Yordan Fuentes De Arnaiz. Sisifo ai tropici

Sisifo[1]Yordan Fuentes De Arnaiz della redazione di Nuovacuba

per l’argomento vedi anche: ABEL SIERRA. CAMIONERO: VIOLENZA E PEDAGOGIA RIVOLUZIONARIA

 

Per il preside io ero un parassita. Facevo parte di quella stramba élite di sguatteri che puliva gli spazi comuni della mia Scuola al Campo. Dopo qualche mese di lavori nei solchi ero riuscito a far valere la mia malattia. È vero che non ero da solo in questa condizione, solo che ahimè ero l’unico maschio tra una quindicina di ragazze: una doppia onta. Eravamo invidiati segretamente dai compagni, ma pur sempre considerati un male da stirpare dai dirigenti scolastici. Una ragione che faceva di noi una neo-casta di paria.

Il binomio studio e lavoro non poteva essere scisso sotto alcun giustificativo. Quelli che erano lì dovevano per forza lavorare nei campi ai fini educativi. Occorreva temprare l’uomo e il lavoro agricolo è secondo quest’alta visione l’allenamento migliore. In questo modo, chi per motivi di salute non n’era adatto all’agricoltura era malamente tollerato nella comunità di uomini nuovi. Per mia disgrazia dopo che il Che Guevara era stato asmatico, non poteva esserci scampo per gli altri. Nessuna scusa. Ogni asmatico, tutti dovevano piegare la schiena e sgobbare non imposta se provavi l’angoscia della mancanza di respiro. Anzi quasi che ne dovevi andare fiero dell’essere provati nella carne per raggiungere una perfezione umana espressa attraverso una nuova coscienza di sé. Era come un andare oltre il limite stesso della malattia. Io a questa cantinella non ci credevo. Col tempo avevo portato una tale quantità di giustificativi, certificati medici e fatte tante corse verso l’ospedale che attestavano la gravità del mio male, che ero riuscito a convincerli. Grado terzo: ovvero ero un morto vivente. La condizione parassitaria era tollerabile dalla direzione, però non restava impunita. A scuola si rispecchiava il regime, che innalza, pure la perfezione fisica dell’uomo, di conseguenza dovevo spiare la mia colpa collaborando con la collettività dei sani.

Dovevamo pulire la distesa di pavimenti della scuola ogni giorno, da lunedì a sabato. Il mio lavoro consisteva nel caricare un grosso secchio di latta che poteva contenere fino a venticinque litri e gettare delle grosse secchiate. Avere una canna sarebbe stato troppo facile, ma a Cuba di canne ne trovi solo quelle da zucchero. Cosi il tutto si svolgeva allo stesso ritmo. S’iniziava con la levataccia, la misera collazione, le quattro ore di pulizia, il pranzo, le quattro ore di studio, la cena e si finiva con il sonno. Una lunga catena di gesti quotidiani che erano ripetuti con la medesima cadenza e regolarità che caratterizza il tropico. Lo stesso identico scorrere, interrotto dalle compagne della brigata sguatteri che cacciavano un urlo: l’acqua! al che accudivo con automatismo pavloviano. Arrivò il giorno in cui il motore che pompava l’acqua su, verso l’enorme contenitore sopra il tetto dei dormitori, si guastò.

La nostra routine quotidiana si spezzò, ma le attività della scuola non si fermarono. Era l’inizio della settimana e ci attendevano ancora quindici lunghi giorni prima del ritorno a casa. Il Preside, radunati in piazza alla mattina seguente, ci aveva detto che erano questione di ore, che la riparazione sarebbe avvenuta durante la giornata. Così la sera verso le cinque del pomeriggio alla fine dei lavori, una lunga fila si allontanava alla ricerca di un pozzo lontano circa due chilometri. All’arrivo ci attendeva già una coda di ragazzi, alcuni con un secchio, il cui contenuto sarebbe stato condiviso tra due o tre, altri con bottiglie di plastica, altri ancora con dei catini. A turni facevano muovere la pompa a mano e riempivano ogni contenitore. L’acqua sgorgava fresca negli ultimi calori pomeridiani. Di ritorno si parlava, si chiacchierava spensieratamente mentre calava la sera e il sole rossastro ai nostri occhi si nascondeva bruciante. Il domani era atteso con trepidazione, desideravamo il domani quando avremmo dovuto ribellarci.

A dire il vero, il vero problema si pose solo dopo. L’acqua che la direzione poteva assicurare per la gestione della scuola, era razionata e destinata al bere e per preparare da mangiare. In questa economia l’acqua per l’igiene dei bagni inizialmente non era stata considerata. La merda non finiva più. Al terzo giorno un fetore ci inondava. Addentrarsi nei bagni era la stessa cosa che calarsi in un girone infernale. Il caldo e le mosche facevano il resto per aiutare lo sviluppo del ciclo vitale: un vermicaio si divincolava nei corridoi.  Vista l’emergenza, la squadra sguatteri fu convocata. Occorreva contenere i danni e ripristinare l’ordine. La scuola appariva colma di un’entropia in aumento. Passando rivista alla brigata e dopo un discorsetto sull’ordine mi era stato decretato dal Preside: – Lei porterà l’acqua e scaricherà i cessi – disse in tono distaccato. Dovevo quindi prendere il grosso secchio riempirlo in un contenitore che mi sembrava lontano un miglio e salire con quel carico le scale. Quando salivo fino al terzo piano, bramavo che il maledetto secchio fosse vuoto, mentre davanti ai cessi il mio desiderio era che quei dannati venticinque litri fossero di più. Né l’acqua né il mio sforzo sembravano mai bastare per tenerli scarichi. In quelli attimi attanagliava di più il senso dell’assurdo che il fetore e la stanchezza di portare l’acqua fino al terzo piano: dopo poco tutto iniziava da capo e dovevo riprendere il secchio e portare su l’acqua.

Ai tempi del liceo non conoscevo Albert Camus, tuttavia la sua intuizione: “Bisogna immaginare Sisifo felice” c’è l’avevo come un barlume che m’inondava la faccia quando scendevo le scale. Già da allora sapevo che il destino ci appartiene, e che il regime avrebbe dovuto finire. Che non sarebbe stato padrone in eterno dei miei giorni, anche se quando portavo l’acqua per scaricare i cessi pieni di vermi non credevo di essere pieno di un eroismo moderno.