Virgilio Piñera. Un parto insospettato

29fb3b96bcd5fb184d129c401745b52b_xl1di Virgilio Piñera – da El que vino a salvarme (1957)

Mia madre, che ha settant’anni, è stata chiamata con la massima urgenza da mio fratello minore. Mi sta accadendo qualcosa di singolare. Ho la testa incastrata tra i piedi. Ho fatto quanto umanamente possibile per liberarmi da una posizione così sgraziata. Per ore mi sono rigirato sul letto divincolandomi così tanto che ho finito per ruzzolare sul tappeto. Mio fratello ha sentito il rumore ed è subito accorso. Con voce soffocata, che uscendo dalla bocca finiva per morirmi dentro, gli ho detto di sciogliermi. Lui ha fatto i miei stessi tentativi: mi ha preso i piedi e ha cominciato a tirare forte. Vedendo che i suoi sforzi erano vani, ha abbandonato le mie estremità e ha cominciato a darsi da fare con la testa. Ma invano; è rimasta attaccata ai piedi come se fosse incollata.

Allora abbiamo chiamato il medico. Dovevamo cominciare dal medico. Il dottore ha fatto quattro o cinque giri intorno al misterioso intreccio. Ogni giro che faceva diventava sempre più pallido. Visto che non apriva bocca per fare una diagnosi, mio fratello l’ha preso per la giacca intimandogli di parlare.

Ed è così che ha parlato. Per questo mia madre è appena arrivata dal paese dove vive da almeno cinquant’anni. Pronta, coraggiosa, mi dice di avere pazienza, passandomi la mano sulla fronte ardente, assicurandomi che le mie sofferenze e la mia umiliazione stanno per finire. Nonostante sia molto stanca dopo lunghe ore di treno, incita il medico a cominciare prima possibile.

Alla fine sono di nuovo nel ventre di mia madre. Da lì posso sentire quel che dice ai miei amici: “Questo bambino avrà fortuna nella vita, comincia a dare calci molto presto… Del resto, bisognerà solo avere pazienza per nove mesi. Speriamo che sia un parto felice”. 

 

 

Traduzione di Gordiano Lupi

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