Virgilio Piñera. La crescita del signor Madrigal (1978)

da Un fogonazo (1987)

 

With fantastic terror never felt before…

Edgar Allan Poe

 

Il signor Madrigal cominciò una crescita a ottant’anni, ma non si deve pensare a una crescita fisica. A tale età possiamo dire piuttosto che si “decresce”: il corpo si va incurvando come se tendesse verso la terra; lo scheletro, composto da centootto ossa che si trovano sotto la carne dall’epoca remota in cui erano nel grembo materno, potrebbe sollevare un “gatto” con la stessa facilità con cui solleva il telaio di un’auto. Quelle ossa, cresciute fino alla loro estrema grandezza, andranno decrescendo e diventeranno polvere. Pulvis eris et pulvis reverteris

Il signor Madrigal, che per implacabile legge biologica, si trovava in quella situazione, cominciava un altro tipo di crescita. Nel suo organismo, ormai in totale decadenza, in via di decomposizione e, persino, di putrefazione, si era generato qualcosa, e, secondo il processo di gestazione, doveva forzatamente crescere. Il signor Madrigal era, per esprimerci in termini ginecologici, incinto.

Non era certo un uomo brillante, né di talento; malgrado ciò, riusciva a rendersi conto che secondo le regole dell’ostetricia non poteva generare una creatura, e sorrideva ironicamente pensando che, se avesse confidato il suo caso agli amici, questi, a loro volta, si sarebbero burlati crudelmente di lui, tacciandolo come un caso tipico da infermità di grado avanzato.

La prima manifestazione di questa “gravidanza”, che dovremo accompagnare con la connotazione di “ineffabile” – perché, sebbene fosse vero che era ineffabile, visto che il signor Madrigal non poteva generare niente di niente, non è meno certo che non lo fosse nel senso che nel suo essere, perfettamente incinto, sarebbe nato e cresciuto qualcosa che fremeva nelle sue interiora -, ebbe luogo alle sei della sera, ora in cui, con precisione cronometrica, era solito prendere come unico alimento un po’ di latte.  Era tutto un rituale: il signor Madrigal ci impiegava una buona mezz’ora. Il latte non era per lui il nettare degli dei. No, il signor Madrigal, tra le altre raffinatezze, escludeva una vita sensuale. Ma per reminiscenza infantile o preferenza della dieta lattea, amava il latte, e per puro caso quel piacere gli era persino d’aiuto perché la dieta imposta non costituiva un problema per i suoi ottant’anni.

Quando avvicinò il bicchiere di latte alle labbra, provò un profondo scoraggiamento. Sentì che compiere quella azione comportava identico sforzo che sollevare, per esempio, cento libbre; allo stesso tempo, quella azione, di per sé penosa, era accompagnata da una pungente sensazione di inutilità: il bicchiere, ora trasformato in un peso eccessivo, era la visibile rappresentazione del superfluo,e, di conseguenza, il superfluo diventava la sua proiezione dell’anima. Questa relazione bicchiere – inutilità, sviluppandosi nella sua mente, lo avvertiva che cominciava una crescita, la sua, e che quella specie di feto si stava sviluppando fino a configurare una sorta di creatura. 

Vuotò il contenuto del bicchiere a grandi sorsi, come se avesse dovuto bere un medicinale sgradevole. Il diletto di mezz’ora si ridusse a pochi secondi. Quel latte, tra i pochi piaceri che gli restavano – tanto sensuali come spirituali -, non era più latte; pur essendo lo stesso alimento che prendeva dal petto di sua madre con scandalosa ghiottoneria da lattante, adesso, per il fatto di essere un ingrediente della sua crescita, era come piombo liquido che gli scorreva in gola.

 

Una volta che a causa della pioggia mi trattenni a casa sua, dopo aver esaurito il rosario dei lamenti intorno ai suoi acciacchi – rosario che ogni anziano sgrana in presenza di un giovane -, il signor Madrigal mi raccontò, sussurrando, tutto quel che avete letto prima, e aggiunse:

– Qualcosa dentro di me cresce come un feto.

Un po’ per non contraddirlo e un po’ per pietà domandai:

– E che cos’è quel che ha dentro?

– Se lo sapessi… – e sospirò profondamente.

– Cosa dice il medico?

– Quale? Il medico delle anime? Il medico del corpo non può fare niente per me.

Tornò a sospirare, e come arrendendosi a una terribile evidenza:

– Ma neppure il medico delle anime…- aggiunse.

Insistetti stupidamente:

– Vada dallo psichiatra.

– Dallo psichiatra uno ci va da giovane, perché sistemi la vita passata, la presente e anche la futura. Ma, alla mia età, lo psichiatra non può sistemare la mia futura morte.

Proruppe in una risata fragorosa. Era una risata ilare, ricca di convulsioni, e dalla quale le parole schizzavano fuori come gocce d’acqua nello strutto bollente.

– La mia futura morte! Soltanto a me, sciocco che sono, potrebbe saltare in mente di parlare del futuro. La mia morte è presente. A portata di mano!

Confesso che fui crudele, ma dissi:

– Se qualcosa cresce dentro di lei, questo “qualcosa” è, semplicemente, futuro.

– Si sbaglia. Quel che cresce dentro di me non è una vita nuova.

– E che cosa sarebbe, allora? – domandai, parecchio irritato da tutti quei discorsi bizantini.

Con una cadenza malinconica, rispose:

– Lo sapremo al momento del parto.

 

Dopo un anno dal nostro incontro, come era prevedibile, i suoi acciacchi si erano accentuati. Raggiunse un grado di estrema magrezza. La carne, ridotta alla sola pelle, sembrava incrostata alle sue ossa. Per quel che riguarda l’animo, le sue reminiscenze, nutrite da valanghe di ricordi di una lunga vita, erano sparite dalla sua testa, lasciandola completamente vuota. Il suo disanimo si aggravò quando, una sera, bevendo il solito bicchiere di latte, avvertì che non era più il “liquido bianco, opaco, nutriente”, ma l’illusione della vita. Il latte, spogliato da tutta la sua corporeità, diventava, a sua volta, tempo consumato e, pertanto, morte.

Allora pensò che gli restava poco da vivere. E questo pensiero divenne ancora più consistente quando, mettendo la testa fuori dalla finestra, come colui che sta per morire soffocato, vide la Luna, e quasi si domandò che cosa stesse vedendo. Sapeva che i suoi occhi guardavano per la milionesima volta il satellite della Terra, ma, al tempo stesso, a causa di una progressiva devitalizzazione, immaginava che la Luna fosse un’illusione dei suoi sensi. D’ora in poi non avrebbe potuto, come probabilmente facevano tutti gli altri, associarla alla sua vita e neppure mettere piede nel suolo lunare come astronauta.

Svolse in quel momento l’operazione inversa a quella che realizza ogni bambino: cominciò a spopolare il mondo fino a lasciarlo vuoto, immerso in un silenzio spaventoso. Non aveva più risposte per le domande, anche se c’erano domande in abbondanza.  

All’improvviso, come a un naufrago, gli venne a mente l’unica domanda di cui ancora disponeva: “Che cos’è quello che cresce dentro di me?”. E, proprio quando la formulava, cominciarono i dolori della singolare venuta alla luce.

Ebbe un parto felice: due o tre boccheggi e il rantolo finale. Come il neonato nella sua culla, un cadavere – prodotto finito della crescita del signor Madrigal – giaceva sul letto. E sebbene dalla sua bocca non uscissero vagiti, la nuova creatura si faceva annunciare dall’insistente ronzio di una mosca.

 

Traduzione di Gordiano Lupi

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