Virgilio Piñera. Le parti (1944)

Le parti (1944)

da Cuentos fríos (1956)

 

Mentre aprivo la porta della mia stanza vidi che il mio vicino era in piedi davanti alla porta della sua. Siccome il corridoio che separava le nostre rispettive abitazioni era piuttosto grande, non riuscii a individuare subito che cosa fosse l’oggetto che gli copriva, partendo dalle spalle, tutto il corpo. Un’indagine più minuziosa mi consentì di vedere un lungo mantello dotato di magnifiche pieghe. Ma a stupirmi fu proprio quella parte del corpo che corrispondeva al suo braccio sinistro: in quella regione la tela del mantello affondava in maniera visibile e stabiliva una decisa differenza con l’altra, cioè, con la zona del suo braccio destro, anche se devo confessare che non era il caso di chiedergli spiegazioni. Neppure avrei potuto farlo, perché il mio vicino già oltrepassava la porta della sua abitazione imprimendo un elegante movimento alle ultime pieghe della coda del suo mantello. Da parte mia, cominciai a cavillare su quella fenditura nella regione della spalla sinistra, ma non fui in grado di progredire nei miei pensieri; il mio vicino usciva ancora una volta coperto dal suo grande mantello. Guardai rapidamente la sua spalla sinistra, e subito dopo, com’è naturale, la destra. Pure adesso la tela affondava in maniera visibile.

Questa volta il mio vicino non mi concesse il lusso di sorprendermi: una porta che sbatteva mi fece capire che era di nuovo scomparso. Ma, di sicuro, sarebbe comparso un’altra volta; in piedi, come sempre, un poco irrigidito nella parte dove la gamba destra si articola con il fianco; anche lì la tela del mantello formava una profonda insenatura. Un nuovo sbattere di porta mi annunciò un’ulteriore uscita: in effetti, era la quarta. L’unica differenza con la precedente consisteva nel punto di elasticità, cioè, il mantello, dai fianchi verso l’alto, togliendo quelle pronunciate fenditure delle braccia, delineava meravigliosamente la completa anatomia del mio vicino; ma, in cambio, dai fianchi verso il basso la tela del mantello si attorcigliava, formava pieghe capricciose come se sotto di lei non continuasse la sua anatomia. Io attendevo che un nuovo sbattere di porta mi portasse qualche spiegazione; ma se lo sbattere di porta avvenne fu solo per lasciarmi vedere che la tela incontrava nuove zone dove attorcigliarsi. Ossia, che tutta la zona che comprende la cassa toracica sembrava di un’elasticità così esagerata che la tela del mantello poteva assumere le pieghe più insospettate. Restava la testa, ma il mantello cominciava a cadere proprio dalle spalle, o più precisamente dalla base del collo, e, in verità, in quel momento non pioveva, c’era uno splendido sole, e d’altra parte, non eravamo al riparo di un tetto sicuro? Senza contare che il mio vicino era di ritorno per la settima volta alla sua abitazione e in quel luogo era del tutto impossibile ogni più remota inclemenza del tempo. Per quel che mi concerne, pensai logicamente a un’ottava uscita, ma di certo trascorse un tempo più lungo rispetto a quello impiegato in tutte le situazioni precedenti, inoltre non si udiva il solito sbattere di porta. Allora mi gettai furiosamente sulla porta e le detti un tremendo spintone. Fissate con enormi perni alla parete si vedevano le seguenti parti di un corpo umano: due braccia (destra e sinistra), due gambe (destra e sinistra), la regione sacro coccigea, la regione toracica, il tutto disposto graziosamente per imitare un uomo che si trova in piedi come per attendere una notizia. Non potei guardare per molto tempo, perché si udiva la voce del mio vicino che mi supplicava di collocare la sua testa nella parte vuota di quella composizione. Compiacendolo con tutto il cuore, prelevai con delicatezza la testa dal suo collo e la fissai nella parete con uno di quei perni enormi, proprio sopra la regione delle spalle. E visto che ormai il mantello non gli sarebbe stato di nessuna utilità, mi coprii con quello per uscire come un re dalla porta. 

Traduzione di Gordiano Lupi

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