I Diari di Mina. Primo giorno di lavoro al Granma: l’autobus (23)

I Diari di Mina

esperando-la-guagua-copyDopo il mio piccolo incidente con la cucaracha, mi avvicino alla fermata dell’autobus dove una quindicina di persone mi guardano ridendo di me.

A Cuba è opinione diffusa che gli stranieri siano tutti stupidi, o comunque più stupidi dei Cubani, e che non parlino spagnolo. Un detto famoso dice che quando finirà il mondo, l’ultimo superstite sarà Cubano. Insomma…tutti muoiono, ma i Cubani sopravvivono! Si pensa anche che non esista posto nel mondo dove i Cubani non siano arrivati: che sia in un igloo nel Polo Nord o nel mezzo del deserto del Sahara, lì ci sarà almeno un Cubano! Durante il mio periodo di vita a Cuba, avrei in seguito capito che i Cubani capiscono che parli lo spagnolo a seconda delle parolacce che conosci. Per questo spesso nei mercati o nei negozi spesso avrei preferito cominciare una frase con “pinga” (cazzo) o “cagandome en la madre de…” tanto per chiarire la situazione e poter continuare una conversazione in modo più equilibrato.

Ma questa lezione l’avrei capita solo molto dopo, e per il momento tutti stavano ridendo di me con frasi che cominciavano invariabilmente con “Esos Yumas son” (questi stranieri sono…) a cui seguivano aggettivi come stupidi e idioti nel migliore dei casi.

Mi siedo in un angolo con gli auricolari nelle orecchie e la musica a tutto volume maledicendo quell’Isola, i suoi abitanti, la padrona di casa e tutti gli insetti del mondo.
Mezz’ora dopo comincio a preoccuparmi: le 15 persone che erano lì all’inizio sono diventate 25, e i due primi autobus che sono passati, non si sono fermati. Ovviamente sono già in ritardo per il lavoro e non capisco bene cosa sta succedendo.
Gli autobus non si fermano mai alla fermata, ma 30 metri prima, o 30 metri dopo, quindi quando ne avvisti uno, devi prepararti a correre, cercando di indovinare verso dove! Spesso gli autisti fanno anche finta di fermarsi prima, così tutti quelli atti a correre si precipitano verso di lui, che poi riaccelera e finisce per fermarsi dopo!

Il problema è che i mezzi arrivano già così pieni che non possono sopportare l’assalto dei passeggeri in ogni fermata. E’ una vera selezione naturale: solo chi corre più velocemente o è più furbo riesce a prendere l’autobus! Guardo verso la panchina tutta sgangherata della fermata, e c’è una signora altrettanto sgangherata seduta. Potrebbe avere 80 anni, e sembra che sia lì da vent’anni e che sia invecchiata insieme alla panchina e a tutto il resto. Mentre la panchina perdeva le assi di legno lei perdeva i denti, mentre la panchina perdeva la vernice, a lei diventavano i capelli bianchi. Quella signora dovrà aspettare ore prima di riuscire a salire su un autobus…e nessuno sembra preoccuparsene o sentirsi in pena per lei…ognuno in questa isola ha le sue pene da portare, non può farsi carico anche delle pene degli altri…

Il quarto autobus, un’altra mezz’ora dopo si ferma quasi vicino a me, e riesco a salire, anche se in realtà non lo faccio in senso letterale, visto che mi fermo solo al secondo gradino! E’ così pieno che è impossibile entrare, e quando deve scendere qualcuno dobbiamo scendere almeno in 10!
Improvvisamente una mano mi afferra: le persone che sono dentro afferrano sempre le braccia di quelli che sono fuori in pericolo di scivolare, e poco dopo un signore fa a cambio con me e invertiamo le nostre posizioni, così io sono più al sicuro, e lui, che è più forte, si sistema fuori come se fosse la cosa più naturale del mondo!

Mi metto a piangere. Dopo tanti giorni passati a difendermi da chi cercava di derubarmi o schernirmi perché sono straniera, in una sorta di razzismo al contrario, finalmente un gesto di umanità nei miei confronti mi stordisce! Comunque c’è troppa gente in autobus, e nessuno se ne accorge. Dopo 40 minuti abbondanti scendo di fronte al potente Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie, il Minrex. Guardo la Plaza de la Revoluciòn e la faccia del Che piena di emozione, e con la sensazione che presto questi posti mi saranno familiari. Mentre un militare mi lancia un fischio mi avvio al mio nuovo lavoro. Arrivo nella Hall del Granma Internacional, e aspetto che qualcuno scenda a prendermi perchè senza il carnet del giornale non mi lasciano passare. Viene René, il tutto fare che venderebbe sua madre per due dollari, che va a comprare i caffé per i traduttori da una signora che li prepara all’angolo barando sempre sui resti, e che deve soldi a tutti. Appena mi vede cerca di fare buona impressione con la solita solfa di “chiedimi qualunque cosa, qualsiasi cosa che ti potesse servire, onorato di aiutarti”.

Entro in redazione, dove si trova anche il Dipartimento di Italiano mescolato con i giornalisti dello spagnolo, e il mio collega salernitano mi saluta accogliente. “Simpatico René”, gli dico, e lui “Sì, finchè non ti chiede dei soldi in prestito, e poi non te li ridà mai! Non prestargliene!” Mi mette in guardia!

Da lì sarebbe cominciato il mio lungo viaggio nella propaganda cubana!

 

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Da http://unitalianainecuador.wordpress.com/