Yordan Fuentes De Arnaiz. I demoni

Yoardan ha conosciuto Yoani Sanchez, durante il  tour italiano. Ci racconta le sue emozioni in un testo onirico e colmo di nostalgia.

Massimo Campo

di Yordan Fuentes De Arnaiz della redazione di Nuovacuba

(…) ma per un dolore vero, sincero, anche

gli imbecilli son diventati qualche volta intelligenti,

pure, ben inteso, per qualche tempo.

F. Dostoevskij

Il mio cuore batte con ritmo accelerato. Un’accelerazione tipica della paura. Sono disorientato nel buio di una stanza e ci impiego qualche secondo a capire dove sono… sento caldo e sto sudando. Qualche minuto prima conversavo con Yoani Sánchez, non mi era mai capitato di farlo. Di averla così vicina. È sorridente e rilassata. Fa caldo. L’ambiente è quello della casa paterna. La mia stanza. Ci sono il mio letto a una piazza e mezza e il ventilatore Remington anteguerra verde acqua che gira rumorosamente. –Com’è che fa tutto sto rumore? –Bisognerà sistemarlo alla fine… scambiamo qualche confidenza. –Tu scrivi e fai le traduzioni? –Si, ma non dirlo a nessuno. Nessuno deve sapere che sono io. Rispondo con un leggero sorriso. Ho paura. –Fa caldo, vero? Riguardo il Remington poggiato per terra che gira tra mille rumori e non riesci a far diventare più fresca la stanza. Lei mi guarda e sorride. Mi pare capisca, c’è una forza nel suo sguardo che senza volerlo mi sfida. La osservo con attenzione e provo scrutare oltre il suo volto al contempo estraneo e familiare. Le sensazioni che ho di lei si raggruppano come un nugolo d’insetti nelle sere di estate. Ho l’impressione che sia presa da un pensiero quando parla, di un’urgenza che la preme e che le da quell’aria determinata. Ha mani piccole e forti da ragazzino e sembra vivere in simbiosi al telefonino. La tecnologia è parte sua, del suo corpo gracile. È quest’ambivalenza affascinante che mi tiene incollato alle sue parole e ai suoi gesti. Le cose che mi dice non mi sono ignote, le ho già sentite, le ho vissute… invece dette da lei hanno una nota nostalgica e poetica. Quello che dice possiede ancora per me la forza della novità, di una verità conosciuta e tuttavia nuova. La sua lucidità nel far parlare i fatti è assolutamente geniale. Le sue cronache lasciano spazio all’urlo che hanno dentro i fatti, all’evidenza degli eventi e al dolore che emerge dal raccontarli. Un tuffo nella sua mente e te ne accorgi che è ordinata. Un modo di pensare ordinato che fa arretrare le menti caotiche dei suoi contestatori. La violenza verbale usata contro di lei si mostra impotente e ridicola al cospetto della sua dialettica. La ascolterei per ore. S’interrompe e mi dice: di cosa hai paura? Prende un bicchiere e una brocca di vetro dal comodino di legno e con gesto taumaturgico inizia a riempirlo. Il livello dell’acqua sale vertiginosamente lei, però parla rassicurante. –Fai conto che questa sono io, mi hanno voluto riempire di paura per fermarmi, ma come questo bicchiere oltre l’orlo non c’è più spazio per il terrore. Ora tace non credo non ci sia qualcosa da aggiungere. Me ne accorgo che le mie paure sono le sue: le ritorsioni contro i propri cari e l’ostracismo. Tra di noi tuttavia c’è un abisso. Lei ha paura del silenzio, di non poter più parlare mentre io l’ho cercato per scelta. Non è un rimprovero moralistico quello che silenziosamente mi faccio. Me ne accorgo che è piuttosto non lasciarsi sfuggire la possibilità di non tacitare la verità di noi stessi. Non ha senso che io parli a lei di paure, uno dei demoni che solitamente m’insegue.  

 

Lei si accorge del mio imbarazzo e riprende l’argomento: –come è iniziato tutto? Chiede incuriosita. –Ma… così, per sbaglio. Ho trovato quel portale di notizie su Cuba. In italiano non è comune trovare siti come quello. Non ho saputo chiudere gli occhi come le altre volte e tirarmi fuori. All’improvviso ho sentito vergogna, sai? –Vergogna? –Sì, ci sono questi che si stanno dando da fare. Gente che avrebbe meno ragioni di me per farlo. Come facevo a tirarmi fuori? A fare finta di niente e ad andare avanti? Non avrei potuto più vivere in pace con me stesso. –Allora, vedi l’unica soluzione per annientare la paura è buttarsi dentro.

Dall’altra stanza arriva la voce di mia madre. –Tutto a posto? A che ora ci dobbiamo alzare? Ci stiamo preparando per andare a letto. Non rispondo. Fuori è buio, qui dentro però il rumore del Remington sembra coprire tutto. –Ti da fastidio il ventilatore? Le chiedo. –Un pochino, risponde lei come scusandosi. Con un gesto rivolgo il getto rumoroso verso il soffitto bianco stuccato da mio padre. Tutto mi sembra in ordine. Nella mia mente inizia a sorgere una domanda. Mia madre martellante e preoccupata mi distrae chiamandomi. Salgo le scale. Lei sembra invecchiata, ha l’orologino cinese in mano. A che ora ci dobbiamo alzare? Chiede un’altra volta. Già, lei è venuta qua apposta perché deve prendere l’aereo domani. Abbiamo dato ospitalità a tanti e in questo non c’è niente di strano. Contemplo dall’alto la mia stanza in cui c’è Yoani, sembra così fragile. Scusa… giusto, partirà domani per Cuba. Dico a bassa voce. Ma com’è possibile che debba partire, se siamo qui…? Un sentimento angoscioso m’inizia a pervadere. La questione organizzativa prende il sopravvento ancora: come facciamo? La portiamo noi o chiamiamo il taxi? No, è brutto chiamare il taxi – Allora, chiedi a lei da dove parte. Dice mia madre. Ha lo sguardo preoccupato e non riesco a capire il perché. Scendo, la stanza pare meno illuminata, lei è lì in silenzio che sistema ancora le valigie. Fuori è buio. Abbasso il tono. Le chiedo: da dov’è che devi prendere l’aereo? Da Malpensa, mi risponde indaffarata. La risposta mi arriva di getto: impossibile, siamo già all’Avana. Mi guarda stranita senza riuscire a capire l’angoscia che mi copre il volto. Dove siamo? Chiede. Dove sono? Le rispondo e l’incubo si dilegua con questa domanda.

Fuori è buio. Scendo barcollante dal letto, ho la gola secca e sto sudando. Dal tavolino prendo un bicchiere e mando giù il contenuto tutto di un colpo. Lo bevo a grandi sorsi, con avidità. Non c’è il ronzio familiare e fastidioso del ventilatore. Qui c’è solo silenzio. Sono dall’altra parte dell’oceano, dico per rassicurarmi. Sono, qui nella mia stanza. Ripeto a me stesso. È un doloroso esercizio per riorientarmi. Dopo il senso di paura arriva il sentimento di colpa. Sono qui. Sono scappato. Ho voluto lasciare tutto indietro: il letto e il Remington verde acqua. Mi capita di avere in giro questi demoni. Poso il bicchiere come se avesse contenuto un veleno greve. Provo a tornare a letto sapendo che non potrò dormire. Cambio idea: questa volta per esorcizzarli inizio a scrivere.