Guillermo Cabrera Infante, l’esule, l’artista

Guillermo Cabrera Infante

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Guillermo Cabrera Infante è figlio di comunisti, odia Batista con tutto il cuore, lo considera un dittatore incolto e arrogante, appoggia la Rivoluzione e pensa che i barbudos di Fidel Castro porteranno una ventata d’aria nuova in una realtà asfittica. Per alcuni anni le cose vanno bene, viene nominato direttore del Consiglio Nazionale della Cultura, dirigente dell’Istituto del Cinema e vice direttore della rivista Revolución, diretta da Carlos Franqui. Cabrera Infante dirige il supplemento letterario, il mitico Lunes de Revolución che ancora oggi è ben impresso nell’immaginario collettivo se si pensa che un giovane cubano come Orlando Pardo Lazo intitola il suo irriverente blog Lunes de Post Revolución. La rivista e il suo supplemento sono destinate alla chiusura. Troppo indipendenti e idealiste, lontane anni luce dalle idee di Fidel Castro che non tiene in nessun conto le istanze di libertà e di sviluppo culturale. L’intellettuale deve restare nel solco tracciato dalla Rivoluzione, come avrebbe capito alcuni anni dopo anche Heberto Padilla, condannato e isolato per il coraggioso Fuera del juego. Tra Guillermo Cabrera Infante e il regime instaurato da Fidel Castro non può che esserci una breve luna di miele, al termine della quale i sogni si trasformeranno in realtà e ognuno prenderà la sua strada. Un cortometraggio del 1960 che descrive il modo di divertirsi di un gruppo di avaneri è la pietra dello scandalo, perché è girato da Orlando Jiménez Leal e da Sabá Cabrera, fratello dello scrittore. Fidel Castro non lo apprezza, non ha scopi didattici, non serve a educare alla rigida morale comunista, anzi, mostra al pubblico comportamenti riprovevoli. Nel 1961 il cortometraggio viene sequestrato e proibito, così Guillermo vive nei panni del fratello una situazione negativa già provata sulla sua pelle ai tempi di Batista. Si rende conto che la censura esiste ancora, purtroppo, forse più forte di prima, la sola differenza è che altri detengono il potere, ma gli intellettuali danno sempre fastidio. Guillermo polemizza con la decisione sulle pagine di Lunes de Revolución, ma ottiene l’effetto che la rivista viene fatta chiudere al più presto. Fidel ha già pronto il quotidiano del partito unico che si chiamerà Granma e il supplemento settimanale Juventud Rebelde, anima dei giovani comunisti. Sarà questa la nuova stampa cubana, insieme a Trabajadores, rivista del sindacato unico, chiusa a ogni libera espressione del pensiero e orientata da direttive governative.

Gli intellettuali non godono di nessuna libertà con la Rivoluzione. Fidel Castro lo dice con chiarezza in una frase del famoso discorso Parole agli intellettuali, pronunciato il 30 giugno 1961: “All’interno della Rivoluzione è consentito tutto. Fuori della Rivoluzione, niente!”. Di fatto questa frase sancisce l’esilio di Guillermo Cabrera Infante, inviato a Bruxelles come addetto culturale dell’ambasciata cubana perché scomodo in patria. In Belgio scrive Un oficio del siglo XX (1963), vive per tre anni nella capitale insieme alle due figlie e alla seconda moglie Miriam Gómez. Certo, il Belgio per un cubano sembra proprio l’altra faccia della Luna, ma lui accetta la nuova destinazione di buon grado. Torna a Cuba nel 1965, in seguito alla morte improvvisa della madre, ma viene arrestato dal controspionaggio e trattenuto a Cuba per quattro mesi. Guillermo si rende conto di quanto sia cambiata L’Avana, trasformata dalla dittatura in una città triste, percorsa da uomini e donne che vagano senza meta come zombi. Non riconosce più quella città piena di luci e di vita che aveva lasciato per trasferirsi a Bruxelles. Comprende che non potrà più vivere a Cuba e gli resta come unica scelta un esilio definitivo. Vive a Madrid e a Barcellona, ma la Spagna non è il luogo ideale, perché governa un dittatore come Franco, che non lo vede di buon occhio. La scelta definitiva è Londra, così diversa dalla sua Avana, ma almeno è una terra libera, dove si parla una lingua sconosciuta che imparerà così bene da poter scrivere romanzi e articoli in inglese. Cabrera Infante si sente solo senza la sua gente, perché ama il popolo cubano come fa capire in Tre tristi tigri, un romanzo di complessa lettura, scritto nei diversi dialetti che si parlano a Cuba, facendo ricorso a una serie di giochi di parole e di significati che si rincorrono tra loro. L’autore ama questo modo di scrivere e lo utilizza per far capire il profondo legame con la terra che l’ha generato, un’isola che fa del caos il suo stile di vita, abitata da persone che affrontano l’esistenza con disinvoltura, senza programmi, burlandosi della realtà, invece di accettarla drammaticamente, trasformandola in un’occasione per sorridere.

