Angel Santiesteban-Prats. VENEZIA SENZA DI TE

372la vicenda Santiesteban-Prats

traduzione/adattamento e riduzione a cura di Yordan Fuentes De Arnaiz della redazione di Nuovacuba

Il primo giorno abbiamo dichiarato uno sciopero della fame risolutivo, quando il sergente ci annunciò che non c’erano dei bicchieri per distribuire l’infuso e avremo dovuto usare il secchio. Dopo una breve riunione è stato ritenuto inammissibile ricevere l’infusione nello stesso recipiente utilizzato per urinare e defecare. Era vero che la brocca era stata scartata dopo tre settimane di sopravvivenza sulle acque stagnanti dall’intasamento degli scarichi e scolli, ma l’odore e la crosta erano quasi impossibili da rimuovere dopo diversi lavaggi.

Dall’istante in cui gli scarichi avevano smesso di funzionare, bastava per fare pipì eseguire una leggera inclinazione dal letto, o in piedi sui bordi di due letti a castello e liberare il corpo. Poi l’unica cosa consigliabile per il resto di quelli che abbiamo sopportavamo la prigionia e le miserie tra quelle mura, era avvicinarsi all’ingresso e incastrare il viso tra le sbarre cercando di respirare aria più pulita.

La puzza che emanava la nostra cella faceva prendere le distanze alla guardia, che percepiva attraverso le sbarre, quanto lo rifiutavamo. Ogni giorno di mattina, dopo aver preso atto del nostro rifiuto di accettare il beveraggio, se ne andava con quel sorriso cinico che siamo riusciti a conoscere bene e che non abbiamo mai smesso di aspettare.

-Ho già visto questo film e alla fine, lo uccidono – sentenziò allontanandosi.

Prima consegnavano un pezzo di pane raffermo che attenuava la mancanza dell’intruglio, ma dopo quasi una settimana di digiuno non lo facevano più. Tre giorni dopo il recipiente apparve lì, all’ingresso, giusto sopra il letto attaccato alle sbarre. Nessuno ha chiesto chi era stato a farlo. Abbiamo preferito tacere la gratitudine.

Ho immaginato che la realtà fosse un incubo. E ho deciso di vivere il sogno. Il mio scenario era diverso, in una gondola sulle mie gambe la mia ragazza appoggiava la testa. Il gondoliere evitava di guardarci per non interrompere l’intimità. L’ho ringraziato. A volte ci baciavamo.

Mi svegliò la brocca del sergente al colpire le sbarre e sentì il suono dell’infusione mentre cadeva nel fondo del secchio. Nessuno si avvicinò mentre la guardia restava in piedi alle sbarre. Senza guardarci, abbiamo dato le razioni.

A malapena abbiamo parlato. Ci contraddistingueva il silenzio. Ci tormentava pensare che non solo in quel film che diceva di aver visto la guardia, si compiva la sua affermazione: alla fine sempre ci uccidono.

Ángel Santiesteban-Prats