Alejandro Armengol. Democrazia e totalitarismo

41_1jose_marti_mural_street_art_la_habana_vieja_old_havana_cuba traduzione/adattamento e riduzione a cura di Yordan Fuentes De Arnaiz della redazione di Nuovacuba

Si afferma come un dogma che il modo per ottenere la democrazia a Cuba passa attraverso il ripristino di un sistema politico dominato dal mercato. Non è vero. Il capitalismo e la democrazia non sono sinonimi. Possono coincidere ma non necessariamente.

Infatti, diventa sempre più evidente che il processo di “aggiornamento” che sviluppa il governo di Raúl Castro è molto vicino a un ritorno al capitalismo con restrizioni – nei suoi aspetti più superficiali e spietati –, e per niente interessato al minimo cambiamento in materia di libertà civili.

I sostenitori del neoliberismo, che spesso confondono la mancanza di regole e controlli di mercato con la libertà politica, dovrebbero leggere una recensione di diversi libri, sul presunto declino globale degli Stati Uniti, a cura di Ian Buruma nel numero del 21 aprile 2008 nel giornale The New Yorker.

Buruma si riferisce a Il ritorno della storia e la fine dei sogni, libro di Robert Kagan, l’ideologo neoconservatore di maggior talento in America. Buruma afferma che Kagan fa un’ottima osservazione nel sottolineare ciò che trascurano quelli che credono che solo con la combinazione di aspetti positivi del commercio, del capitalismo e della proprietà privata crescente, si raggiunga inesorabilmente una democrazia liberale.

Secondo Buruma, ciò che è sottovalutato è l’attrattiva internazionale dell’autocrazia. L’Unione Sovietica, dopo l’impulso iniziale che aveva ricevuto l’industrializzazione, era un modello di fallimento economico. Ma la Cina di oggi, fino ad ora, non lo è. Come Kagan dice: “Grazie a decenni di forte crescita economica, la Cina può sostenere oggi che il suo modello di sviluppo economico, che combina un’economia sempre più aperta con un sistema politico chiuso, può avere successo per lo sviluppo di molte nazioni.”

A differenza della Cina, quello di cui la Russia ha notevolmente beneficiato negli ultimi anni è del prezzo elevato del petrolio. In questo senso, la situazione economica, naturalmente, è molto migliore che ai tempi di Boris Eltsin, ma per una situazione specifica internazionale.

Un sistema simile a quello cinese o vietnamita, con le numerose varianti tropicali da utilizzare, è quello che dovrebbe venire in mente a più di un tecnocrate o funzionario cubano. Tuttavia, l’ideale di Raúl Castro non è l’attuazione di questo modello. Forse il risultato al quale sfocerebbe il post-castrismo potrebbe essere qualcosa di più simile alla Russia di oggi che la Cina o il Vietnam.

Se qualcosa è chiara dalla realtà cubana, dei progressi e indietreggiamenti che hanno portato a quello che la stampa estera ha chiamato “riforme” e quella ufficiale ha chiamato “aggiornamento”, è l’esistenza di una serie di misure di sopravvivenza per navigare nel caos, senza che  accada una esplosione sociale. Fino ad ora, si deve ammettere, ci sono riusciti come se fossero i possessori assoluti del tempo. Non vi è alcun merito in questo, se si ricorda l’esempio più di moda in questi tempi, la Corea del Nord, ma la casta militare cubana ha dimostrato di svolgere efficacemente un ruolo produttivo e non solo di limitarsi al potere parassitario dei militari nordcoreani.

Allora sorge la domanda fino a che punto l’esilio di Miami è preparato ad affrontare questo gruppo di ufficiali e soldati che si sono stabiliti come gli eredi del potere a Cuba.

Prima di tutto si devono ricordare alcune verità dolorose, per alcuni qui a Miami. Al di là del merito civico e del valore dei suoi membri, il movimento dissidente è un buon indicatore del controllo assoluto del governo sulla cittadinanza del paese: finora, la dissidenza è diventata un formidabile  strumento di denuncia, ma non è riuscita – sarebbe meglio dire che è stata ostacolata in tutti i modi – nell’acquisire la forza sufficiente per imporsi come l’alternativa indipendente al cambio di regime.

Nemmeno vanno lontano – non ci sono mai riusciti – quelli che dall’esilio conducono un’attività di lobby all’interno del governo degli Stati Uniti e nel Congresso a Washington per garantire che il governo di questo paese assuma un atteggiamento realmente aggressivo contro il regime dell’Avana, allo scopo di trasformare la situazione attuale.

Ormai dovrebbe essere chiaro che le fondamenta di un collegamento economico tra esilio e residenti sull’isola, che superino il semplice invio di rimesse, sono già stabilite e solo aspetta una maggiore flessibilità in entrambi i lati dello Stretto della Florida. La riforma migratoria fatta dall’Avana è un passo in questa direzione.

Si può solo aggiungere che l’opinione che Cuba sia governata da una gerontocrazia è incompleta. Chi pensa, in parte per pigrizia, a causa di giornalisti internazionali che non fanno bene il loro lavoro e persino per l’ignoranza di nomi e di volti, che il comando del sistema è limitato a una manciata di vecchi, e tutto si riduce a una questione di età, la cosa più probabile sarà che muoia in attesa di una soluzione biologica. Non si tratta di credere che le nomine recenti – quella di Miguel Díaz-Canel, come primo vicepresidente del Consiglio di Stato– significhino un immediato trasferimento del potere, bensì indicano che vi è un cammino tracciato e che inizia a essere percorso.

Sì, salvo che non vi sia un incontrollabile sconvolgimento sociale, il destino di Cuba più probabilmente è un cambio generazionale, che espanderà la via del capitalismo, ma che manterrà ridotte o controllate le libertà civili. A questo punto l’equazione capitalismo uguale a democrazia va in frantumi. Non credo che ci stiamo preparando per questo. Per evitarlo, qualcosa che in gran parte è al di là del campo d’azione dell’esilio, o almeno per affrontalo.