Virgilio Piñera. Una vampata (1975)

da Un fogonazo (1987)

 

L’auto di Gladis forò una gomma proprio davanti alla casa di Alberto. Lei bussò alla porta per chiedere aiuto. Fu Juan ad aprire, dicendole: “Entri pure, signora”. Ma Gladis non entrò. Ritrasse il corpo in un istintivo movimento di difesa. “Alberto non c’è?”, chiese. Stringendo il pugno e facendolo ruotare intorno all’orecchio, Juan le fece capire che era al telefono. Al tempo stesso dolcemente ripeté: “Entri pure, signora”.

Una volta entrata, Gladis sorprese Alberto inginocchiato in un confessionale. Ascoltava, attento, quel che diceva una sconosciuta, pure lei inginocchiata. Alberto vestiva abiti da sacerdote, mentre la donna era nuda. La scena risultava estremamente ricercata, persino kitsch, o se preferite, di sconsiderata ingenuità.

Davanti a una simile scenografia, Gladis represse una risata. Era un gioco, oppure Alberto era impazzito? Soltanto rincretinito, un uomo come lui avrebbe cambiato l’aspetto della sala fino al punto di installare un confessionale e vestire abiti sacerdotali.

– Abbia la bontà di mettersi seduta – disse Juan, cerimoniosamente -. Gradisce un bicchierino di brandy o di menta?

Senza accettare i suoi inviti, Gladis si avvicinò al confessionale, proprio mentre chiedeva:

– Si può sapere che cosa stai facendo?

Rapido come un fulmine, rispose Juan, con grande scortesia.

– Confessa Marta.

Udendo il suo nome, Marta si alzò in piedi, e, mostrando un sorriso affascinante, si avvicinò con la mano tesa:

– Molto piacere. Ho così tanti peccati come la rena del deserto…

Fece una gran riverenza, quindi prese di nuovo posto nel confessionale.

Gladis pensò, questa volta, che i tre si stessero divertendo. Probabilmente, preparavano uno scherzo per qualcuno che stava per arrivare. Non per lei, certo, che li aveva interrotti. Allora, dimenticandosi della sua gomma bucata, decise di comportarsi di conseguenza.

– Anch’io voglio confessare i miei peccati.

– Se io l’autorizzo, dovrà farlo com’è vero che è venuta al mondo – avvertì Juan.

Gladis si pentì della sua decisione: nella voce dello sconosciuto Juan credette di percepire una fermezza molto distante da ogni tipo di comicità. Anche se poteva, dopo aver esaurito il lato umoristico della situazione, tornare alla normalità e sostenere una vivace e seria conversazione. Confortata da questo ragionamento, disse:

– Mi affido a lei. È certo che non ci hanno presentati; Alberto mette l’anima nel compiere il suo ministero, e sembra che non mi abbia neppure vista entrare, ma siamo già come vecchi amici. Mi presenterò nuda per poter confessare i miei peccati, mortali per necessità. Inoltre…

Ma Juan la interruppe bruscamente:

– Non è lei che deve giudicare i suoi peccati – e indicò una sedia -: Si metta seduta, e non apra più bocca.

Lo scherzo era durato troppo. Offesa, Gladis accennò una debole protesta. Ignorava che non le sarebbe stata permessa alcuna protesta, per debole che fosse. E se ne rese conto quando Juan, passando d’un tratto dalla formale cortesia alla più offensiva brutalità, la mise a sedere sulla sedia e procedette a imbavagliarla con un fazzoletto che, con gesto da mago, aveva estratto dalla tasca del suo frac.

Sprofondata negli abissi, passò di colpo dall’estrema sicurezza all’insicurezza estrema. Fino a questo istante – erano le sei di sera -, la sua giornata era trascorsa in armonia. Gladis faceva il possibile affinché la sua esistenza fosse piacevole, senza drammatici conflitti. Si alzava alle nove, faceva colazione con mezzo pompelmo e alcune fette di pane abbrustolite; alle dieci riceveva il suo massaggiatore; dalle undici alle una, leggeva; dopo si faceva un bagno, pranzava, faceva un riposino, quindi si preparava a passare la giornata, faceva visite, giocava a bridge, andava al cinema o a ballare, tutte cose che, dal suo punto di vista, rappresentavano la gioia di vivere.  

