Yordan Fuentes De Arnaiz. Diffidenza

DSC_0245di Yordan Fuentes De Arnaiz della redazione di Nuovacuba

L’errore sta tutto nel non fatto,

sta nella diffidenza che tentenna.

Ezra Pound. Canti Pisani

Diffidenza

La nostra amica O era per noi la infiltrata. Non ricordo nemmeno come l’avevamo conosciuta. Il nostro primo incontro è coperto dalla nebbia della dimenticanza. So solo che, a un certo punto della nostra storia lei era lì, tra di noi come una piccola pietra nell’impasto di un dolce. Lei era troppo scomoda e non del tutto amalgamata. Eravamo un gruppetto di ragazzi universitari che si trovava a discutere e a studiare assieme. Due cose strane in quegli anni in cui ormai prevaleva il forte individualismo del “si salvi chi può”. Da un certo punto di vista, se ci penso, siamo stati graziati. Ci vedevamo molto spesso e andavamo assieme alla Biblioteca Nazionale, un viaggio fatto tutto rigorosamente a piedi. Fortunatamente da casa nostra non era molto lontano e il sabato mattina sul presto ci catapultavamo in biblioteca per sfuggire al caldo. Il tutto poteva funzionare in questo modo, prendevamo un tema d’interesse: “postmodernismo e realismo magico”, “i poeti maledetti francesi” e ci buttavamo di capofitto a studiare. Ognuno si occupava di un argomento e dopo la giornata di studio era messo in comune. Avevamo una sconfinata curiosità. Gli indirizzi di studio erano diversi ma ci accomunava quella fame di sapere. Eravamo famelici e tra quelle mura si dovevano nascondere mille tesori che la censura e la scarsità di risorse per lo studio non ci facevano trovare facilmente. Era proprio questa nostra eccentricità poco tropicale a renderci attraenti. Da una parte eravamo affettivamente e intellettualmente molto legati e dall’altra eravamo spalancati verso l’esterno. Sembrava quasi che l’intero universo potesse stare dentro la nostra amicizia. Ogni volta che scoprivamo qualcosa di nuovo, tornavamo bambini che dicevano al mondo: “Guarda questo, che bello!” ma con O non ci era successo così.

O era comparsa… materializzata dal niente. Lei era parecchio più grande, un po’ bipolare e schizzata. D’altronde eravamo nel bel mezzo del Periodo Speciale e tutti eravamo leggermente impazziti. Chiunque nel mondo occidentale, con meno di quattro ore di elettricità giornaliera e nell’ipotesi migliore un pasto costituito da un pugno di riso bollito e una banana, finirebbe nel manicomio. Noi no, eravamo già abituati alle ristrettezze da anni, eravamo soltanto magri e schizzati.  Per O, tuttavia, il suo peccato originale era la sua storia, il suo lavoro, la sua famiglia e non quell’aria da femme fatale e i suoi scatti isterici. Non la sigaretta perenne tra le dita e quella criniera da leonessa da strapazzo. O lavorava in una “Corporación” e abitava dai suoi in un appartamentino carino nel Vedado. Aveva vissuto da ragazza per un periodo nell’ex-URSS e parlava alla perfezione il russo. I suoi genitori già pensionati avevano avuto degli incarichi governativi non meglio specificati. La colpa più ovvia che la incriminava ci è pervenuta dalle sue labbra, quando ci ha detto in modo innocente: – vi ricordate la lettera famosa* in cui il Che saluta Fidel dicendo “mi ricordo in quest’ora di molte cose, di quando ti ho conosciuto in casa di Maria Antonia, di quando mi hai proposto di venire…”, beh quella Maria Antonia che ha favorito l’incontro in Messico era mia zia. Quella era stata per noi la sua confessione e allo stesso tempo la sua condanna.

O era mirabolante a tratti e dire certe cose era il suo modo di rendersi interessante. Magari vaneggiare era la via che aveva trovato per sfuggire alla solitudine, che le restava attaccata con la stessa perseveranza di una cozza alle rocce. Noi invece, con la medesima insistenza durevole eravamo stati allevati alla diffidenza. Eravamo cresciuti indossando sin da subito la maschera nell’ambiente pubblico. Sussisteva dunque questo fenomeno allargato nella popolazione, una frattura sempre più larga tra quello che si pensa realmente e quello che poi si faceva e dichiarava nell’ambiente sociale. Là dove per forza di cose dovevi essere allineato, omologato e di un irreprensibile grigiore. La delazione era una realtà tangibile e più di uno era stato espulso dall’università per aver dimostrato una diversità di vedute politiche. Noi invece in quel caos disumano avevamo trovato un rarissimo spazio di libertà. La curiosità di O e la sua simpatia inspiegabile ci destavano il più intenso sospetto. Per noi dunque non era mai stata respinta del tutto, ma mai accolta. L’ambiguità di quel rapporto era dovuta alla convinzione impiantata nell’ipotalamo: lei era l’infiltrata, era la spia, l’inviata. Noi non avevamo niente da nascondere, ma il sentimento di conservazione era più forte dell’essere ragionevole. Cosa ci faceva poi lì, tra di noi lei che era così diversa, che c’era in fondo così estranea?

Il regime ci aveva buttati nella solitudine. Con questo presupposto ora capisco il suo interesse. Scoprire un gruppo di amici che si trovavano regolarmente per fare assieme qualcosa di utile, in modo spontaneo, senza un evidente tornaconto e per la passione del bello era (immagino) per gli occhi di chiunque il più desiderabile spettacolo.  Noi, tuttavia con O eravamo doppiamente chiusi. Chiusi nel preconcetto che non ci lasciava conoscerla e chiusi per la paura che quello che amavamo ci fosse strappato.

Chi era O? Beh, non ho mai saputo rispondere.

* Nota come la lettera di addio di Ernesto Guevara a Fidel Castro scritta all’Habana il 1° aprile 1965.

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