Yoani Sanchez, blogger: “Voglio aprire un giornale libero a Cuba”

Da WIRED.IT

Cuba – L ’Havana non è wired. Puoi girare ore per il centro della capitale cubana con il tuo iPhone, speranzoso di raccimolare un hotspot wi-fi a cui connetterti, invano. Il problema è che, in un Paese dove l’ alfabetizzazione è al 99,8% e la scolarizzazione tra le più elevate del mondo (non è un caso che Chavez sia venuto qui, a farsi curare dai medici cubani), l’ alfabetizzazione digitale è invece indietro anni luce. Con un tasso di penetrazione di Internet che a stento raggiunge il tre per cento (stime ufficiali governative: difficile trovarne altre), Cuba è tra i fanalini di coda del mondo occidentale. Il protocollo http è pressoché inaccessibile ovunque, mentre solo ultimamente è raggiungibile l’smtp, che permette ai gestori di casas particulares (le case private affittate ai turisti, non ammesse però in ogni parte dell’isola caraibica) di rispondere almeno alle mail degli aspiranti affittuari.


È in questo contesto che opera Yoani Sanchez, la blogger cubana famosa ovunque nel mondo.Tranne che nel suo Paese, dov’è conosciuta solo da Fidel, Raul e i suoi collaboratori, che la monitorano quotidianamente e saltuariamente le impediscono di volare in qualche Paese dove sarebbe invitata come ospite in trasmissioni importanti. Non ultimo il programma di Roberto Saviano, dove lei non è potuta intervenire. Non le era stato permesso l'espatrio. Dal 14 gennaio tutto è cambiato: basterà avere un passaporto per potersi recare all'estero. Yoani è stata tra le prime a richiederlo e finalmente sarà libera di viaggiare.


La incontriamo prima dell'entrata in vigore della nuova legge sull'espatrio in un androne di un fatiscente palazzo che contiene murales di poemi castristi e generazioni di giocatori di domino. Indossa una maglia semplice, bianca, con un foulard verde a pois. Ed indossa i suoi capelli, che sono scialle e burqa, all’occorrenza, quando desidera scomparirvi dietro. Si presenta mano nella mano con il suo amore di sempre, Reinaldo Escobar, anche lui giornalista, anche lui dissidente, anche lui – quindi – con svariate apparizioni in carcere nel curriculum. Si accomodano entrambi a tavola ed ordinano un bianco cileno, che è quanto di meglio si possa avere in fatto di vini nel bel mezzo dei Caraibi. Ecco cosa ci racconta: ” Sono una blogger cieca. Magari voi non lo sapete neanche, ma esiste una funzione che permette di aggiornare lo status di Twitter via sms. Io faccio così, non potendo accedervi. Ma inviare sms costa molto. Così, se per un paio di giorni non scrivo più niente, qualche follower gentile mi dona dei soldi per ricaricare il mio account. Ma certo, leggere i commenti di chi mi segue mi rimane impossibile“.


Economicamente Cuba è un Paese a cui non manca niente. Ma che è comunque povero. Tutto parte da un’anomalia, unica al mondo: la coesistenza a Cuba di due monete distinte, con valori diversi. A chi giova questa compresenza?


“La parità monetaria esiste a Cuba dal 1993, ma più che di parità monetaria si tratta in realtà di schizofrenia economica: ogni giorno quando una persona si sveglia deve pensare in che mercato andrà a comprare quali prodotti e con quale moneta andrà a comprarli. Il Peso Convertible [anche noto come Cuc, dalle iniziali di Cuban Convertible, nda] – dà accesso a un’economia che il cubano medio non può neanche sognarsi. I prezzi per una cena come quella di questa sera, che per voi europei restano irrisori, sono irraggiungibili con un salario in moneda nacional. Mia cugina, che è dottoressa, deve fare la coda al razionamento per ottenere sapone, dentifricio, generi di prima necessità. Un qualsiasi barman di un locale di Varadero percepisce il doppio del suo salario dalle sole mance dei turisti occidentali”.


I turisti a Cuba cercano un viaggio nel temp: i manifesti della propaganda, le auto americane anni ’30, ora lentamente soppiantate da quelle occidentali. Ma esiste la voglia dei più giovani, della Generazione Y che racconti sul tuo blog, di cambiare le cose e di uscire da questo anacronismo storico?