– Se l’è proprio andata a cercare – sentì dire a Juan con voce irritata -. Anche Marta se l’era andata a cercare. Quando conosco qualcuno subito chiedo che cosa non farebbe mai a nessun prezzo. Quando lo chiesi a Marta, mi rispose che odiava la confessione e il nudo. La sua confessione sarà interminabile e dovrà farla sempre nuda. Dovrà inventare peccati, veniali e mortali. Invece, visto che a lei piace confessarsi e stare nuda, resterà vestita e il bavaglio la farà tacere.

Gladis ascoltava e pensava di essere finita in un incubo. Si sarebbe svegliata e avrebbe riso di gusto. Per lei, nella vita reale, non potevano accadere cose simili. Che senso avevano il confessionale, l’abito di Alberto, la nudità di Marta, quel tipo vestito in frac, che parlava in maniera così strana per essere un domestico? Non era forse un domestico, un maggiordomo? Arrivata a questo punto, senza risposte, cercò di distrarsi, sviluppando con la mente un programma per la notte. Considerò che per riparare la sua auto ci sarebbe voluto, al massimo, un’ora. Alle sette avrebbe partecipato alla conferenza di dietetica dell’eccellente professor Brown; alle otto sarebbe passata dall’Ospedale di Maternità: Adele aveva appena avuto un figlio; alle nove sarebbe andata al ristorante con il suo amante; alle undici si sarebbero recati alla prima di un film, e avrebbero terminato la giornata in una discoteca. Dopo, a dormire il sonno dei giusti.

Naturalmente un programma così ameno era solo un esempio, in sintonia con i desideri di Gladis, del paradiso irraggiungibile che ogni essere umano spera di poter godere sulla Terra. Invece, era sprofondata di colpo all’inferno,  condannata a stare imbavagliata, alla mercé di un folle.

Un tale pensiero la ricondusse alla realtà, e ancora una volta il terrore si impadronì di lei. I suoi occhi, fuori dalle orbite, andavano da Juan ad Alberto, passando per Marta. Quando avrebbe avuto termine la situazione in cui era finita? Sarebbe durata una, quattro, dieci ore, oppure si sarebbe prolungata per giorni, mesi, anni? E soprattutto: quale sarebbe stato l’epilogo? La morte, rapida e brutale? Oppure lenta, ma ugualmente brutale?

Juan, come se avesse indovinato i suoi pensieri, le tolse il bavaglio. Lei ammutolì ancora di più, mentre lui andava nella stanza accanto. Tornò immediatamente con alcune disposizioni che impugnava nella mano destra. Ordinò a Marta e ad Alberto di sospendere la confessione, che lei si vestisse, e che Alberto cambiasse i suoi indumenti sacerdotali con un abito. Mentre si vestivano, obbedienti, servì quattro calici di Porto, le mise sul tavolo e si rivolse a Gladis:

– Parla fino a quando, disgustata dalle parole, non mi chiederai il bavaglio.

E lo agitò davanti ai suoi occhi spaventati.

A Gladis la prospettiva di vedersi obbligata a parlare per un tempo indefinito, in una situazione senza vie di scampo, provocava grande inquietudine.

Improvvisamente, come se le parole dette con timore, si deformassero, si alzò in piedi ed esclamò:

– Mia madre è in fin di vita in ospedale. Hanno telefonato a casa mia. Signore, lasciatemi andare.

Con calma terrificante, Juan ordinò:

– Stia seduta.

Poi disse, mentre degustava con piacere il Porto:

– Forse lei ignora che ci sono due mondi: quello che circonda questa casa e quello della casa stessa. La comunicazione tra i due mondi è interrotta. Si dimentichi del mondo esteriore e si concentri in questo.

– Mia madre… – gridò, in preda alla sua menzogna.

– Se sua madre fosse tra noi, sarei il primo a preoccuparmi per lei. Disgraziatamente, si trova nell’altra parte del mondo che ho già menzionato.

In quel momento ricomparvero vestiti Marta e Alberto. Juan disse loro di mettersi a sedere:

– Siamo persone ben educate, per prima cosa presentiamoci.

