Camilo Ernesto Olivera. Siamo pronti a vivere in una democrazia?

traduzione/adattamento e riduzione a cura di Yordan Fuentes De Arnaiz della redazione di Nuovacuba

In alcune delle analisi sulla situazione attuale di Cuba, si commette l’errore di separare le implicazioni dei cambiamenti di natura economica dall’essenza politica di questetrasformazioni.

In dittature come quella sull’isola, dove il potere politico assoluto ha imposto il controllo totale sui processi dell’economia, i cambiamenti in tal senso comportano un costo politico. Per decenni, il governo di Castro ha favorito ladipendenza economica, nella quale i cittadini sono rimasti racchiusi come in una bolla. In cambio di essere privati delle libertà fondamentali, ha offerto l’illusione di benessere sociale, che in realtà era un’economia comunistadi caserma.

Quella bolla scoppiò completamente nell‘estate del 1993, quando è statalegalizzata la circolazione e il possesso di dollari nel paese. Nel corso degli ultimi venti anni, lo Stato ha dovuto cedere terreno nei punti in cui la sua presa non era funzionante ma indiscutibile.

La maggioranza dei cubani che vivono sull’isola hanno vissuto la maggior parte della loro vita adulta con una benda di ignoranza e paura. I timori hanno cominciato a cedere gradualmente negli ultimi tempi. La lotta per la sopravvivenza in uno scenario economico in evoluzione comporta la riformulazione dei progetti personali. L’ignoranza dei cubani, sul loro potenziale come creatori di benessere personale e familiare, ha ceduto a queste circostanze.

È chiara l’inefficienza della struttura statale nel rispondere efficacemente ai dilemmi posti dalle dinamiche della società cubana. La soluzione che i leader cubani hanno applicato, in questo caso,ignora i problemi dei cittadini comuni, e si concentra sulla creazione di meccanismi di sostegno della formula di potere della nomenklatura politica. È da anni che il cubano medio è perfettamente consapevole della vacuità del discorso politico del regime.

Di fronte a questa situazione, la soluzione migliore per tutti sarebbe lasciaregli ormeggi, definitivamente e tranquillamente. Ignorare il destino del potere politico, così come il potere politico ignora le sofferenze dei cittadini. Tuttavia, un’economia apparentemente libera in un regime totalitario è una contraddizione che il regime insiste nell’imporre come soluzione.

Nessuna delle nuove leggi e regolamenti che “l’aperturismo raulista” ha emanato, garantiscono a pienoil diritto dei cittadini. Chiunque esaminiattentamente la nuova legge sull’immigrazione e il decreto per la creazione di cooperative non agricole,capisce che questo processo può essere abolitoquando il regime lo consideri conveniente. In assenza di uno Stato di diritto e di unpieno rispetto delle libertà democratiche non c’è alcuna garanzia per gli investimenti privati ​​e, quindi, vera libertà e sviluppo economico. L’apertura economica dovrebbe essere legata alla trasformazione del sistema politico, ma cosìnon sta accadendo.

In queste circostanze, chi non rimuova dalla sua mente le vestigia e iriflessi condizionati della dittatura di coscienza, poco potrà fare per adattarsi ai cambiamenti più profondi che si avvicinano. Chi non impari a vivere in una democrazia ora, singolarmente, non saprà cosa fare quando diventerà effettiva nella vitapolitica nazionale.

La formula per la transizione c’è l’abbiamo tutti noi. Ogni cubano ha il suo frammento di quella formula, sistemato in silenzio come parte di un puzzle, che ogni giorno è sempre più pronto per essere inserito. Ogni pezzo è interdipendente con gli altri e al tempo stesso può stare in piedi da solo.

L’idea che ci siano i fautori illuminati della transizione è una trappola dell’ego, dove molti si sono rifugiati al fine di evitare o giustificare la loro mancanza di maturità e di responsabilità civica. Tutti quelli che hanno percepito la necessità di un cambiamento hanno il dovere di portare questa idea ai connazionali. Dobbiamo farlo senza personalismi e senza protagonismi sterili, che alla fine terminano riproducendo la norma autocratica del potere che tutti noi vogliamo abolire.