“Certo che esiste, ma devo dire che ancora maggiore è la frustrazione della nostra generazione. Una generazione che non ha mai inserito una scheda in un’urna elettorale per decidere chi governa il Paese. E questa frustrazione più che tradursi in volontà di cambiamento si traduce in emigrazione, che rimane la soluzione zero. Purtroppo, la più semplice”.


Reinaldo Escobar s’inserisce nella conversazione, alzando l’indice destro e chiedendo, ossequioso, “Permiso”. Ci dice: ” Lo so che idea avete voi europei di noi cubani. Ci vedete sempre sorridenti e felici, come Colombo quando sbarcò qui e sterminò i nostri antenati taìnos. Ma non per questo non possiamo chiedere di meglio“.


Nel frattempo, Yoani prende tra le mani il nostro iPhone, curiosando tra le foto dei giorni precedenti. Ride divertita di una elaborazione fotografica del volto del Che in versione Avatar. Mi chiede di inviarle la foto, poi ci ripensa e si risolve a scattare una foto della foto.


“Vedete, anch’io ho uno di questi strumenti. Me l’ha spedito mia sorella dagli Stati Uniti, come regalo. Ma a pensarci bene, a cosa serve uno smartphone in un paese come Cuba, con uno dei tassi di penetrazione della rete più bassi al mondo?”.


Non a molto, in effetti.


“Non a molto, perché non siete cubani: chiunque abbia uno smartphone qui ha imparato a utilizzare queste app per utilizzare Internet pur non essendo connessi. È sufficiente scaricare tutto lo scaricabile, quando si può. O andare nel mercato nero e comprarsi backup dei sistemi. Vedi questa Wikipedia qui? È esattamente come la vostra. Certo, per lei Gheddafi è ancora vivo [è aggiornata ad ottobre 2011, nda]ma per tutto il resto posso leggere tutto esattamente come voi. Da dov’è che venite? Torino? Ecco qui, prima capitale d’Italia, regione Piemonte…”.


Rispetto alle ultime foto che abbiamo visto di te, però, il tuo sorriso sembra sbiadito…


“Questo è il ricordo del mio quarto e ultimo arresto. Ma non è questo a darmi noia, non sono le minacce fisiche o verbali a me o alle persone che mi stanno vicino. Piuttosto, è la mancanza di libertà nel viaggiare. Sono stata invitata anche nel vostro Paese, alla trasmissione di Roberto Saviano, ma il governo mi ha negato il visto per la ventesima volta negli ultimi anni. Vorrei vivere qui, qui e in nessun altro posto al mondo. Ma vorrei poter essere libera di muovermi, libera di informarmi, e non di leggere solo quello che il Partito decide di farmi leggere tramite Granma e Juventud Rebelde [i due principali organi di informazione del Paese. Sostanzialmente: gli unici, nda]“.


In qualche modo, Yoani, ti sente erede dei padri rivoluzionari di Cuba come Jose Martì, il primo Fidel, Camilo Cienfuegos e Che Guevara?


“In qualche modo sì, ma a modo mio. Vedete, questo è un Paese dove troverete ovunque circoli per la difesa della Rivoluzione. Ma non c’è nulla da difendere. La Rivoluzione va fatta, ogni giorno. Chi sta al potere oggi non vuole nessuna Rivoluzione, ma solo l’incancrenirsi dello status quo. Sogno un paese in cui ciascuno possa essere autore della propria piccola Rivoluzione, possibilmente imbelle e incruenta: sono e resto una persona della Parola. Sogno un paese in cui la sommatoria di queste piccole rivoluzioni ne inneschino una a più alto livello, davvero Grande. E sogno di poter raccontare tutto questo, in un giornale libero, che vorrei fondare. Al momento cartaceo, perché non è facile costruire una cultura di Internet oggi, in questo Paese. Ma visto che siamo qui per sognare, un giorno magari anche online, chissà…”.


360mila followers su Twitter non aspettano altro che un pretesto, per poterla finalmente leggere a porzioni più cospicue di centoquaranta caratteri per volta.