Abel Sierra. Camionero: violenza e pedagogia rivoluzionaria

cine8

traduzione/adattamento e riduzione a cura di Yordan Fuentes De Arnaiz della redazione di Nuovacuba

Nell’estate del 2009, la stampa cubana ha annunciato, per la sorpresa e il beneplacito dei cittadini, la fine del programma di “Scuole al Campo” per adolescenti.  Su questi centri educativi aveva poggiato in grande  misura la pedagogia rivoluzionaria finalizzata al controllo sociale e la creazione “dell’uomo nuovo”.

Diffuso a Cuba nel 1965 da Ernesto Guevara, il concetto di “uomo nuovo”, faceva parte di un progetto di “ingegneria sociale” che ha progettato, tra le altre cose,  di spazzare la borghesia come classe al fine di costruire un nuovo tipo di soggetto sociale, “superiore”, con nuovi valori e una nuova mentalità. Inoltre, questo concetto è collegato al modello tradizionale di mascolinità in cui l’autenticamente “rivoluzionario” e la categoria di “vero uomo” si sono costituiti in un binomio. Esso dava struttura alla nuova soggettività che aveva nel militante comunista la sua espressione più alta.

Il concetto di “uomo nuovo” ha offerto al nazionalismo rivoluzionario le basi per intervenire a tutti i livelli della vita. La famiglia era un importante contesto di tali interventi, non solo per ottenere il controllo ideologico, ma anche la forza di lavoro in grado di garantire l’attuazione di determinate politiche economiche. Ciò ha provocato che la famiglia per un lungo periodo si svuotasse di contenuti, e che l’educazione e la socializzazione dei bambini e dei giovani fossero gestite principalmente dallo Stato.

A differenza dei centri urbani – considerati dall’avanguardia politica come scenari propensi al vizio e alla corruzione – la campagna cominciò a essere considerata come lo spazio più “naturale” e sano per sviluppo dei giovani. In questo senso, la pedagogia rivoluzionaria ha progettato un modello educativo che collega lo studio con il lavoro, e ha cercato di promuovere altri valori e soggettività diverse a quelle del passato prerivoluzionario. Su questa concezione ha commentato nel maggio di 1967 il primo ministro Fidel Castro: “Con la scuola al campo, con le migliaia di scuole che avremo in tutto il paese, e dove gli stessi studenti combineranno il lavoro con lo studio, perché non c’è nessun altro modo di educare a un uomo superiore se non insegnando da molto giovane a lavorare”(1).

Sotto tale copertura sono state create scuole, dove i ragazzi trascorrevano più tempo che nelle proprie case. Questo, non solo per impedire loro di cercare la “vita facile”, (2) ma per creare una sorta di soggetto più malleabile e dipende dallo stato e delle sue istituzioni. Nel tentativo di creare una grande famiglia collettiva, unita non da legami di sangue, ma piuttosto da sentimenti di amicizia e di cameratismo, questo modello educativo allontanava i ragazzi dai genitori e rendeva fragile la loro autorità. (3)

A proposito della vita in una di queste scuole indaga il cortometraggio “Camionero”, del giovane regista Sebastián Miló. Ispirato al racconto di Yomar González, “A la vencida va la tercera”** è una critica profonda del modello educativo cubano.

 

La violenza come conoscenza acquisita

Il film racconta la storia di Randy, un ragazzo tormentato e violentato da alcuni dei suoi coetanei, con il consenso di tutti gli studenti e sotto gli occhi dei dirigenti della scuola, che tra arringhe politiche e discorsi ignorano ciò che accade nella realtà. Tuttavia, il preside afferma in una scena che la scuola è stata dichiarata “all’avanguardia” nell’emulazione socialista, e che costituisce un modello di “riferimento” a livello nazionale, grazie alla disciplina e al cameratismo evidenziato dagli studenti. Questo momento del film anche se esilarante non è meno greve perché esplora la teatralità del discorso politico e come si costruisce una messa in scena, una “realtà” che scorre in parallelo e che non ha nulla a che fare con ciò che accade oggettivamente.

Il film interpella in modo diretto la figura dell’educatore. A un certo punto nella trama e con le note musicali di “La ragazza con la valigia” di Fausto Papetti, come sfondo, compare un insegnante che sta facendo sesso con una studentessa, mentre Randy è abusato nello stesso edificio. Coloro che hanno frequentato  queste scuole sanno che il regista Sebastián Miló non esagera, e che la realtà può superare la finzione.

