Virgilio Piñera. Parecchi bambini (1957)

critica-jprattsariol-Lima_PineraParecchi bambini (1957)

da El que vino a salvarme (1970)

 

Due parole come prologo: mi piacciono i bambini nati da pochi mesi. Non vi mettete in testa che sia anormale, un nuovo Gilles de Rais. Detesto le messe nere, l’erotismo malsano, i piaceri complicati… Sono un uomo di casa, un impiegato statale che fa il proprio dovere. Non vivo in luoghi appartati, non frequento gente di malaffare, pago le tasse, non ho mai avuto guai con la giustizia; in una parola, sono un buon cittadino. Ma mi piacciono i bambini. Per mangiarmeli (sic). Mi piace la carne di bambino come a un altro piace succhiare gli ossicini di beccaccia. Aggiungo che mi piacciono di tanto in tanto, al massimo tre o quattro ogni anno. Credo proprio che non mi si possa accusare di strappare i figli alla Patria. Quando mi vengono dubbi in proposito leggo le statistiche del Ministero della Guerra. Per esempio, nell’ultima guerra morirono mezzo milione di giovani tra i quattordici e i diciotto anni. Questo mi tranquillizza: quattro contro mezzo milione è poca cosa, fa ridere di gusto, uno si sente come il salvatore che arriva davanti alla casseruola dove stanno per essere bolliti dai cannibali parecchi infelici. Se analizziamo bene le cose io libero quei bambini dalla macelleria del campo di battaglia. Un giorno o l’altro la Patria mi erigerà una statua. E se non lo farà, peggio per lei. In ogni caso morirò con la soddisfazione di aver compiuto il mio dovere, e, cosa ancora più importante, con dolci visioni di carni rosee.

Forse è una pura causalità che mi prenda voglia di mangiare neonati durante i cambi di stagione. Appena l’inverno sta per diventare primavera o l’estate si trasforma in autunno vengo assalito da tale necessità. Imperiosamente. Soltanto Dio sa gli sforzi che feci in altri tempi per vincere questa inclinazione. In quel periodo di scrupoli morali (per fortuna ho superato tali scrupoli: mi sono convinto che mangiarsi un bambino rientra nell’ordine naturale delle cose) mi persi alcuni bocconi deliziosi. Maledetti scrupoli che servirono solo a mandare i bambini a perdere la vita nell’altra guerra. Non me lo perdonerò mai. Quando dico l’altra guerra, sappiate che parlo di vent’anni fa: da quella data sono cambiate tante cose. Per fortuna.  

Ora come ora, con i miei cinquant’anni compiuti sono metodico come il vecchio scapolone che legge il suo quotidiano. Non violo mai le regole imposte: quattro bambini all’anno. Questa cosa mi distingue dalla gente volgare che mangia a ogni ora e qualunque cosa. Ho avuto l’opportunità di portarmi via gemelli che si trovavano da soli in un giardino pubblico. Inoltre la bambinaia amoreggiava con un soldato in una panchina lontana. Ma ne presi soltanto uno; l’altro – dissi tra me – lo lascio ai suoi genitori, e in caso di necessità alla Patria. È giusto. E poi non mi piace mangiare due volte lo stesso piatto.

Un altro aspetto che desidero chiarire. Non sono un sequestratore di bambini. Io mi limito a mangiarli. Per questo la polizia mi considera un uomo inoffensivo. Ogni volta che mi diletto con un bambino (non posso dire che li divoro perché quel verbo indica comportamenti selvaggi e bestiali) c’è una retata di sequestratori e di tipi malavitosi. A parte che la polizia associa sempre “bambino perso” con “riscatto”, io mi sono ingegnato a produrre false denunce: faccio pervenire lettere con richieste di denaro, fornisco nomi di noti malviventi, segnalo uomini eccentrici e giovani disoccupati, chiamo al telefono gli afflitti genitori indicando luogo e ora per uno scambio che non avverrà mai. In una parola, confondo, disoriento, allontano i sospetti dalla mia persona. E per finire: una volta che mi sono mangiato il bambino corro a casa dei suoi genitori per offrire i miei servigi come investigatore dilettante. Edificante, vero?

E adesso entriamo in argomento. Perché ebbi un grave contrattempo nel mio commercio con i bambini. Fu l’ultimo inverno. Imputo la responsabilità all’autunno. Ho già detto che a ogni cambio di stagione…Ma quell’autunno si presentò sgradevole. Le foglie caddero più rapidamente del solito, un vento tagliente soffiava per le strade, persino l’odore tipico di quella stagione dell’anno si era trasformato in un odore di putrefazione e morte.

