Orlando Luis Pardo Lazo. Il mormorio del fiume Hudson

Hudson River Park 1

di Orlando Luis Pardo Lazo

http://orlandoluispardolazo.blogspot.it/

 

Perche mormora, sapete?

 

Il fiume Hudson al mattino presto mormora. Descrive una sorta di curva sotto il ponte o contro i suoi pilastri ed è in quel momento che le sue acque di metallo raggiungono la terrazza dove mi riparo dal freddo dell’antichissima New York (città dalle mille pellicole nella mia immaginazione provinciale). E dove cerco di fuggire un po’ alla volta dal ricordo della mia Avana, almeno ci provo, ma lei non muore nella mia anima.

 

Sarebbe crudele che a questo punto della non storia la mia città non mi permettesse di dimenticarla. Sono un uomo. Ho vissuto dentro di lei per 40 anni. È ora di riposare. Sono esausto. I miei occhi sono diventati così tristi per tutto quello che hanno visto, adesso pretendono che tu guardi me. Hanno cambiato persino di colore, come la sera che si spegne in una noia infinita. È l’ora del riposo. Avana, comprendimi per favore. Per una maledetta volta resta alle mie spalle. 

 

Se il fiume Hudson non mormorasse di primo mattino sulla fine del mondo, io dovrei gettarmi dall’alto di un edificio di mattoni del secolo diciannovesimo. Ci sono persone così belle e libere in questa città.  Ti cercano con una certa luce di speranza. La primavera non osa alterare il grigio di gioia di Washington Heights e le sue terrecotte disperate nelle facciate. Questo quartiere d’un tratto mi ricorda il Lawton della mia infanzia. Ammetto di non sapere quel che dico, ma è così. Erano 40 anni che abitavo segretamente un simile angolo di pianeta. Uno spaccato di follia. Una visione, un miraggio. Miracolo. Adesso arrivi tu.

 

Le finestrelle di vetro – bara lasciano passare voci che provengono dal piano di sotto o dal prossimo stato di questo super – paese. Finalmente, dopo tanto tempo passato a contare stelle e ad aggiungerne sempre una in più per Cuba (sono cresciuto in mezzo a simili discorsi), non so dire quante brillino nel rettangolo azzurro. La bandiera nordamericana, diciamolo prima che sia troppo tardi, è una delle più belle del mondo. Per un’inezia preferisco la cubana, non so perché. Forse per la sua sensazione di squilibrio geometrico o di incompletezza.

 

Ho visto mendicanti coperti con tappeti da circo a New York e a Washington (deciderò di vivere a Washington quando sentirò che il mio cuore sta per morire: non è una città, è uno stadio e io amo gli spazi che superano la loro stessa estensione). Pochissimi mendicanti, ma proprio per questo li ho visti. Nelle strade di Centro Avana ce ne sono molti di più. E puzzano in modo peggiore. In ogni caso fa freddo e la notte è lunga. Mi compatisco. Penso che non ho abbastanza denaro neppure per comprare uno di quei tappeti. Sono un manichino da poco uscito dalle mani di uno Stato del quale nessuna delle persone che incontro smette di parlare per un solo istante. Mi trovo a New York solo per un motivo: per spogliarmi di ogni possessione e rimanere come il sogno di una semplice voce. La voce di coloro che hanno una voce ma sono sul punto di perderla per sempre in un simulacro di paese. Il mio paese compromesso tra gli alti poteri del crimine e l’economia, ma anche l’eccesso porpora di chi pensa di poter incubare dio nell’arcivescovato. La mia voce è consapevole di essere la tua voce, perché così ha sempre fatto, fratello, da Cuba. La tua voce da Cuba, dove vorresti che fosse, ma adesso non tornerai più ad ascoltarla, amore mio.

 

Hudson river, mormorio da lupo della steppa. C’è una furia da fine del mondo nel mio tonight, che mi spinge a frantumare il vetro delle finestre, fare a pezzi tende e negozi là fuori, sprofondare nella trachea di un subway che mi ricorda la luce smorta della linea 23. Nelle caffetterie le ragazze del quartiere sono tutte sinistre e leggono a street car named desire per ore. Io digito l’aritmia di una controrivoluzione antiaccademica, intollerabile nell’isola come nell’esilio. Non manipolabile, per questo stesso motivo: intoolerable. Let me go home. Io vado.

 

E la mia casa torna a essere il mio corpo che ospita una mente spaventata. È ovvio che il governo ci sta cacciando con metodi rozzi, affinano la mira come se fossimo anatre che fuggono in primavera. E lo siamo. Una notte del millenovecento e qualcosa, tre giorni fa, a Washington ho visto anatre nell’acqua gelida del monolite. Ho visto anche un refuso nel Memorial Lincoln. Ho visto fumo nelle fogne. Volantini dello State Department. E una solitudine da clausura che ho provato con dolore nelle ossa fino a quando una persona mi ha detto una cosa e subito dopo si è messa a ridere, restaurando l’ordine delle cose nell’universo. L’universo come una palla da biliardo che rotola come un bufalo vile.

 

A volte ulula. Wail. World Wilde wail che non permette di distinguere l’Hudson da un’ambulanza (quelle ambulanze dalle colonne sonore con sassofono e sesso che vedevo quando vivevo là, all’altro lato della baia e il cielo con fiocchi microscopici di fine inverno).

 

Ogni tipo di scrittura è un commiato doloroso. New York si prepara per il nostro massacro. Stanno per annientare noi cubani. Il deserto deve imperare, la vita è di troppo. Lo sto annunciando con un piacere intermittente che non esploderà sopra di te. Non ti darà il tempo di fuggire un’altra volta. In un certo senso, fino a quando non morirà violentemente l’ultimo dei cubani, Fidel Castro non riuscirà a morire.

 

(Quest’ultimo discorso è la cristallizzazione più intima della bellezza esposta davanti allo sconcerto di chi non sa udire. Che mi ascoltino dunque i miei personaggi. Ipatria, Olivia, Sally, infine…)

 

Sto per finire. Sono molti giorni che non riesco ad aggiungere un’immagine al mio disordine. Ho la tentazione di inventare parole. Altri nomi per un altro romanzo. Rosemary, Samantha, Kate. Sempre ragazze in fondo… Non potrei scrivere su ragazzi neanche un dialogo alla Padura Fuentes. Il ragazzo sono io e mi vado stemperando sempre più verso la fine.

 

Amén, miei cari. Lasciatemi andare.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

http://www.infol.it/lupi

 

 

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