Alejandro Armengol. L’età e il leader

no castro no problem 005traduzione/adattamento e riduzione a cura di Yordan Fuentes De Arnaiz della redazione di Nuovacuba

 Alejandro Armengol. CUBAENCUENTRO

Nel raccontare il suo tour dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti nel 1957, García Márquez ha scritto: “Non aveva età. Quando morì, aveva più di settanta anni, aveva la testa bianca e cominciavano a rivelarsi i sintomi del suo esaurimento fisico. Nella fantasia del popolo Stalin, tuttavia aveva l’età dei suoi ritratti. Loro avevano imposto una presenza senza tempo, anche nei villaggi remoti della tundra “*. Fidel Castro ha perso questo privilegio.

Negli ultimi anni i cubani hanno assistito a una situazione anomala: manifesti e murales continuano a mostrare un’immagine potente di un leader che per decenni li aveva guidati, mentre occasionalmente compaiono foto e video di un vecchio debole e vacillante, che per restare in piedi ha sempre bisogno del supporto di un giovane assistente – più un sostegno che una guardia del corpo.

Nel tentativo di ottenere il cibo quotidiano, rimane poco tempo per fermarsi a pensare per un momento al contrasto tra quella figura deteriorata e il fratello minore – una differenza di pochi anni ha fatto una differenza enorme – il quale è riuscito a invecchiare in modo lento e sembrare di essere in condizioni fisiche e mentali ottime. La malattia ha fatto a Fidel Castro una delle peggiori manovre che avrebbe potuto immaginare: non l’ha ucciso, semplicemente si è intrattenuta nel distruggerlo abbastanza da farlo diventare un residuo di un’altra epoca.

Se il leader è riuscito a superarsi abbastanza per non nascondersi completamente dalla vista del pubblico, è per la sua dipendenza dalla vita e per un residuo di vanità che lo costringe a ricordarci ogni tanto che è ancora vivo. In parte a causa di un interesse a preservare l’illusione rimane la guida di un sistema che ogni giorno trascorso assomiglia di meno a quello che era. In parte, per un aggrapparsi non solo al passato, ma al presente: esiste, non tutto è perduto. Il resto è l’attesa inevitabile della morte.

È vero che quest’attesa è anche una sua piccola vittoria. Ogni volta che qualcuno muore intorno a lui (l’ultimo è stato Alfredo Guevara**), si pone la domanda o il lamento per la sua permanenza.

Questa permanenza, tuttavia, si definisce di più da quei manifesti – danneggiati in molte occasioni e a volte restaurati – dove prevale il ricordo. Se la sua definizione maggiore rimane intatta, quell’aggrapparsi al potere che l’ha caratterizzato per decenni, è viva grazie al fratello. Senza di lui, il quale molte volte relegò da un lato e altre disprezzò, ma mai abbastanza per rimuoverlo dal suo fianco, non sarebbe più che un oggetto di studio, di repulsione o ammirazione.

Raul Castro è diventato il potere che preserva il regime introdotto il primo di gennaio, e quindi  è custode del suo vecchio fratello.

Questa dicotomia schizofrenica, comunque, tra l’onnipotente capo che era Fidel Castro, e il vecchio il cui più grande successo di quest’anno è stato l’aperta una scuola, non nasconde una realtà: l’unico vero atto resta da scontare, da osservare in tutto la mondo è la famosa notizia mille volte annunciata. Un funerale in pompa magna: una rivoluzione già morta, che alla fine sarà definita in una cerimonia funebre. Il cerchio si chiude, dall’ideologia allo spettacolo.

 

Decostruire Castro

Da qualche tempo Fidel Castro si sta decostruendo. Negli ultimi anni abbiamo visto – con rassegnazione o entusiasmo – a questo processo in cui una figura leggendaria si fu gradualmente spogliando dal mito, un eterno guerrigliero diventato un nonno familiare, quasi indifeso, un uomo politico abile perso in frasi quasi incoerenti. Ma attenzione, nulla di ciò che fa questa figura che per tanti anni ha causato paure, speranze e odi è spontaneo o libero. Nemmeno adesso, quando siamo testimoni del suo declino.

Castro non si è ritirato, ma è stato lasciato fuori. Egli sa che il suo parere conta ancora e che non si può negare la sua influenza, ma gli anni hanno dimostrato che la sua partenza in un primo momento non significherà una catastrofe per il mantenimento della classe dirigente, bensì la fine di un’era. Un finale più per nostalgia che per la conservazione, per ora, del governo che ha istituito e che sopravviverà. Sarà così se non muore prima il vero sostegno del sistema, suo fratello.

Siamo stati spettatori o complici di quest’uscita di scena, che può durare ancora per un certo tempo o improvvisamente essere interrotta.

Da anni egli lo sa, e ha preso una decisione al riguardo. Tra il potere e la vita ha deciso per la seconda. Ha scelto di resistere e si è aggrappato a essa, al prezzo di sacrificare tutto o quasi tutto.

Per un po’ è tornato alle sue origini, non mediante il ricordo, ma attraverso la narrazione del ricordo. Quell’Alessandro, che ha inseguito con un nome ripetuto in documenti e nei figli, finché ha assunto il non essere niente di più di questo: un nome, appena un ideale, ma mai un modello, mai uno stile di vita. Morire giovane non è mai entrato nei suoi piani. Nemmeno abbandonare completamente il potere, anche se ha solo le forze per l’inaugurazione mediocre di una scuola insignificante in un comune.