Era la prima volta che accadeva in vent’anni. Io ero abituato agli autunni soavi, dorati, allo spogliarsi degli alberi sotto un sole tiepido, con i sentieri di piazze e giardini ricoperti di foglie morte che riflettevano tutte le tonalità del giallo. In giorni come questi era una festa attendere la sera migliore per scegliere la carne adatta alla divina stagione, voglio dire, un bambino malinconico, uno di quei bambini in carrozzina che ci producono una sensazione incantevole, che sembrano filosofi assorti in pensieri profondi.

E siccome quell’autunno non fu autunno e neppure inverno, ma fu, come dicono i francesi, “un autunno marcio”, persi l’appetito, rinunciai alla selvaggina, chiusi la mia porta e mi immersi nei ricordi. Per questo quando arrivò l’inverno: rotondo, inclemente, quando le prime nevicate imbiancarono strade e piazze, corpi e anime, mi gettai nella caccia pervaso da una fame divoratrice. Per mia disgrazia l’istinto ebbe la meglio sull’intelligenza. Non ero più un cacciatore metodico e freddo, al posto dello stratega fremeva in me l’animale predatore con gli artigli scoperti. Pochi minuti prima di uscire, mia moglie, vedendomi così eccitato, mi rimproverò. Siccome lei mi vuol bene davvero, e, cosa ancora più importante, condivide i miei banchetti, non si stancò di richiamarmi all’ordine. In un modo o nell’altro placai i suoi timori e trovai la mia buona stella.

Che cosa singolare, com’è tutto strano in questa vita! Fu lei stessa la causa indiretta del grave contrattempo. Mi chiese di portare a sua sorella un cappello (doveva assistere a un matrimonio previsto per le sei ed erano già le cinque della sera). Non potevo dire di no: la casa di mia cognata era proprio sulla strada del Giardino Municipale, la mia riserva di caccia preferita. Come potevo non compiacerla! Presi il cappello, e dopo pochi minuti il tram mi lasciava davanti alla sua porta. È un edificio di venti piani. Mia cognata vive proprio nell’ultimo. Mentre salivo con l’ascensore la prima cosa che videro i miei occhi fu un meraviglioso bambino che dormiva placidamente nella sua carrozzina. Ai suoi piedi c’era un enorme San Bernardo. Mancava soltanto la madre o la bambinaia, e non occorreva grande intelligenza per capire che stavano per salire.

Se l’autunno fosse stato davvero autunno e se per colpa di tale sfortunata circostanza non mi fossi sentito così affamato, il bambino in questo momento sarebbe ancora nella sua carrozzina, mia cognata avrebbe il suo cappello e io sarei andato a caccia giudiziosamente nei giardini municipali. Soltanto un disperato potrebbe rubare un bambino in condizioni tecnicamente impossibili. Lo ripeto: l’istinto annebbiò l’intelligenza. Certo, mi guardai intorno. Mi accertai che non avessero chiamato l’ascensore, scrutai lungo il corridoio per verificare se la porta di un appartamento fosse aperta. In effetti, una lo era; sicuramente quella della famiglia dell’innocente creatura. Non avevo tempo da perdere!

Procedetti al ratto. Con grande attenzione presi il bambino tra le mia braccia, mentre lasciavo cadere il cappello nella carrozzina. Il San Bernardo, fermo sulle zampe, cercava di leccare il bambino mentre muoveva allegramente la coda. Lo tranquillizzai, usando le buone maniere, l’animale mi ubbidì ma continuava a starmi attaccato. Io potevo aprire la porta dell’ascensore e andarmene via di soppiatto, ma questo piano, apparentemente così semplice, presentava un grave difetto. E se il cane abbaiava? Ebbi quella che mi sembrò una grande idea: tornai alla carrozzina, presi il cappello, lo feci annusare al cane e subito dopo lo lanciai il più lontano possibile. Ma è dimostrato che i cani sono parecchio capricciosi. Restò piantato sulle sue zampe. Una grave indecisione si dipinse sul mio volto. Solo pochi istanti, poi alcune voci che uscivano dalla porta aperta mi obbligarono, rapido come un fulmine, a entrare nell’ascensore, seguito dall’implacabile cane. Dopo tutto, non era inopportuno che mi seguisse: la compagnia di questo animale avrebbe dissipato ogni sospetto del portiere o di qualche familiare. Cominciai a scendere. Avevo appena iniziato a farlo quando udii grandi grida sopra la mia testa. Non provai alcun timore. Il colpo non poteva andar male. Tutto quello che dovevo fare era lasciare che l’ascensore mi portasse al piano terra, una volta arrivato sarei uscito assumendo l’aria del padre felice accompagnato dalla fedeltà di un cane delle nevi.

