I Diari di Mina. Il mio ritorno all’Avana… otto mesi dopo! (14)

I Diari di Mina

Negli otto mesi di distanza Pedro ed io siamo riusciti a parlare per Skype solo perché un suo amico laureatosi come lui in Chimica Nucleare che adesso insegna all’Università è miracolosamente riuscito a scaricare il programma sul suo computer. Ha internet perché lui, ed altri tra professori e studenti, hanno fatto un accordo con un’impresa mista (con investimenti esteri) che ha la sede lì vicino: l’impresa, dietro pagamento di una certa somma, li lascia usareun’estensione della sua connessione, ma solo dopo la chiusura! Quindi dalle 5 del pomeriggio alle 8 di mattina!

Pedro quindi fa finta di rimanere di notte in Università per studiare, e invece si intrufola nell’ufficio del suo amico e si connette per parlare con me! Chiaramente l’internet è così lento che la conversazione arriva rallentata di diversi secondi, ed è esasperante!

La nostra relazione, o qualunque cosa sia, a distanza è diventata impossibile per entrambi. Io non riesco a prendere una decisione per il mio dopo-laurea, perchépenso solamente a Pedro e a Cuba. Lui mi dice che vuole stare con me, che dobbiamo stare insieme…e io sento di dover scegliere.

Alla fine decido: torno a Cuba per un mese in cerca di un modo per poter rimanere a lavorare là: se lo trovo, allora vado in Italia, faccio le valige, e mi trasferisco all’Avana. Altrimenti…vuol dire che non è destino, ma almeno ci avrò provato!

Così arrivo all’Avana a fine aprile 2009. Pedro viene a prendermi all’aeroporto e, dopo 8 mesi passati lontani, rivederlo mi sembra strano.

In realtà, a Cuba ci torno per dirgli definitivamente addio, poiché per uno straniero trovare lavoro a Cuba è incredibilmente difficile, se non impossibile!

L’Isola infatti persegue il principio della piena occupazione: non solo tutti i cittadini devono lavorare, ma non lavorare è addirittura illegale! (Per questo a Cuba è facilissimo trovare che un lavoro che potrebbe tranquillamente essere svolto da una due persone, è in realtà eseguito da almeno il doppio, con drammatiche conseguenze in termini di efficienza e produttività!) Questo perché il centro di lavoro è uno strumento di controllo molto efficace sulla vita del cittadino: è molto più facile vigilare su una persona che passa la maggior parte del suo tempo a lavoro piuttosto che su una che sta per strada o chiusa in casa sua. Questo è particolarmente vero se si pensa che in ogni centro di lavoro cubano esistono due organismi: i rappresentanti del Partito Comunista, e quelli del Sindacato, che hanno ufficialmente funzione di promozione di attività socialiste e dei diritti dei lavoratori, ma che altro non sono che strumenti di controllo, appunto.

Tutte queste cose, erano per me in quel momento sconosciute. Non sono certamente cose che ti vengono raccontate apertamente o spiegate. Ciò può succedere per due ragioni principali: prima di tutto, il lavoratore cubano medio non ha idea del fatto che all’estero le cose non funzionino allo stesso modo! E se in altri Paesi sono diverse, la propaganda comunista fa di tutto per far credere che siano peggiori! Secondo, grazie all’enorme quantità di personale di sicurezza dello Stato infiltrato nella società civile, le persone tendono adiffidare le une dalle altre. E anzi, diffidano soprattutto da chi sembra loro più amichevole, perché quello che ci tiene di più a diventare tuo amico e a sapere cose sul tuo conto, è probabilmente colui che saprà usare queste informazioni per determinati scopi nei momenti più opportuni!

Eppure, sorprendentemente, le avrei imparate molto presto, e a caro prezzo…


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Da http://unitalianainecuador.wordpress.com/