Così la storia va bene per il ricordo giornaliero, in un giornale in cui la cronaca quotidiana è un travisamento o una menzogna, mentre non si abbandona lo spazio dedicato a quello che era.

Fidel Castro è stato in grado di adattarsi a qualsiasi circostanza. Se il prezzo è troppo alto, non occorre pagarlo. Alessandro Magno va bene per i libri di storia. Che ci crediate o no, la sua capacità in questo senso è molto limitata. La vita vale ancora la pena, nonostante l’umiliazione della malattia, l’oltraggio dell’età e le delusioni del corpo. C’è solo bisogno di adattarsi alle circostanze, adattarsi ai tempi, per salvare ciò che può ancora essere salvato.

Quello che vale la pena di essere salvato si riassume in aspetti molto specifici. Prima, la continuità del processo. Salvarla non per una fede assurda nel futuro ma per un’utilità pratica. Contribuire a questa continuità è stato il suo compito principale da quando si è ammalato: dimostrare che lui è vivo e che è ancora lì.

Per un certo periodo si è rifuggiato nella scrittura, nell’idea che la sua presenza era necessaria per far sì che tutto rimanesse uguale o per quello che cambiasse non influisse sulla permanenza del suo mandato delegato al fratello. Un mandato che poteva prescindere dall’interferire in tutti gli aspetti della vita quotidiana dei cubani, ma che ancora non riusciva a rinunciare alla sua presenza. Il suo ultimo atto pubblico di reale importanza è stato la sua partecipazione a quest’ultimo periodo dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare. Dove all’apparenza è stata decisa la successione al di là della sua famiglia e dei suoi più stretti seguaci. Gli “storici” che sono stati anche gradualmente messi da parte, tranne che i principali comandanti militari che rimangono il pilastro dell’attuale stabilità.

Il secondo è stato un processo di simboli, d’immagini che sono state sfruttate appieno per decine di anni. La popolazione è stata preparata per accettare questo nuovo ruolo: da guerrigliero a vecchio saggio, da statista a consigliere, da invulnerabile a fragile. C’è voluto un po’, e questo è ciò che è stato sapientemente costruito dal regime dell’Avana: senza soprassalti, ma senza svegliare chi sogna a occhi aperti. I continui riferimenti all’età, circa i troppi sforzi fisici di una volta, che in modo inesorabile ora ha dovuto scontare chi sembrava invincibile. Rimanendo, tuttavia, un sopravvissuto come ai vecchi tempi della guerriglia. Ma soprattutto, si è imposto il non dare luogo alla possibilità della sconfitta. Non è un destino stoico, un’uscita eroica o una immolazione. Come simbolo di devozione per l’ideale rivoluzionario basta il Che. Non importa se sono i suoi resti o meno quelli sepolti in Santa Clara. Basta che nell’isola ci sia il tesoro della sua immagine. Tutto il resto è secondario.

(…)

Mai un nemico teoricamente debole ha vinto così tanto con così poco. È stato in grado di intrattenere annoiando. Quando venne a sapere che quel lavoro non era più necessario, si è fermato. Non ha mai avuto una vera vocazione di scrittore.

Dopo la sua malattia e guarigione, la battaglia ha cambiato direzione: non era d’idee, ma d’immagini.

Giocare l’asso del passato ha definito per molti anni l’unica strategia visibile dell’esilio. Da questo punto di vista, s’intende l’incapacità di capire cosa sta succedendo a Cuba. Il famoso slogan “No Castro, no problem”, ha dimostrato di essere molto più di un adesivo appariscente di mettere sulla propria auto.

La vera questione, allora, alla quale quotidianamente si sfuggiva a Miami, era semplice: com’è possibile che ancora quella figura fragile garantisca la permanenza di un regime? La risposta difficile inizia con il riconoscere, che qualcosa di più di un leader in declino ha avuto un ruolo nella sopravvivenza di un sistema. La cosa importante non è solamente risolvere questa questione ma ancora di più importante è un’altra: E adesso? Nell’esilio, dove era davvero poco quello che si poteva fare, ma peggio ancora ci si nascondeva dietro questa scusa per non fare nulla, tutto si limitava a commentari d’occasione, senza provare almeno la possibilità di una risposta diversa, una nuova strategia.

Ora la realtà è che Miami e Cuba, sono entrate in una fase in cui la geografia, più che la politica comincia a definire lo scenario, un terreno diffuso in cui i nuovi immigrati che arrivano ogni giorno lavorano per poter il più rapidamente possibile tornare all’isola e mantenere chi  vi è rimasto. Non si tratta di essere contro i viaggi e le rimesse, ma di riconoscere una situazione imposta dall’Avana.

Nel frattempo, i cubani si sono abituati anche a questa dualità d’immagini che sono il riflesso di una transizione pianificata dalla Piazza della Rivoluzione: guerrigliero eroico nei manifesti e un vecchio da applaudire e venerare due o tre volte l’anno. Non importano molto apparizioni o manifesti: entrambi hanno servito al loro scopo.

* García Márquez, G., “90 días en la Cortina de Hierro. IX. En el Mausoleo de la plaza Roja Stalin duerme sin remordimientos”, Cromos, 2, 206, 21 Septiembre 1959

** Alfredo Guevara intellettuale cubano filo governativo morto di recente ultra ottantenne.