Angel Santiesteban-Prats. LA DELUSIONE

revolucion_cubana2la vicenda Santiesteban-Prats

traduzione/adattamento e riduzione a cura di Yordan Fuentes De Arnaiz della redazione di Nuovacuba

 

Quando è incominciato tutto? Quando sono sceso dal treno dalla Rivoluzione per salire su quello della generazione dei figli che nessuno ha voluto? Non posso individuare il momento esatto.  So che sono cambiato e ho smesso di essere me, per diventare un estraneo.

Non so definire se sia stata una transizione veloce o lenta. Mi sento come di averlo fatto in tempo, senza grandi sacrifici, non come altri che hanno scommesso tanto, hanno perso tanto, che sentono ingiusto calpestare la loro giovinezza, trascorsa nelle marce della milizia, dopo aver rischiato la vita in Girón, Algeria, Etiopia, Granada, Nicaragua, Angola. Il mio caso è diverso, forse erano altre circostanze: sono un ragazzo normale che ha sacrificato poco, almeno devo ringraziare questo. Fatta eccezione aver partecipato nelle scuole al campo, impossibili da eludere, scuole militari, incontri, domeniche volontarie*, raccolta di materiali prime, insomma quasi nulla rispetto alle generazioni precedenti. A quel tempo ero pieno d’ingenuità, confidavo nel cammino che la rivoluzione ci aveva promesso. Qualcosa che ci veniva  ripetuto nelle aule, alla televisione e al cinema, nelle attività ricreative, nelle canzoni e poesie, e che gli adulti accettavano senza alcuna opinione al margine, soltanto scuotevano il capo in modo uniforme, senza avvertirci di una possibile delusione. Persino i più audaci assunsero il silenzio. Tacevano per paura. Allora non avevo motivi per dubitare, la mia formazione non ha avuto tra le materie la “diffidenza”. Fino a quando ho cominciato a scoprire l’ambiguità nelle risposte, quando non capivo concetti o decisioni, dopo aver insistito su una spiegazione coerente tale da convincermi, ed è venuta l’esitazione, il dubbio. Poi è arrivata inaspettata: la delusione. E in una riunione ho detto che non mi piaceva l’unanimità di voto, alla quale sarei dovuto essere abituato, mi ha reso sospettoso che tante persone pensassero allo stesso modo, che queste grandi percentuali, lungi dall’essere una vittoria, sono state il ​​peggior nemico di rivoluzione, che era esattamente quello che rendeva improbabile qualsiasi sondaggio, che avrei preferito accordi per “maggioranza”. E allora non ho saputo se mi sono allontanato o se mi hanno allontanato.

E mi sono ricordato delle parole del Maestro, quando ha assicurato a Máximo Gómez che “un popolo non si fonda, Generale, come si comanda un accampamento”.**

Ángel Santiesteban-Prats

* Le domeniche volontarie erano giornate di lavoro non remunerato.

* Frammento di una lettera personale che scrisse José Martí a Máximo Gómez a New York, il 20 ottobre 1884. L’inizio della citazione versa: “(…) è mia determinazione non contribuire di una virgola, per l’amore cieco a una idea per la quale sto spendendo la vita, a portare alla mia terra un regime di dispotismo personale, sarebbe più vergognoso e funesto che il dispotismo politico che ora subisce, e più grave e difficile da sradicare…”. Máximo Gómez fu un militare nato nella Repubblica Dominicana, giocò un ruolo fondamentale durante la guerra d’indipendenza cubana.