Angel Santiesteban-Prats. I miei amici intellettuali

284716_103959263036788_3935287_nla vicenda Santiesteban-Prats

traduzione/adattamento e riduzione a cura di Yordan Fuentes De Arnaiz della redazione di Nuovacuba

I miei amici scrittori mi dicono che fare questo blog è fare politica, che devo rimanere nella mia letteratura: questo è il modo di difenderla, di continuare a pubblicare nel mio paese, di sopravvivere con lo status di scrittore. Che avere a che fare con internet è un modo per evadere, di essere irregolari, di libero arbitrio, di diventare un cimarrón*.

I miei amici creativi pensano che rendere pubblico ciò che si pensa, è essere coinvolto in politica. Dicono che i miei libri denunciano di più di un partito politico oppositore. Che prima di tutto devo pensare al mio lavoro, poi ai lettori, alla cultura, e a me.

I miei amici colti mi creano delle contraddizioni: non voglio fare politica. Quello che voglio di più è difendere la mia letteratura. Come imbavaglio la mia bocca? … Come tacitare il grido spontaneo? … Se racconto è perché le mie storie si scrivono da sole, saltano davanti a me, indipendenti, e talvolta prendono in giro la mia impotenza. Neppure chiedo di ringraziarmi. Sto semplicemente compiendo il mio dovere di metterli lì, di servire da scrivano, di dare “vita” a loro che sono sempre esistite, come una sorta di Geppetto, che forgia, con colpi di emozione pura, i personaggi di una realtà sommersa nel segreto.

I miei amici letterati sono oggetto di pubblicità e i loro libri sono ristampati. Fanno parte di giurie di concorsi che non hanno mai vinto. Applaudono quando le telecamere dei notiziari si avvicinano. Viaggiano a Fiere del Libro in paesi lontani, spazi culturali che sogno visitare, ma in cambio non avrei che da offrire la mia onestà creativa.

I miei amici eruditi dicono che non mi posso lamentare, che, nonostante la mia letteratura ribelle, ho avuto più opportunità di loro, che se loro avessero provato a suo tempo. È per questo che devo tacere, sopportare che io sia emarginato e dimostrare in ogni momento  la mia gratitudine per lo spazio in cui abito, e la sua bontà per non reprimermi. In questo modo potrei perfino ingannarli, mi dicono, ottenere il perdono per la mia letteratura, una sorta di complicità tra funzionario e scrittore. Facilitare il loro lavoro, credo.

I miei amici istruiti vogliono che adotti un atteggiamento cinico, è il loro modo di proteggermi, ed è così come loro hanno fatto a salvaguardare la propria esistenza. Ma, per quanto gli spieghi che avventurarmi nel blog è un modo per continuare il mio ruolo di spettatore e di scrittore, non riescono a capire. Mi gettano uno sguardo di “affari tuoi, allora non ti lamentare quando t’insegnino gli strumenti (di tortura ndt).”

I miei amici intellettuali sono ammirati: non ho la capacità che loro hanno di tacere. Non ho la forza di sopportare il silenzio. Non mi piace né quando l’ufficialità lancia le briciole di pane, né quando lo lancia intonso. A volte li invidio, perché solo io so i vantaggi che rifiuto, e in cambio tutto il disprezzo che ricevo. I miei amici pensatori mi dovrebbero accettare come io ho accolto loro.

 

Ángel Santiesteban-Prats

*Qualsiasi animale domestico che fugge dai loro padroni e diventa selvatico, per analogia s’intende anche lo schiavo fuggitivo.