Alejandro Armengol. La banalizzazione della censura.

la Habana vieja azul.73x60cms. traduzione/adattamento e riduzione a cura di Yordan Fuentes De Arnaiz della redazione di Nuovacuba

Alejandro Armengol  CUADERNO DE CUBA

 

Il governo cubano da anni pratica una banalizzazione della censura, con atti e gesti tardivi: concerti di rock e di rap, una statua a John Lennon, la comparsa di opere proibite e la pubblicazione di autori che sono morti in esilio. L’evento è noto per il suo ripetersi: andare dagli affossatori di turno e iniziare a rispolverare libri censurati, canzoni e film vietati che sono stati sepolti nei caveau.

Divulgare sull’isola l’opera di uno scrittore censurato è sempre meritorio, al di sopra della mediocrità dell’opportunismo. Bisogna distinguere tuttavia, tra l’illusione di un passato sepolto – una speranza brutalmente distrutta dalla realtà della detenzione temporanea di centinaia di cittadini, determinati a diffondere la verità e protestare in modo pacifico, che si ripete mese dopo mese – e un atteggiamento verso la vita che si limita a guardare dall’altra parte mentre si commettono ingiustizie.

Ora più che mai è necessario che gli intellettuali cubani assumano il loro ruolo. Non è questione di confondere il lavoro dello scrittore con quello del politico, un pericolo sempre presente in un paese dove uno dei migliori scrittori è l’eroe dell’indipendenza elevato alla santità nazionale.

Rispondere a quest’urgenza è essenziale per considerare alcune domande che non hanno risposte facili.

La prima è fino a che misura, il creatore deve sacrificare la realizzazione del suo lavoro di fronte a una situazione transitoria.

Anche in questo caso l’esempio di Martí* può essere controproducente. La famosa frase dell’arte al rogo** non dovrebbe essere seguita letteralmente. Se fosse così, Cuba sarebbe un deserto culturale, perché ci sono sempre stati motivi per il fuoco.

Il gruppo Origines***, così fecondo di martiani, non ha seguito le parole dell’ “Apostolo”: invece ha fatto tutto il contrario per tutta la dittatura di Batista, e in alcuni casi e situazioni anche dopo il primo gennaio 1959: si allontanò il più possibile dalle fiamme.

Un altro problema è il pericolo di manipolazioni in ogni senso. L’argomento, non di rado utilizzato come giustificazione, per scopi politici di entrambe le parti non smette di essere questo: fini politici, mezzi per raggiungere il potere.

A tutto questo si aggiunge che la cultura è fatta dai membri di una comunità o di un paese, e non da un governo. Dobbiamo distinguere tra le azioni individuali e quelle di uno Stato.

Sostenere i mediatori culturali del regime è un altro modo per sostenere il regime, ma rifiutare completamente tutti i creativi è disprezzare la cultura.

Qui sono presentate le due principali reazioni agli artisti e intellettuali provenienti da Cuba, che si manifestano a Miami.

La prima è il rifiuto assoluto, di aperta opposizione, il disprezzo e l’odio. La seconda è la ricerca passiva di uno spazio aperto che consenta l’incontro. Entrambe si sono rivelate inadeguate. Secondo i termini intercambiabili di tolleranza e intolleranza non è raggiunta la necessaria delimitazione dei confini: il rifiuto comporta la perdita del confronto, per la quale a volte vale la pena ignorare le trappole del nemico. Insieme, ma non indistinti.

Resta da discutere l’urgenza di una situazione che non è facile da capire al di fuori di Cuba, la cui capacità di assimilazione inizia ad allontanarsi dal giorno in cui si lascia l’isola: l’ambiente chiuso, la frustrazione e la disperazione nella quale vivono quelli che non lasciano il paese.

Le risposte ad alcune di queste domande sono indotte dalle stesse condizioni della Cuba di oggi. È molto difficile, se non impossibile, creare una opera solida voltando le spalle alla realtà nazionale. Almeno per uno scrittore. Nessuno può sfuggire alla ricerca di “una poesia pericolosa”. L’intellettuale cubano è costretto a schierarsi.