Nel 1968 la rivista Primera Plana realizza una serie di interviste a scrittori latinoamericani che vivono in Europa ed è in quella occasione che Cabrera Infante esprime pubblicamente le sue perplessità sulle contraddizioni di Cuba e del castrismo. È la prima volta che racconta il suo nuovo incontro con un’Avana triste e sgradevole, ma lo fa con la stampa internazionale e la cosa non passa sotto silenzio in patria. Cabrera Infante è espulso dall’Unione degli Scrittori e degli Artisti di Cuba (UNEAC) e dichiarato traditore della patria. Lo scrittore ha deciso che il suo futuro dovrà essere libero da vincoli e da regimi assoluti, la sola cosa che gli interessa è potersi esprimere senza remore di sorta. L’ostracismo di Fidel Castro serve soltanto a rendere amaro il suo soggiorno distante che si protrarrà fino alla morte.

Nel 1968 pubblica a Londra Tres tristes tigres (Tre tristi tigri), primo romanzo di successo, da lui definito scherzosamente TTT e in origine intitolato Ella cantaba boleros (Lei cantava boleri). Il romanzo è una nuova versione leggermente modificata del vecchio lavoro Vista del amanecer en el trópico (Visione di un’alba tropicale) e si caratterizza per l’uso ingegnoso del linguaggio che introduce molti cubanismi presi dal parlato, oltre a basarsi su continui riferimenti e citazioni di altre opere letterarie. Tre tristi tigri racconta la vita notturna di tre giovani nell’Avana del 1958, ma nonostante tutto l’opera viene qualificata dal governo cubano come controrivoluzionaria e vietata su tutto il territorio nazionale. Il destino di un vero scrittore è quello di essere inviso al potere, Cabrera Infante non fa eccezione alla regola e come novello Heredia lascia un segno indelebile sul volto del tiranno.

La vita di Cabrera Infante scorre nella grigia Londra tra le passioni di sempre, scrittura e cinema, abbozza sceneggiature, scrive The Lost City, il film della sua vita realizzato da Andy Garcia che non farà in tempo a vedere. Non tornerà mai più a Cuba, fedele come pochi alle sue idee e a una rigida dirittura morale. Vive per le sue opere e per il cinema, polemista eccellente, ironico manipolatore del linguaggio, lavoratore infaticabile della parola.

Nel 1970 l’amore tra Guillermo Cabrera Infante e il cinema diventa realtà consolidata perché lo scrittore si trasferisce a Hollywood dove si dedica a sceneggiature interessanti come quella del film tratto da Sotto il vulcano di Malcom Lowry, ma la sceneggiatura della sua vita è dedicata a un’isola che non rivedrà. Nel 1972, Tre tristi tigri viene tradotto in inglese ed è pubblicato a Londra con il titolo Three trapped tigers. Forse il riconoscimento letterario è un’anticipazione della cittadinanza britannica che ottiene nel 1979, anche se la sua opera fondamentale si apprezza a fondo soltanto in spagnolo.

Il Premio Cervantes che gli viene assegnato nel 1997 riconosce la sua grandezza nell’ambito della letteratura ispanica e non ci sono dittatori né ostracismi che tengano. Cabrera Infante è uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi che si sono espressi in lingua spagnola. Nel 2003 fa in tempo a ottenere il Premio Internazionale della Fondazione Cristóbal Gabarrón per la letteratura. Poi la salute non lo assiste, viene ricoverato più volte al Chelsea and Westminster Hospital di Londra in seguito alla frattura di un’anca. In ospedale contrae una setticemia e muore proprio di quella malattia, il 21 febbraio del 2005, all’età di 75 anni. A Cuba non viene neppure data la notizia della sua morte, ma verrà il giorno in cui qualcuno dovrà fare i conti con la storia e riparare a troppi torti.

Mi spinsero alla fuga la svolta totalitaria, la censura, i processi e le condanne contro gli oppositori politici che avevano partecipato alla guerriglia. Come molti cubani credetti nelle buone intenzioni di Castro fino a quando, dopo averle promesse per aprirsi la strada verso il potere, disse che le elezioni democratiche erano superflue. Tardai qualche anno nel disfarmi dei legami perché è molto più difficile abbandonare il proprio paese che rinunciare all’appartenenza a un partito. E, per me, a quell’epoca, uscire dal partito poteva significare solo l’esilio, un lunghissimo esilio”.

 Gordiano Lupi

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