Come attori sul palcoscenico, i corpi si chinarono cerimoniosamente. Allora Juan, esibendo un fascino naturale, unito a una buona dose di perfidia, esclamò:

– Possiamo cominciare la conversazione.

In preda alla sua menzogna, divorata dall’angoscia, Gladis protestò:

– Signore, mia madre sta morendo.

Decisamente non si adeguava alla nuova situazione. Se avesse avuto due corpi, ne avrebbe lasciato uno in casa di Alberto per andare con l’altro alla ricerca del suo mondo quotidiano.

A mo’ di avviso, Juan agitò le disposizioni, dicendole:

– Non parli più di sua madre. La nostra comunità non si interessa a lei. Capito? E adesso, entriamo in argomento. Racconteremo una storia. Io comincerò, e voi andrete avanti. Dato che il nostro obiettivo è la narrazione, ometteremo ogni connessione logica. Vi avverto che ogni errore durante l’esposizione vi costerà un certo numero di frustate secondo queste disposizioni.

– Sono del tutto priva del dono della fantasia – disse Marta.

– Pure io – aggiunse Gladis.

– Non mi è mai accaduto di dover raccontare una storia – chiarì Alberto.

– Cosa devo sentire! – esclamò Juan, mostrando grande disprezzo -. Inventate senza starci tanto a pensare. Il modo migliore per farlo è parlare ininterrottamente.

I prigionieri si guardarono stupefatti. Nessuno desiderava raccontare niente. Cominciata la narrazione, si sentivano completamente vuoti.

– Nel secolo scorso – cominciò Juan -, per la precisione nel 1860, il grande esploratore inglese Cook scoprì, nella più impenetrabile foresta africana, nella regione del fiume Zambeze, una città che era la copia esatta di Londra. Siccome per un inglese può esistere solo la Londra che si trova in Inghilterra, ritenne il suo viaggio concluso. Dopo essersi tolto di dosso la polvere del cammino andò a presentare i suoi saluti alla regina Vittoria…

Interruppe il suo racconto e fece segno a Gladis di continuare. Questa, non poté fare a meno di lanciare una risata stridula.

– A me toglietemi dal gioco – esclamò.

Un colpo di cinghia in pieno volto fu la riposta di Juan.

– Per favore – disse Alberto -, ubbidisci al signore.

Lei sedette definitivamente perduta, il suo bel volto in lacrime. Non si trovava in un salone giocando a bridge, circondata dalle sicurezze riservate a una dama del bel mondo. Al contrario, qualcosa di strano si faceva largo, e cambiava il suo mondo affascinante per un altro nefasto. Juan, e non lei, era il padrone delle sue azioni. E, proprio quando Juan le allungò un fazzoletto con cui asciugarsi le lacrime, fu presa dall’orribile pensiero che la segregazione potesse durare in eterno. Conosceva il momento iniziale ma ignorava il finale.

– Attendiamo proprio lei – e Juan agitava le disposizioni.

Per puro istinto di conservazione, e per gli sguardi imploranti di Alberto – senza dubbio lui temeva rappresaglie più sanguinose -, Gladis, con enorme sforzo, proseguì il racconto:

– La regina ricevette l’esploratore in udienza privata e gli disse: Sir Cook, la nomino capo della spedizione per liberare tre sfortunati che sono alla mercé di un folle nella città di X.

Tacque, pentita della sua audacia. Attendeva una nuova cinghiata. Si mostrò sorpresa, quando Juan, muovendo la testa in segno di approvazione, invitò Alberto a proseguire la narrazione.

– Sir Cook raggiunse l’appartamento in cui si trovavano i prigionieri – proseguì Alberto – e udì che parlavano di lui. Allora chiese: “Mi conoscete?”. E loro dissero in coro: “Come possiamo non conoscere il celebre sir Cook!”

Juan, senza potersi trattenere, esclamò:

– Ben detto. L’eco delle imprese di sir Cook risuona nel mondo intero.

A un suo segnale, Marta continuò, con voce tremante:

– So che voi – disse sir Cook – siete prigionieri di un folle chiamato Juan, che da questo momento dichiaro prigioniero della nostra illustre sovrana. In quanto a voi, siete liberi.

