Reinaldo Arenas. ADIOS A MAMÀ. DALL’AVANA A NEW YORK

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Otto racconti postumi: confessioni di un omosessuale cubano, suicida in esilio per la disperazione d’aver contratto l’AIDS, una vita letteraria caratterizzata da disillusione assoluta – non soltanto sulla natura del regime cubano: sull’essenza del genere umano – e da una scrittura quando consolatoria, quando fertile pioggia nell’arida vita d’una persona a pezzi. Arenas sembra avere nostalgia di tutto: della perduta patria, e del sogno della democrazia; dell’illusione gentile dell’uguaglianza, e della possibilità della libertà; e della menzogna della bontà della specie umana. La menzogna più bella e falsa della storia.

Il libro è prova d’una delle scritture più malinconiche e depressive del Novecento. Qualche esempio. Il primo racconto si chiama “Traditore”. Una vecchia ricorda gli anni del castrismo, l’illusione della libertà, il senso terribile di paura e di impotenza. Un giornalista viene a registrare le sue memorie e le sue sensazioni a proposito di uno scrittore controrivoluzionario che aveva finito per servire il regime, sino a ritrovarsi fucilato come castrista senza esserlo, in realtà, mai stato. Il racconto è ammantato da un’aura cupa di predestinazione e di disperazione, e da una totale sfiducia nella democrazia e nell’intelligenza di qualsiasi regime. Non rimane che un cieco rancore nei confronti di tutto.

“La gran forza” è la (brevissima) storia della fuga di Dio nello spazio, terrorizzato per aver creato l’essere umano; e del tentativo di suo figlio di restituire speranza e giustizia alla specie, nonostante la contrarietà del padre. Arenas lascia il finale del racconto aperto: suggerisce che il narratore – lui stesso – sia convinto che il Cristo non tornerà mai più, ma non può non sognare che il Messia sia determinato a una seconda venuta. Nell’equilibrio complessivo dell’opera, sembra un paradosso, questo è probabilmente il testo meno cupo e lugubre.

“La torre di cristallo” è la storia di uno scrittore cubano esule a Miami. Dal giorno dello sbarco in Florida non è mai più riuscito a scrivere; sono passati cinque anni. Medita di aprire una casa editrice, e il brano racconta di quel sogno assurdo, delle nulle potenzialità economiche e delle speculazioni sugli scritti degli esuli cubani. Tutto sembra fittizio e artefatto, infine: anche la casa che lo ospita in America, che allegoricamente si dissolve. L’unica realtà credibile rimane – come nel postsbronza di un ubriaco molto triste – la lingua di un cane che ti lecca il viso.

Il terzo racconto, l’eponimo “Adiòs a mama”, è la triste e terribile registrazione simbolica della morte d’una madre, sul bianco letto d’un’ospedale. Dopo una notte di veglia, le sorelle e il protagonista parlano della sepoltura; sembra un atto atroce, iniquo, sacrilego. E così, in un delirio mostruoso, passa una settimana osservando la decomposizione del corpo, e il trionfo dei parassiti. Nugolo di mosche attorno alle sue labbra. Come in una danza macabra, tutte le sorelle poco a poco si suicidano, lasciandosi avvincere dal desiderio d’essere terminate. Solo un traditore sfugge al destino. Ancora sorelle protagoniste nel non del tutto riuscito omaggio a Garcia Lorca “La cometa di Halley”.

Si sarà inteso, a questo punto, il tono dell’opera, e il senso della raccolta. Spiega bene Vargas Llosa, nella prefazione, chi doveva e dovrebbe essere il lettore primo dell’addio alla madre del perduto Arenas:

“Gli esaltatori del regime, chiudendo il libro, farebbero bene a chiedersi: è questo l’uomo nuovo? È questa la società, sana e purificata da tre decenni di socialismo ortodosso, che ha rimpiazzato quel bordello degli Stati Uniti gestito da gangster che, secondo gli stereotipi, era Cuba prima di Fidel?”

Punto. 

 

Reinaldo Arenas, “Adios a mamà. Dall’Avana a New York”, Socrates, Roma 2006. Collana Paesi, Parole, 12. Traduzione di Claudia Teson. Prefazione di Mario Vargas Llosa.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Reinaldo Arenas Fuentes (bio a cura di Gordiano Lupi)

Holguín (Cuba), 1943 – New York, 1990

Poeta, romanziere e drammaturgo. La sua opera si ricorda per la forte opposizione al regime di Fidel Castro. Coetaneo di José Lezama Lima e di Virgilio Piñera. Perseguitato anche per la sua condizione di omosessuale. Nel 1980, dopo due tentativi infruttuosi – gettandosi in mare con uno pneumatico e cercando di entrare nella base americana di Guantánamo – riesce a uscire dall’Isola grazie al massiccio esodo di Mariel. Si stabilisce a New York, dove continua il suo lavoro letterario che alterna una grande bellezza poetica a un amaro disincanto. Insegna nella Università della Florida ed è nominato professore aggiunto a New York. Nel 1987 gli viene diagnosticato l’AIDS e nel 1990, con la malattia in fase avanzata, si suicida nel suo appartamento di Manhattan, in una fredda giornata di dicembre. Tra le opere citiamo: Celestino antes del alba (romanzo, 1967), Termina el desfile (racconti, 1981) , Otra vez el mar (romanzo, 1982), Voluntad de vivir manifestándose (poesia, 1989) e Antes que anochezca (romanzo autobiografico edito in Italia da Guanda – Prima che sia notte, 1990). Dieci anni dopo la morte (2000) viene girata la pellicola Prima che sia notte, basata sul libro omonimo, diretta da Julian Schnabel e interpretata da Javier Bardem.