oriundi di Canarie e Asturie, Yoani Sánchez è nata all’Avana nel 1975. Il padre era macchinista di treni, ma dopo la crisi del sistema cubano seguita alla fine del blocco comunista dell’est Europa perse il lavoro, e dovette sopravvivere aggiustando biciclette. Sempre la crisi impedì che Yoani ricevesse la tradizionale festa dei quindici anni. Nel frattempo alla scuola dell’obbligo le avevano insegnato a usare il kalashnikov, e aveva dovuto anche lavorare in una piantagione di banane, secondo quello schema di “studio, lavoro e fucile” su cui si basa il sistema educativo cubano. Un’esperienza nel corso della quale contrasse un’infezione alla cornea e un’insufficienza epatica, oltre ad assistere al modo in cui alcune sue compagne si prostituivano in cambio di buoni voti. Appassionata di libri per eredità paterna, a diciotto anni si iscrisse all’Istituto pedagogico, per specializzarsi in Letteratura spagnola. A diciannove si costruì il suo primo computer, che ribattezzò “Frankenstein” perché assemblato con pezzi di vecchi macchinari. A vent’anni, nel mentre si iscriveva alla facoltà di Arte e letteratura, metteva al mondo Teo. Il padre del ragazzo, tuttora suo compagno, è Reinaldo Escobar: un giornalista licenziato per non conformismo, e divenuto riparatore di ascensori. Tanto per tener fede al pedigree, Teo è un ragazzino che a scuola si rifiutò di scandire lo slogan “voglio essere come il Che”, spiegando alla sbalordita insegnante: “Il Che è morto!”.
Sempre a vent’anni Yoani si mise a lavorare in un editoriale. Rendendosi però conto che lo stipendio non le sarebbe mai bastato a mantenersi si licenziò, per fare la guida turistica illegale. A venticinque anni si laureò, con una tesi sulla letteratura nei regimi dittatoriali latino-americani. A ventisette anni emigrò in Svizzera. Ma a ventinove tornò a Cuba: un po’ perché non lasciavano uscire Reinaldo; un po’ per non “darla vinta” al regime. All’estero aveva però visto quel che si poteva fare con Internet, e dunque lei e Reinaldo fondarono subito una rivista digitale. Quando aveva trentatré, la rivista si trasformò nel portale “Desde Cuba”. Ma già dall’anno prima Yoani aveva iniziato il blog “Generazione Y”. In condizioni via via sempre più difficili: un firewall del regime le impedisce infatti di accedervi, e lei è una blogger cieca appoggiata alla rete di solidarietà internazionale di chi le gestisce il sito dall’estero. Ma a trentacinque anni Yoani è diventata una delle blogger più famose del mondo. Insignita con  cinque importanti premi di giornalismo internazionale, classificata da Time tra le 100 persone più influenti al mondo nel 2008, non si definisce una dissidente, ma “una ragazza come tante che un  giorno ha deciso di intraprendere un esorcismo personale”. Anzi, definisce il suo blog “un esercizio di codardia”. “Uno spazio telematico dove si può dire quello che è vietato sostenere nella vita di tutti i giorni”. Aggredita fisicamente da agenti del regime in un’occasione che è ricostruita a fine volume in un breve fumetto, Yoani è finora scampata alle ondate di arresti che periodicamente infieriscono sui non conformi cubani: probabilmente, anche grazie alla sua notorietà internazionale. Ma non si illude: “Ogni giorno che riesco a mettere la testa sul mio guanciale sento che sono state 24 ore in più che mi hanno concesso di vivere fuori dalle sbarre, ma non credo che il fatto di non incarcerarmi sia una decisione definitiva. Domani stesso potrei essere in prigione”.

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