Udite queste parole, e per un istante illusorio, i tre prigionieri si crederono restituiti al mondo grazie al potere della fiction. Ma Juan, soffiando con forza sul castello di carte, fece cadere la falsa credenza:

– Ah, povero signor Cook con le sue ingannevoli promesse!… Non è in suo potere liberarli. Se io voglio tenerli prigionieri, il tema della libertà non va affrontato in questa riunione.

Alberto, allora, osò chiedere:

– Cosa sarà di noi?

Juan si strinse nelle spalle, e rispose con grande moderazione:

– Non lo so neppure io. Presumo che la risposta verrà fuori dalla stessa situazione in cui siete prigionieri.

Alberto osò interromperlo:

– Alla fine lo riconosci: prigionieri.

– Non ho scelta. Per fare quel che mi piace, è necessario che facciate ciò che non vi piace. Peccato: i miei progetti non sono in sintonia con i vostri.

Di fronte a un’affermazione così categorica, ogni domanda e ogni richiesta di clemenza erano inutili. I prigionieri sprofondarono nei loro pensieri, e Juan, nelle sue macchinazioni. Seduti con statuaria immobilità, con i calici tra le mani, sembravano usciti da una fotografia. In perfetta consonanza con simile atmosfera, il silenzio parlò per lo spazio di alcuni minuti nel suo intraducibile linguaggio. Suonò il campanello e lo ridusse in polvere. Juan si alzò in piedi ed esclamò, con la voce tuonante di un attore nel pieno di una parte tragica:

– Il fotografo viene a immortalarvi!

In effetti – e in sintonia con l’organizzazione che sembrava governare gli eventi di quella casa -: era un fotografo. Senza scambiare un saluto né con Juan – ma neppure lui lo salutò -,  né con i prigionieri, si limitò a montare la sua macchina fotografica, provvista di un treppiede. Osservò con occhio professionale la stanza; con il suo fotometro misurò l’intensità della luce, lo avvicinò al gruppo e, infine, furtivamente, se lo rimise in tasca. La minuziosa operazione durò quasi mezz’ora.

Queste meticolose precauzioni del fotografo e la sua teatralità – in tutto e per tutto simile a quella di Juan – crearono un’aspettativa angosciosa nei prigionieri. Sembravano annunciare la loro imminente dipartita dal mondo dei vivi: ricordavano l’obiettivo di un’operazione sovrumana.

E siccome, per l’uomo comune, le cose inspiegabili assumono sempre un aspetto catastrofico, i prigionieri ebbero per la prima volta la consapevolezza che sulle loro esistenze incombeva una catastrofe. Una paura indescrivibile si impadronì di loro, ma nessuno osò pronunciare una parola. Il fotografo stava per scattare la foto, quando Juan lo fermò, e gridò con forza:

– Sorridete!

Una smorfia comparve sul volto di chi stava per essere fotografato.

– Non così – disse Juan, recuperando il suo aplomb -. Dovete apparire come se vi trovaste nel migliore dei mondi possibili. Ricordate: i posteri vi giudicheranno per questo sorriso. Riempitevi di felicità, amici. Il tempo vi ricompenserà.

I tre ebbero la netta sensazione che quello sarebbe stato il suo ultimo ordine. Grazie alla dote dell’ipocrisia, che in un simile frangente fu davvero molto utile, i loro volti cominciarono  a illuminarsi poco a poco, fino a dipingere le copie fedeli di tre meravigliosi sorrisi.

– Così va bene – ammise Juan con dolcezza, facendo un gesto in direzione del fotografo. Con lentezza da specialista, questo mise in azione la macchina, che loro presumevano infernale. Una volta compiuta la cerimonia, raccolse con cautela i suoi attrezzi e scomparve, in silenzio, proprio come era arrivato.

Juan attendeva soltanto questo. Con evidente soddisfazione ammucchiò in un angolo tutti i mobili e gli oggetti della sala. Lo scenario del suo spettacolo acquisì un aspetto deplorevole, ma lui sapeva bene che questo faceva parte del programma. Come ultima cosa, prese uno per uno i corpi rigidi dei prigionieri e li depose sopra il mucchio di macerie. Prima di andarsene, li guardò con tristezza:

– Un po’ ribelli. La prossima volta farò meno fatica. 

Traduzione di Gordiano Lupi

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