I DIARI DI MINA. Santiago de Cuba: dal Carnevale all’Ospedale (10)

I Diari di Mina

Tornando a casa dal carnevale ci fermiamo a fare un po’ di spesa: Jorge ci ospita a casa sua, ma non possiamo gravare sulle razioni alimentari della sua famiglia. Quindi compriamo un po’ di pesce e un coscia di porco.

Quella sera il papà di Jorge cucina un pezzo di carne. e lo fa in una teglia del forno così sporca, che alla fine non so se sto mangiando carne o fuliggine. Tutti hanno un’aria festosa…io invece sono preoccupata per le carenze igieniche di gran lunga peggiori alla media avanera, e sono spossata per il caldo (ci sono 40 gradi!).

Il giorno dopo è la volta del pesce…io non mi sento affatto bene…mi sento stanca, tutti dicono che è colpa del troppo caldo…quella sera comincio a vomitare, scendo in bagno (che è al piano terra) 4 volte, e ogni volta mi sento peggio…In bagno non c’è carta igienica e non c’è acqua, e l’odore è nauseabondo. La prima volta che scendo vedo 4 scarafaggi che escono dalla cucina, e si infilano nelle pentole accatastate per terra dall’altra parte della stanza. Soffoco un grido, e proseguo verso il bagno, apro la porta e ci sono 5 scarafaggi sulla porta, e altri tre che camminano sul pavimento. Vomito, non so se per quello che ho appena visto o perché mi sento male.

Nei giorni successivi peggioro sempre di più. Ormai non riesco a scendere le scale e ho la febbre alta. La fidanzata di Jorge, medico, mi da della dipirona, una miracolosa medicina cubana che funziona per tutto, dal mal di denti alla febbre…ma non mi aiuta per niente. Sono incosciente la maggior parte del tempo e puzzo di vomito dalla testa ai piedi.

Pedro e Jorge non vogliono portarmi in ospedale perché i genitori di Jorge non hanno la licenza per ospitare stranieri, e se le autorità scoprono che sono a casa loro, potrebbero anche perdere la casa. Ma al sesto giorno non hanno più scelta: ho la febbre troppo alta e da troppo tempo!

Pedro cerca di mettermi su un taxi, ma io non ho forze e non mi reggo in piedi. Il suo piano è di scendere a qualche isolato da un centro di salute, e farmici arrivare camminando, dicendo che siamo appena scesi dall’autobus che veniva dall’Avana…chiaramente non ce la faccio e svengo per strada. Dei signori aiutano Pedro a prendermi in braccio ed entriamo in ospedale.

Quando riprendo i sensi ho due flebo, una per braccio, e comincio a sentirmi meglio. Mi chiedono che giorno è? Non lo so. Come mi chiamo? Mina. Di dove sono? Italiana. Dove mi trovo? All’Avana. “No Minita, usted està en la linda Santiago de Cuba”, mi guardo intorno e capisco di essere in un ospedale.

Quella sera stessa mi rimandano a casa, e due giorni dopo sono sull’autobus che va all’Avana, questa volta sì, in Viazul, la compagnia per stranieri. Pago 51 $ per il mio biglietto, e 51 $ per quello di Pedro (tanto per cambiare). Questa volta il viaggio è silenzioso e tranquillo. L’autista è un giovane che guida con calma e senza musica. Posso dormire! Ma in realtà rifletto sul bilancio di quel viaggio: i biglietti di andata e di ritorno miei e di Pedro, e la ricca spesa per la famiglia di Jorge sono stati tutti rigorosamente a carico mio. E quando sono stata male, hanno anche cercato di lavarsene le mani mandandomi in ospedale in taxi. Sarebbe stato meglio se fossi andata in una casa particular con qualche condizione igienica in più e mi fossi rilassata in assoluta tranquillità…

Comincio anche a vedere Pedro con occhi diversi…ed il fatto che lui non si sia neppure offerto di tornare nell’autobus Astro per Cubani, che costa 10 volte meno mi disturba.

Arrivo a casa di Marvelis e lei appena mi vede urla a Pedro “Que le hiciste?” (cosa le hai fatto?) Sono dimagrita e gialla!

Per le due successive settimane Marvelis non mi passa le telefonate di Pedro, e non mi permette di uscire di casa da sola. Appena mi ristabilisco entra in camera mia e mi dice: “Mina, quel Pedro è un jinetero, e ti sta facendo del male…lascialo perdere finché sei in tempo”. Non le do retta…purtroppo…

I Diari di Mina

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