Castro-Chavez, la staffetta del gelato

Da La Stampa, Lorenzo Cairoli

Fidel Castro, spartano nel vestire, ha invece avuto sempre molta cura del suo palato, una costante di tanti dittatori. Per il suo ottantacinquesimo compleanno Mugabe ordinò alla Ferrero ottomila confezioni di Rocher. Peron amava cenare con le nostre paste, Stroessner passava disinvoltamente dalla zuppa di piranha agli adoratissimi weisswurst. Il dittatore nordcoreano Kim Jong si è sempre vantato d’essere un raffinato gourmet e di avere una passionaccia per il sushi, per i grandi vini rossi francesi (nata dopo aver visto un film di James Bond) e per il cognac Hennessy, che nel 2003 in Corea si vendeva a 630 dollari a bottiglia. I suoi viaggi diplomatici erano un pretesto per rifornire le sue vaste dispense. Bacon in Danimarca, caviale in Uzbekistan e in Iran, meloni e uva in Cina. Fidel Castro adorava il foie-gras. Anche durante il “periodo speciale” era sempre sulla sua tavola. Aveva allevamenti d’oche sperimentali a cui faceva visita ogni settimana e ai leader sandinisti che vennero a trovarlo in occasione dell’anniversario della vittoria di Ortega offrì sontuose scaloppe del suo fegato grasso.

Nel 1966 uscendo dall’Hotel Habana Libre dove aveva presieduto un convegno internazionale si fermò a contemplare un edificio all’angolo che ospitava un centro ricreativo, El Nocturnal. In passato era stato un ospedale, il Reina Mercedes, poi nel 1954 Fulgencio Batista decise di farne un grattacielo da cinquanta piani e lo fece demolire. Si videro solo cantieri e ottimistici cartelloni, mai il grattacielo. L’unica cosa che a Cuba sorge con puntualità è il sole, il resto è solo immaginifica propaganda. Fidel ebbe un sussulto e un attimo dopo fece chiamare Mario Girona Fernandez, il migliore dei suoi architetti. “Voglio – gli ordinò Fidel – che il Nocturnal diventi la più grande gelateria del mondo”. Girona Fernandez balbettò: “Comandante, non esistono riferimenti di gelaterie così immense come quella che desidera”. Fidel lo gelò con lo sguardo e Girona Fernandez, alla faccia dei riferimenti, gli costruì a tempo di record la gelateria Coppelia. Era il 4 giugno del 1966. Il giorno della sua inaugurazione la carta offriva 26 gusti di gelato in 24 combinazioni diverse. In dodici ore si vendettero più di tremila coppette, con code chilometriche. Da allora tutto il fior fiore del comunismo internazionale comincio’ a darsi appuntamento qui.

Le banane split del Colonello Gheddafi. Il fresa y chocolate (che diede il titolo al celeberrimo film di Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabío) di Carlos, Lo Sciacallo. Il chocomenta di Marulanda. Chi sbarcava all’Avana e non assaggiava un gelato da Coppelia – il cui logo erano due gambe femminili in onore del Balletto Nazionale di Cuba – non poteva considerarsi un vero rivoluzionario. Con l’avvento del “Periodo Speciale” la situazione precipitò; oltre all’embargo americano, smisero di arrivare finanziamenti dall’Unione Sovietica. Non solo Mosca negava sostegno economico a Castro ma pretendeva il saldo di vecchi debiti. Sull’isola fino ad allora si era vissuto con un certo decoro, la Rivoluzione non aveva ingrassato nessuno, ma quello che aveva lo distribuiva a tutti. All’improvviso, i negozi si svuotarono e i gatti scomparvero dalle strade. Castro arrivò persino ad autorizzare l’uso dei dollari – notare che il giorno prima, il possesso di dollari era punito con un anno di galera per ogni dollaro trovato addosso. Il mercato nero esplose. Nei negozi non trovavi nemmeno le commesse, al mercato nero c’era anche il caviale.

Il “niet” dei sovietici incrinò anche il mito di Coppelia. Senza latte i suoi gelati diventarono acquosi, anodini, insapori. La gente smise di fare code, da 26 gusti la casa passo’ a 3 poi a 2. Comunisti veri ai tavoli di Coppelia non se ne videro più. E nemmeno sciacalli, colonnelli, rivoluzionari, habañeros. Solo sottobosco e malavita. Nel 1994 una colonna di Mercedes blindati si fermò davanti alla Cattedrale del gelato cubano. Tra coloro che scesero, Fidel Castro e un ex colonello dell’esercito venezuelano, Hugo Chavez. Si fecero largo tra la folla di gays, gigolò, lenoni, jineteras, le lolite che si prostituiscono per un jeans, travestiti, lesbiche, studenti, passanti accaldati e entrarono da Coppelia. Come in una fiaba di Andersen apparvero gelati dal nulla, le vetrine refrigerate si colorarono di gelati di un’infinità di gusti. Come ai vecchi tempi. Gelati di mango, cioccolata, fragola, guayaba, cocco, ananas, banana, semifreddi, pesche Melba che gli illustri clienti degustarono con una voracità impressionante. “Quando diventerò presidente – promise Chavez ieratico con la panna che gli screziava le labbra – ci sarà una gelateria così anche in Venezuela”.

Un mese fa, durante un Consiglio dei ministri, Chavez ha annunciato che negli stabilimenti Alfredo Maneiro nello stato di Falcón si stavano producendo deliziosi gelati Coppelia . Ora Chavez informa i giornalisti che quel gelato per adesso non lo mangerà nessuno. “Manca la materia prima e abbiamo una macchina fuori uso. Ognuno si accolli le sue responsabilità. Se ho anch’io delle colpe che mi fucilino” – ha chiosato, battendo platealmente un pugno contro la scrivania. Il fresa y chocolate e le banane split della cattedrale di Fidel per ora i venezuelani possono solo sognarsele. Come la sicurezza, la sanità, l’efficienza dei trasporti, le autostrade che non cadono a pezzi, la lotta alla corruzione, la fine dei black-out, la potabilità dell’acqua, la ripresa dell’economia, la lotta all’inflazione….