Virgilio Piñera. Belisario (1967)

da Un fogonazo (1987)

 

Alla tigre si dovette dare un nome da persona. Parlava con correttezza e si esprimeva con proprietà, quindi sarebbe stata una scortesia e persino un affronto chiamarla con il nome della sua specie o, cosa ancor più umiliante, darle un nome da cane come Capitán o Rey… Per questo si decise di chiamarla Belisario, Belisario Martínez.

La sua segretaria bussò con le nocche alla porta dell’ufficio:

– Si può, signor Belisario?

– Passi pure – rispose una voce suadente.

Quando la segretaria entrò, Belisario stava scrivendo a macchina. Non indossava abiti maschili, certo, ma si presentava proprio come era venuto al mondo: vestiva da tigre.

La mancanza di abiti maschili era la sola cosa che lo distingueva da un essere umano. Seduto correttamente davanti alla macchina da scrivere, sembrava un magnate della finanza o un amministratore. Non sarebbe stato esagerato paragonarlo a uno scrittore; ma uno dei grandi, un autore di pagine immortali. 

Belisario digitava, sopra un delicato foglio di carta color malva, una lettera allo scià di Persia. Si scusava di non partecipare al garden – party che tra breve il monarca avrebbe offerto in onore di una famosa contralto cinese, di passaggio dalle sue terre.

– Le sembra, Rosalia, che questa frase: “Non ho parole per ringraziare la vostra Graziosa Maestà di un così gentile invito”, sia abbastanza cortese?

– La ritengo molto corretta, signor Belisario. È una frase assai lusinghiera.

– Mi tranquillizza. Avevo qualche dubbio.

Guardò dal finestrone che si apriva alle sue spalle. Sospirò:

– Questo crepuscolo mi ricorda quello della mia patria.

Rosalia chiese timidamente:

– Qual è la sua patria, signor Belisario?

La domanda riuscì a farlo sorridere. Belisario mostrò un’impressionante fila di denti, canini e molari bianchissimi, così affilati che Rosalia si sentì venir meno. Un barlume di terrore scintillò nei suoi occhi.

– La mia patria è il Bengala. È lì che sono nato, e adesso ricordo appena quando sono venuto all’Avana e chi mi ha portato. Dovrebbe essere successo quando avevo due anni. Più o meno. Non ha importanza. Adesso, che ne ho dieci sulle spalle, sento di essere al massimo della forma.

E si stirò con grande voluttà.

– I suoi genitori sono bengalesi? – si azzardò a chiedere Rosalia.

– Nati e cresciuti in Bengala – rispose Belisario, mentre tornava a sospirare -. Morirono nel corso di una partita di caccia che il nostro maragià offrì al re d’Inghilterra.

Sospirò profondamente, ma non fornì dettagli su una tale tragedia familiare. Appariva così afflitto che Rosalia dovette dargli un cordiale.

Belisario, dopo brillanti studi all’Università dell’Avana, ebbe la fortuna di entrare, per unione matrimoniale, nella famiglia del ricco yachtman Benito Conde. La figlia di quest’ultimo – Natalia – non riuscì a resistere agli incantesimi felini di Belisario, al punto che, tre mesi dopo averlo conosciuto, erano sposati. Come prevedibile, Benito procurò a suo genero rapidi mezzi per arricchirsi. Belisario divenne milionario.

Il giorno dopo la conversazione con la segretaria, accompagnato da sua moglie, Belisario partecipò a una festa infantile. I bambini lo adoravano, era la bontà fatta persona, inoltre il loro istinto infantile faceva percepire che poteva essere un Santa Claus in ogni mese dell’anno. Seduto in una poltrona, con due bambini in braccio, tre sulle ginocchia e una moltitudine ai piedi, in una sorta di apoteosi, era l’immagine del padre benevolo.

Pure sua moglie lo adorava. Per lei Belisario non aveva niente della tigre, a parte l’anatomia. Lo lusingava, recitandogli la poesia di Blake sulla tigre. In realtà Belisario aveva mille motivi per sentirsi lusingato, ascoltando dalle labbra di sua moglie, una donna che non aveva alcuna caratteristica tigresca, quei versi immortali. Indubbiamente, non è cosa abituale vedere una tigre che ascolta, deliziata, dei versi che riguardano la sua natura bestiale; ascoltare la sua stessa descrizione.

Nonostante queste cose eccezionali, molti si chiedevano se Belisario fosse un uomo-tigre, ciò che Calderón definì “un composto di uomo e fiera”. Alcuni andavano ben oltre – e certe congetture li gettavano nel panico -, quando affermavano che Belisario era una fiera con un’umanità in prestito, qualcosa di simile all’illusione della gente. Dicevano che il suo amore per i bambini, per la moglie, i gesti delicati, erano soltanto una maschera per nascondere la vera e tenebrosa natura. Se un giorno nefasto questa copertura umana avesse abbandonato la sua pelle, sarebbe venuto fuori, magnifico e sanguinario, il perverso animale che portava dentro.

Qualcuno propose una prova considerata infallibile per conoscere la vera natura di Belisario: utilizzare Natalia. Lei doveva provocare la tigre per far venire alla luce la sua condizione devastatrice. Anche se come risultato inevitabile la bella Natalia sarebbe stata fatta a pezzi, questa tragica verifica avrebbe risparmiato l’olocausto di molte vite.

Il piano restò a livello teorico. Non solo avrebbe provocato una tragedia inutile e la disgrazia di due esseri che si amavano teneramente, ma risultava pure un progetto difficile da mettere in pratica: Natalia non avrebbe mai acquisito la condizione di tigre e non si sarebbe mai prestata a una simile verifica.

Forse non saremmo mai riusciti a scoprire la vera natura di Belisario, ma in compenso si sapeva, con certezza, il terrore che infondeva la sua dualità. Egli si trovava a rappresentare, in mezzo a una società raffinata, un segno del terrore primitivo, un indizio che era un avvertimento. E, naturalmente, l’ansia di alcuni divenne ansia di tutti: scoprivano un tale indizio negli occhi gialli di Belisario.

E tra i suoi artigli, quando lui li abbracciava teneramente, provavano l’orribile sensazione che, se all’improvviso si fosse svegliata la tigre, sarebbero stati divorati.

Queste terrificanti visioni non si verificarono. Belisario morì di vecchiaia. Raggiunse l’età massima per una tigre: diciannove anni. Ma quando, nel suo letto di morte, il sacerdote gli dette l’estrema unzione, proprio mentre la stava ricevendo, accadde qualcosa di spaventoso: lanciò un temibile ruggito. Ma ormai era troppo tardi: non ebbe il tempo di recuperare la sua vera natura. Stava esalando l’ultimo respiro. 

Traduzione di Gordiano Lupi

http://www.infol.it/lupi

Annunci