Alejandro Armengol. L’eternità del cambiamento

4f71af6779e3etraduzione/adattamento e riduzione a cura di Yordan Fuentes De Arnaiz della redazione di Nuovacuba

 Alejandro Armengol. CUBAENCUENTRO

Il problema fondamentale che affronta il governo cubano, con la necessità di attuare riforme per alleviare la difficile situazione del paese, è la risposta a questa domanda: può permettersi l’attività privata, anche solo su scala ridotta, senza compromettere il socialismo?

La risposta marxista-leninista a questa domanda è negativa: la piccola proprietà commerciale genera il capitalismo, costantemente e senza fermarsi.

Una risposta troppo semplice, soprattutto a proposito della situazione attuale del paese, dal momento che non possono essere evitate altre due domande. La prima è se c’è davvero il socialismo nell’isola e la seconda ha un’urgenza crescente: cosa possiamo fare per fermare questa crisi perenne, con la minaccia latente di uno sconvolgimento sociale?

Da diversi anni persistono a Cuba due modelli economici: un basato sui mezzi di produzione dello stato e il secondo che si fonda sulla proprietà privata. Parlare di socialismo ha i suoi limiti, soprattutto in senso economico. Non si può risolvere il problema con un’affermazione drastica: dire che sull’isola non c’è socialismo, se mai è esistito, e che quello che c’è è semplicemente un capitalismo di Stato, o più semplicemente un regime totalitario mercantilista o addirittura una sorta di sultanato caraibico.

Se un’argomentazione di questo tipo può essere appropriata per alcuni aspetti del dibattito politico, se si tiene conto dei modelli di produzione, delle forme di distribuzione di beni e servizi, del lavoro e dei processi di vendita all’ingrosso e al dettaglio, per citarne solo alcuni aspetti – occorre riconoscere che esiste nel paese una enorme struttura economica socialista stagnante e inutile. Che sopravvive perché esercita una sorta di fagocitosi su altro nucleo di affari, che obbedisce alle leggi del capitalismo selvaggio, e perché attua dei meccanismi di rendite e anche parassitari, sostenuti da ricavi provenienti da alleati e da presunti contrari o ex nemici: i sussidi “chavisti” e le rimesse degli esuli.

Con una fortuna relativa, il regime dell’Avana è riuscito a tenere separate le due sfere produttive, grazie ad una strategia volta a ridurre sia la sfera della produzione privata nazionale, sia a concentrare gli investimenti stranieri – e le joint venture con capitali privati ​​(esteri ) – in un numero limitato di aziende.

Questa soluzione, tuttavia, ha portato all’indebolimento sociale ed economico di controllo del governo.

Quando si parla della situazione attuale dell’isola, dobbiamo riconoscere che nel paese i cambiamenti hanno avuto luogo. Tutti questi però non sono stati guidati dal governo. Alcuni sono stati spontanei ma consentiti, molti si sono sviluppati come risposta a diverse pressioni.

Un altro è quello di consentire, dentro certi modelli, la formulazione di critiche e pareri a favore, per l’appunto, delle “riforme”.

Il terzo e non meno importante, è il tentativo limitato di restringere ancora la sfera burocratica nazionale.

In quest’ultimo si trova una contraddizione fondamentale. Cuba la sta affrontando e per la medesima è passata l’ex Unione Sovietica e i paesi dell’Europa orientale, prima che sparisse in loro socialismo.

Mentre il settore privato cresce in modo “spontaneo” e al di là del previsto quando si permette la minor riforma, la burocrazia che è anche risultato spontaneo e naturale dell’economia socialista aumenta nonostante gli sforzi per ridurla.

In pratica sono due modelli di sopravvivenza che concorrono. Le economie socialiste classiche, pre-riformiste combinano la proprietà statale con un coordinamento burocratico, mentre le economie capitaliste classiche combinano la proprietà privata con il coordinamento del mercato.

Uno degli aspetti negativi della miscela di entrambi i sistemi nella stessa nazione, è l’aumento dello spreco delle risorse.

