Le minacce a Yoani. Intervista di Jorge Ramos Avalos

 seuraLe minacce della dittatura dei fratelli Castro contro la blogger cubana Yoani Sánchez sono state dirette. Me l’ha raccontato lei stessa durante un’intervista a Miami: «Sono stata arrestata, malmenata ma non mi sono mai preoccupata. Ma l’ultima volta che mi hanno arrestata un ufficiale della sicurezza mi ha detto: Tuo figlio va in bicicletta? Che faccia attenzione. Queste parole mi hanno fatto molto male». 

   Yoani sa di essere vulnerabile a causa del figlio Teo, 18 anni, in età per fare il servizio militare obbligatorio. «Sì, lui è il mio punto debole», riconosce. Sa bene che può subire gravi rappresaglie per le cose che dice. Ma continua a parlare.
Perché? «Chiaro che temo le rappresaglie, ma che devo fare? Penso che il modo migliore per proteggermi sia proprio continuare a parlare». Nonostante queste minacce così dirette, appena finito il suo giro del mondo in 80 giorni, rientrerà a Cuba. «Andare in esilio? Non ne ho nessuna intenzione», mi ha detto. La sua vita è Cuba.
Il suo tour è straordinario, tipico di una persona che non ha mai viaggiato e che, alla prima opportunità, vorrebbe mangiarsi il mondo. Il permesso di uscita le è stato negato per anni, ma finalmente Yoani ce l’ha fatta. Da perseguitata politica all’interno dell’Isola, fuori da Cuba – nonostante il regime dell’Avana – è diventata una specie di celebrità. Sono stato testimone di un fatto incredibile. Quando Yoani ha visitato Miami, l’attore-regista cubanoamericano, stella di Hollywood, Andy García voleva conoscerla. «È una donna molto coraggiosa», mi ha detto Andy. Lui è andato a prenderla prima di una presentazione e l’ha invitata a pranzo. Ma i ruoli si sono invertiti: la stella era Yoani. Andy, con molta semplicità, si limitava ad ascoltarla.
Questo accade con Yoani. No puoi fare a meno di ascoltarla. Lei ti racconta com’è la Cuba di oggi, non quello che si sono inventati all’estero. Ovunque si presenta, non importa quale paese, riempie gli auditori. Quasi mezzo milione di persone la seguono su Twitter (@YoaniSanchez) e la dittatura cubana non ha armi adeguate per combattere una persona così coraggiosa, forte e trasparente.
«Cuba è l’isola dei non connessi», mi ha detto durante una breve pausa. «Cuba mi sembra così assurda da lontano; vivo in un castello medioevale, perché non c’è libertà, perché il governo stesso si comporta come un signore feudale; è tutto molto triste e quando siamo all’estero si sente ancora di più».
«Ogni giorno che passa sempre più persone si rendono conto che viviamo in una dittatura». Ma puoi dire che Cuba è una dittatura senza avere problemi?, le chiedo.
«Dico la prima sillaba e già mi metto nei guai. Ma mi alzo ogni giorno pensando che devo comportarmi come una cittadina libera».
Yoani si descrive come una “cronista della realtà”. Nient’altro. Ma è molto di più. Lei si è trasformata nel simbolo del cambiamento a Cuba. Altri hanno tentato ma non ci sono riusciti. Molti sono morti cercando di farcela. Yoani, invece, continua a colpire con una logica infallibile una dittatura in pieno secolo XXI che non ha elezioni libere e pluraliste, che limita ferocemente la libertà di espressione, che incarcera e assassina dissidenti, e che si muove in senso contrario alla maggior parte dei paesi del mondo.
Yoani dice sempre: «I miei capelli sono liberi e io pure». Si tocca la nera chioma che le scende lungo i fianchi. E aggiunge una cosa che può sembrare strana per una persona che non ha smesso di parlare da quando è uscita da Cuba: «Sono una persona molto timida». Insiste che la sua missione è «spiegare Cuba a chi non c’è mai stato». La blogger ci introduce nella sua vita quotidiana: «Sono iperattiva. Da quando mi alzo faccio un sacco di cose. Amo la mia vita familiare». Il regime la controlla, spesso la fa arrestare. Il suo cellulare, un iPhone che le ha regalato la sorella («un telefono monco perché privo di connessione internet») è regolarmente bloccato e messo sotto controllo. Ormai è abituata al fatto che la dittatura castrista racconti la balla che è un’agente della CIA, al punto che risponde con un sorriso: «Questa operazione si chiama uccidere il messaggero. Non controbattere le sue opinioni, ma annullarlo moralmente. No, non lavoro per la CIA. Non potrei mai lavorare per una realtà straniera, inoltre non ho mai militato in un partito politico». Yoani si guadagna la vita con le cose che sa fare, come la maggior parte dei cubani. «Sono esperta di computer, lavoro con loro e li riparo. Inoltre scrivo su diversi periodici fuori dal mio paese». Il suo primo viaggio all’estero è stato finanziato da diverse organizzazioni non governative e da sua sorella che vive negli Stati Uniti.
A Cuba sta cambiando qualcosa?, chiedo. «Stanno accadendo cose importanti, ma soprattutto mi rendo conto che i cubani sono stufi». Può esserci castrismo senza i fratelli Castro? «Il carisma di questi leader non si trasferisce. A Cuba il seggio presidenziale è stato ereditato per diritto di sangue (Da Fidel a Raúl)… È triste che una nazione per riprendere vita debba riporre le sue speranze nella morte di una persona, ma ci hanno portato a questo».
Yoani ama citare una frase di Gandhi: «I tuoi nemici prima ti ignorano, dopo ridono di te, infine ti attaccano». Yoani sta vivendo la terza fase. Le minacce personali e nei confronti della famiglia, fanno parte della sua professione di giornalista. Ma sa di essere diventata il simbolo della speranza di libertà e di un cambiamento democratico a Cuba.
Cuba può cambiare? «Io da sola posso fare poco, ma siamo in molti».

Jorge Ramos Avalos
Traduzione di Gordiano Lupi