Le cose non andarono così. Come nei crimini perfetti si verificò l’inevitabile imprevisto. Semplicemente: l’ascensore si guastò, rimase bloccato tra due piani. Era incastrato! Pigiai disperatamente uno dopo l’altro tutti i bottoni. Tentativo inutile. Inoltre, le grida che provenivano dall’alto si univano con quelle in basso. Senza dubbio si era diffuso l’allarme. Sarebbe arrivata subito la polizia. Mi attendeva la forca. Sì, la forca. Perché chi può scappare da un ascensore? Secondo voi chi fugge dalle grinfie della Giustizia può uscire da un ascensore rotto e dire con voce angosciata, da innocente: “Oh, grazie, grazie, è stato tutto molto spiacevole!”?

Nel frattempo il bambino si svegliò e le sue grida, come era prevedibile, attraversavano le pareti dell’ascensore. Allarme del tutto superfluo, perché già ne stavano succedendo di tutti i colori sopra e sotto la nostra prigione. Soltanto il San Bernardo se ne stava zitto, e facendo onore alla sua razza cercava inutilmente una via d’uscita salvifica.

Subito le voci si fecero più vicine. Sentii un gran numero di persone che discutevano, davano ordini, strillavano e vociferavano mentre salivano e scendevano instancabilmente.  In un caso così disperato come quello di cui stiamo parlando, una persona che abbia una minima probabilità di salvezza si dirà: “Non c’è un minuto da perdere!”. Ma io avevo una possibilità? Tutto quel che potevo fare era attendere stupidamente che mi tirassero fuori sano e salvo… Giuro che se il diavolo esistesse gli avrei venduto l’anima. Ma ho detto il diavolo? Caspita! Ognuno di noi, se dotato di sufficiente ingegno, può costruirsi il suo. E questo è proprio quel che feci. Mi resi conto che l’ascensore scendeva. Quei maledetti avevano già riparato il difetto meccanico, ma proprio in quel momento il mio diavolo portò a termine la sua nascita.

E guardate che originale, discreto ed elegante procedimento inventò per tirarmi fuori da una situazione così spiacevole. Io, come un diavolo che si trovava in un momento piuttosto critico, aprii la bocca al San Bernardo e senza perdere un secondo ci misi la testa del bambino. Subito dopo lo feci io stesso e mi persi nei grovigli intestinali del docile animale.

Appena in tempo! Il cane non aveva ancora finito di chiudere la bocca e di leccarsi il muso, quando si aprirono le porte dell’ascensore e una moltitudine infuriata si lanciò all’interno intenzionata a farmi a pezzi. Immaginatevi lo sconforto, la frustrazione, l’abbattimento, la delusione che provarono tutte queste brave persone. Non solo, si sentirono tremendamente confuse. Visto che i fatti non erano comprensibili, cercarono rifugio nella magia: si misero a dire che io non ero soltanto un sequestratore ma pure un negromante, che soltanto il diavolo in persona avrebbe potuto tirarmi fuori da un ascensore bloccato tra due piani. Ascoltavo le loro proteste e le grida furibonde tranquillamente rannicchiato nelle viscere del cane. Per colmo di fortuna l’innocente era tornato ai suoi placidi sogni. Senza dubbio, la sorte era dalla mia parte.

Tutta questa baraonda raggiunse l’acme quando la madre infelice fu in preda a un attacco isterico. Abbracciata al cane, gli chiedeva stupidamente dove fosse suo figlio. Il San Bernardo, senza dubbio un po’ ripieno di tanta carne, le rispondeva con alcuni discreti rutti, leccando teneramente il suo volto inondato dal pianto. Per sottrarmi a una scena così ripugnante mi misi a combinare la salsa verde con la salsa tartara. Soltanto un artista come me può creare miscele così contrastanti.

In realtà, attendevo la venuta del capo della polizia, che come accade sempre arriva tardi sul luogo dei fatti. Finalmente fece la sua comparsa. La sua presenza calmò come per incanto quel mare in burrasca. Certo, dette ordini millenari, codificati dai tempi dell’Impero Romano: in sostanza si riducevano a far sgombrare il pubblico e a promettere la rapida cattura del mostro. Mi definì proprio con quella parola. Infine invitò con dolcezza i genitori della vittima a salire sulla sua auto per andare nel suo ufficio a redigere la denuncia.

Questo era il momento che attendevo. Il cane non avrebbe fatto parte della comitiva. Non si è mai visto che un San Bernardo abbia qualcosa da dichiarare. Quindi fu chiesto al portiere di avere la bontà di tenerlo nel suo giardino fino a quando la famiglia non fosse tornata a casa. Non appena il portiere si mise a fare le pulizie dell’ascensore, presi il bambino tra le mie braccia e uscii con grande tranquillità dal ventre del cane. Aprì una porticina che portava in un vicolo. Fui subito salvo. Quella notte facemmo una cena deliziosa. Nel dopocena raccontai a mia moglie la strana avventura. 

 

 

 

Traduzione di Gordiano Lupi

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