Yoani Sanchez, Rumpelstiltskin (cronaca del rapimento di Stato)

di Yoani Sanchez

traduzione Gordiano Lupi per La Stampa

Il sudore di quelle tre donne che mi hanno fatto entrare nell’auto della polizia me lo sento ancora appiccicato alla pelle e pervade le mie narici. Grandi, corpulente, implacabili, mi hanno portato in quella stanza senza finestre dove un ventilatore malandato faceva fresco soltanto nella loro direzione. Una mi guardava con particolare sarcasmo. Forse il mio volto le ricordava qualcuno del passato: una rivale scolastica, una madre dispotica, un’amante perduta. Non lo so. Quel che ricordo è che, nella sera del 4 ottobre, il suo sguardo avrebbe voluto annientarmi. È stata lei a frugare sotto la mia gonna con maggior piacere, mentre altre due donne in divisa mi afferravano per procedere alla mia “ispezione”. Più che cercare qualche oggetto nascosto, quella perquisizione aveva l’obiettivo di lasciarmi con un sensazione di violazione, di vulnerabilità e di stupro

Ogni sei ore cambiavano le mie guardiane. Nel turno di mezzanotte sembravano meno severe ma io mi sono chiusa nel mio mutismo e non ho risposto alle loro domande. Mi sono rifugiata in me stessa. Mi sono detta: “Mi hanno tolto tutto, persino il fermaglio per i capelli, ma – ridicoli inquisitori – non hanno potuto strapparmi il mio mondo interiore”. Per questo ho deciso di rifugiarmi, durante le lunghe ore di una reclusione illegale, nella sola cosa che possedevo: i miei ricordi. La stanza voleva apparire ordinata e pulita ma ogni cosa aveva la sua dose di sporcizia e decadenza. Il pavimento composto da mattonelle di granito chiaro era ricoperto da molta sporcizia accumulata. Mi sono messa a guardare le figure formate dalle piccole pietre incorporate in ogni piastrella e le macchie di sudicio. Dopo un po’ di tempo che osservavo cominciavano a uscire fuori i volti. I personaggi affioravano dal pavimento grezzo della mia cella del Dipartimento di Istruzione di Bayamo.

Da una parte spuntava la figura alta e magra di Don Chisciotte, mentre in un altro angolo sono riuscita a vedere il profilo semplice del Bobo de Abela (personaggio comico cubano, ndt). Un paio di occhi obliqui, formati da malta e ghiaino, ricordavano in maniera incredibile lo sguardo della protagonista del film Avatar. Io ridevo da sola, mentre le mie sorveglianti cominciavano a credere che il mio rifiuto di ingerire alimenti e acqua mi stesse friggendo letteralmente il cervello. Ho intravisto nel granito irregolare il Gobbo di Notre Dame e la snella figura di Gandalf, munito del suo bastone. Ma tra tutte quelle forme che uscivano fuori da un pavimento così rozzo ce n’era una – più intensa – che sembrava saltare e ridere davanti ai miei occhi. Forse era l’effetto della sete o della fame, non lo so proprio. Un nano con la barba lunga e lo sguardo cinico sorrideva in maniera maliziosa.

Era Rumpelstiltskin, il protagonista di un racconto per bambini dove la regina è obbligata a indovinare il suo nome complicato se non vuole consegnare al dispotico nano quanto possiede di più caro al mondo: suo figlio. Cosa ci faceva quel personaggio in mezzo alla mia reclusione temporanea? Perché vedevo proprio lui al di sopra di tanti altri riferimenti visivi che ho accumulato durante la mia vita? Ho intuito immediatamente la risposta. “Sei Rumpelstiltskin”, gli ho detto a voce alta e le mie carceriere mi hanno guardato preoccupate. “Sei Rumpelstiltskin – ho ripetuto – e so come ti chiami”. “Sei come le dittature. Una volta che uno inizia a chiamarle con il loro nome, è come se cominciasse ad annientarle”.

Traduzione di Gordiano Lupi

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