Mentre il settore privato vive costantemente minacciato in un sistema socialista, trae beneficio da un relativo aumento dei redditi. Questo perché può facilmente soddisfare le esigenze che non sono coperte dal settore statale.

Tuttavia, questi artigiani e ristoratori non hanno alcun interesse nel dedicarsi ai loro clienti e nemmeno nell’accumulare ricchezze e nel dare loro un uso produttivo.

Poiché l’esistenza prolungata delle aziende è piuttosto incerta, la maggioranza usa il loro reddito per un miglioramento del loro tenore di vita attraverso il consumo eccessivo.

Quest’atteggiamento non differisce da quello del burocrate, che sa che i privilegi e l’accesso a beni e servizi scarsi dipendono dal suo incarico.

Questo problema affronta l’attuale governo cubano, nel tentativo di ricercare una maggiore efficienza nell’economia nazionale: come incoraggiare e allo stesso tempo limitare il settore formato dai lavoratori autonomi, proprietari terrieri e i possessori d’imprese familiari come i “paladares*”?

Sia il limitato settore privato, sia il settore statale di grandi dimensioni, sono nelle mani di persone che cospirano contro l’efficienza per ragioni di sopravvivenza.

La fragilità del “socialismo di mercato” è che il settore privato, anche se è in parte regolato dal mercato, in uguale o maggior misura ubbidisce al controllo burocratico.

Questo controllo burocratico esegue molte delle sue decisioni in conformità a fattori extraeconomici: in primo luogo politici e ideologici. La contraddizione diventa stagnante.

Una parziale soluzione a questo dilemma potrebbe essere quella di aumentare il ruolo del mercato, e dare più spazio alla sfera economica privata, legalmente e lasciando la strada aperta alla concorrenza e l’iniziativa individuale. Solo che di conseguenza, il successo nel mercato varrebbe di più che la burocrazia, e moltiplicherebbe la perdita del potere statale.

Questo è quello che alcuni sull’isola temono e altri bramano.

Al ritmo in cui il presidente Raul Castro sta guidando i cambiamenti, necessiterebbe vivere cento anni per realizzare una trasformazione a Cuba, e in quel caso limitata soltanto al miglioramento del tenore di vita dei cittadini. Eppure, questa riforma sarebbe racchiusa entro i parametri indicati dalla necessità intrinseca al regime di mantenere la ristrettezza e la corruzione, come forme di controllo. Sono proprio la repressione, la scarsità e la corruzione, i tre pilastri che sostengono il governo cubano.

Mentre il regime dell’Avana continua a richiedere un atteggiamento di accettazione assoluta e incondizionata, il che non è altro che aprire la porta a opportunisti di ogni genere, si aggrappa a un concetto medievale di tempo: confondere il presente con l’eternità.

Ci sono due atteggiamenti che sembrano determinare il comportamento dei responsabili del governo nell’isola. Il primo è un desiderio sfrenato di guadagnare tempo per rimanere al potere per quel che gli rimane da vivere. È in quest’atteggiamento anche il suo inverso: sopravvivere alla morte naturale di Fidel Castro e di suo fratello. E da quel momento stabilire partenariati di ogni genere – che non escludono la parte della comunità nell’esilio – e di partecipare all’interno della nuova élite al potere.

L’altro atteggiamento sembra essere il riflesso di una grande paura di muovere la minima cosa, per paura che traballi tutto intorno. Una specie di effetto farfalla insulare.

Il generale Raul Castro sembra di essere interessato a conseguire una maggiore efficienza per l’economia. Sia il settore privato limitato come quello grande dell’economia dello stato, tuttavia sono in mano a persone che cospirano contro questa efficienza, per ragioni di sopravvivenza.

Più e più volte hanno chiesto ai cubani “lavoro” e “pazienza”. Lavorare di più è stato sempre uno scherzo condiviso, una specie di beffa tra i fratelli Castro e il popolo dell’isola. La pazienza, però, è qualcosa di più serio. Fa parte dell’eternità imposta in una data: primo gennaio 1959. Essi, i Castro, quelli di allora, sono sempre gli stessi.

*Ristoranti privati