“Camionero”  ha un taglio realistico di ottima fattura e usa la violenza come una strategia estetica che commuove lo spettatore. In effetti, uno dei motivi che il film esplora sono i rapporti di potere. Le Scuole al campo erano istituzioni di disciplina che facevano parte di un processo di omogeneizzazione sociale più ampio, che arrivava ad esprimersi con la violenza, le “depurazioni” e la “rieducazione”. In “Camionero” il potere non è un’unità palpabile e facilmente identificabile, non si basa su un soggetto o ente specifico, ma circola, si riproduce in tutta la comunità, in modo che è interiorizzato e naturalizzato. Qui, la violenza funziona come una conoscenza acquisita che fa parte dei rituali quotidiani, ed è utilizzata per studiare il complesso rapporto che esiste tra un individuo non normativo e l’uniformità pretesa dalla massa.

Come le unità militari, ospedali e prigioni, questi centri educativi sono parte – nelle parole di Michel Foucault – di una “anatomia politica”,(4) e passano attraverso il corpo umano, lo smontano e lo ricompongono. Foucault sottolinea  che la disciplina tende a distribuire gli individui nello spazio, e per questo utilizza varie tecniche, tra cui la chiusura e la creazione di siti funzionali.(5)  Le Scuole al campo hanno funzionato con una struttura e distribuzione di tipo militare, perfino nel loro curriculum è stato introdotto il tema della preparazione al combattimento al fine che gli studenti potessero ricevere tale istruzione.

Con questo film, Sebastián Miló mette in discussione alcuni stereotipi circa la violenza come una caratteristica unica delle masse popolari. Nel cortometraggio si suggerisce che il personaggio di Yerandi, promotore chiave della molestia, il figlio di un funzionario statale che viene a trovarlo nella sua Lada*** bianca, indossando una guayabera****,  tenendo affabili colloqui con il preside della scuola, durante la visita dei genitori. Questo espediente, anche usato per marcare le differenze di classe, è molto interessante per le possibilità interpretative che offre.

Il film porta la violenza fino al culmine e ha un esito fatale per tutti gli interessati. Randy, il ragazzo violentato, non avendo gli strumenti per sopravvivere in questo ambiente, finisce con suicidarsi. Allo stesso modo, i loro molestatori muoiono accoltellati per mano di Raidel, l’unico cui sembra preoccuparsi della situazione del suo amico.

In “Camionero” ci sono alcune domande che non si posso non fare. Qual è stato il bilancio costi-benefici, in termini economici e simbolici, di queste scuole per la nazione? Che impatto ha avuto nell’ambito dei valori? Che tipo di soggetti hanno creato queste istituzioni? Di quale modello educativo veramente abbiamo bisogno?

C’è molta strada ancora, una lunga via che ci porterà a imparare dagli errori e pensare un paese da altre prospettive. Camionero contribuisce allo sconfessare molti vecchi schemi e promuovere discussioni che non hanno fatto parte dell’agenda dei media o della politica.

La combinazione dello studio e del lavoro non era esclusiva delle idee di Martí, come si è pensato a lungo. Nel mondo ci sono altre esperienze e modelli educativi che si basano su questo principio e promuovono  tra gli studenti il lavoro nella comunità come parte del curriculum accademico. Dipende tutto da come si conduce il processo  e quali ingranaggi si vogliono far muovere con la sua implementazione.

Il cinema indipendente, dalla democratizzazione della tecnologia, è diventato un luogo di discussione e di sfida all’industria ufficiale. Questi processi rendono il settore culturale un meno stabile e più pluralistico. Camionero, di Sebastián Miló, non è un film tra gli altri all’interno della vasta produzione cinematografica alternativa prodotta a Cuba, questo è un film che smuove e commuove.

________________________________

1) Fidel Castro, Discurso en la clausura del III Congreso Nacional de la ANAP, en el Instituto Tecnológico Rubén Martínez Villena, 18 de mayo de 1967

2) Fidel Castro, Discurso en la concentración para celebrar el IV Aniversario de la Integración del Movimiento Juvenil Cubano, en la Ciudad escolar Abel Santamaría, Santa Clara, 21 de octubre de 1964.

3) Louis M. Smith y Alfred Padula, Sex and Revolution. Women in Socialist Cuba, Oxford University Press, New York, 1996, p. 144.

4) Michel Foucault, Vigilar y castigar. Nacimiento de la prisión, Siglo XXI Editores, Madrid, 1998, p. 141.

5) Ibídem, pp. 145-147.

________________________________

(*) In italiano Camionista

(**)Il titolo è un gioco di parole sul modo di dire spagnolo “la terza volta fortunato”. González, Yomar  “A la vencida va la tercera”, in Maneras de narrar, Ediciones Unión, 2006

(***) Modello d’auto di impostazione sovietica e assegnata di solito alle persone con incarichi governativi

(****) Tradizionale camicia di lino o cotone