Che l’intellettuale cubano abbia relegato il suo ruolo in politica non è necessariamente negativo. Forse il contrario. Soprattutto riconoscere che la presunta funzione di “intellettuale organico” è stata una sottomissione e una posizione di comodo nei migliori dei casi, semplice lavoro di ufficio con costume d’artista o di scrittore, e prestazioni repressive o lavoro di censore in molti casi.

Oltre alla funzione di coscienza critica, inerente all’atto della creazione, la partecipazione di scrittori e artisti nei media governativi – ancora limitati ad aspetti di orientamento – non solo si era rivelata sbagliata tante volte, ma anche controproducente e pericolosa.

Era bene, allora, pensare che il meglio che potevano fare gli scrittori e gli artisti di Cuba era quello di dedicarsi ai loro libri, film, a comporre musica e alle arti visive, e non “perdere tempo” su altre questioni, ad eccezione di motivi di sussistenza.

È sembrato opportuno quindi rimanere sulla riva. Cuba restava un’eccezione, ma anche qui ci sono state voci che cercavano di promuovere un avvicinamento nel quale il dibattito politico, se non poteva essere completamente escluso, almeno fosse relegato in secondo piano.

Le intenzioni erano chiare in alcune occasioni e contorte la maggior parte delle volte, anche se la possibilità d’isolamento intellettuale non dovrebbe essere semplicemente disprezzata con un rifiuto, non esclude il rimprovero. Sebbene questo isolamento intellettuale non infici un’opera, non necessariamente salva un autore da un aspetto negativo nel considerare la sua persona. Anche se l’intellettuale non deve sentirsi in dovere di giudicare quello che è successo e accade, non può sfuggire alla maledizione che trascina tutti gli artisti: di far conoscere il loro punto di vista e anche di partecipare in qualche modo alla vita sociale e politica.

Non è una caratteristica universale. Negli Stati Uniti, molti scrittori scelgono di allontanarsi dalle vicende quotidiane. Non è sempre stato così e non è un atteggiamento diffuso. In Europa tuttavia e soprattutto in Spagna, non è così. Per tradizione e cultura, gli intellettuali cubani sono stati sempre più inclini all’opinione – a volte anche troppo – che all’indifferenza.

Oltre alle timide riforme politiche e dei cambiamenti che senza dubbio sta vivendo la società cubana, ci sono continuamente arresti temporanei, intimidazioni e pressioni di ogni genere che non cessano. Dinanzi a questi è impossibile l’indifferenza, o quella forma meschina d’allontanarsi dalla costa che è la giustificazione davanti all’ingiustificabile. La denuncia della repressione sull’isola dovrebbe servire anche a mettere in discussione la farsa di una tabula rasa, con la quale il regime dell’Avana ha cercato di diluire la necessità di un orientamento morale e civile del paese. Non è questione di prescrivere delle norme dalla comodità dell’esilio. È questione di rifiutarsi alla complicità del silenzio. Non importa che quello che è considerato sbagliato, inappropriato o ingiusto accada all’Avana, Madrid o Miami. È il bisogno primario dell’opinione, davanti al quale non è possibile retrocedere.

(*) José Julián Martí Pérez (1853-1895): scrittore, politico e leader del movimento d’indipendenza nazionale. Noto anche come l’Apostolo.

(**) La frase in questione è:  “Quando non si gode della libertà, l’unica scusa dell’arte, e la sua unica ragione di esistere, è quella di servirla. Tutto al fuoco, persino l’arte, per alimentare il rogo! J. Martí in “La exhibición de pinturas del ruso Vereschagin”, Obras Completas, 15, p. 433

(***) Gruppo d’intellettuali della cultura cubana noto per la ricchezza creativa e la diversità stilistica, nasce in epoca repubblicana nel 1944, assieme all’omonima rivista.