Capriles, il maratoneta che può battere Chavez

da Repubblica

Sei anni fa Hugo Chávez vinse le elezioni presidenziali in Venezuela con il 62,8 per cento. Fra lui e l'allora candidato dell'opposizione, Manuel Rosales (che oggi vive in esilio in Perù), c'erano 3 milioni abbondanti di voti di differenza.

E la fotografia di un paese apertamente spaccato in due fronti irriconciliabili: borghesia e classe media all'opposizione; classe media bassa, poveri e poverissimi con Chávez.

Ora lo scenario è cambiato, tanto che alcuni sondaggi in questa settimana preelettorale segnalano un “too close to call”, il pareggio tecnico, tra due candidati troppo vicini nelle intenzioni di voto.

E molti osservatori si sono convinti che, per la prima volta in 14 anni, il “caudillo rosso” del Venezuela rischia di perdere un'elezione. Una buona ragione del cambiamento è stata la scelta del candidato unico dell'opposizione, Henrique Capriles, soprannominato “il maratoneta” per come ha percorso tutto il paese “casa per casa” negli ultimi mesi.

Quarant'anni, single, laureato in legge, un buon curriculum come ex governatore dello Stato di Miranda. Capriles si definisce di centro-sinistra ed è riuscito a offrire un'immagine di riconciliazione nazionale graffiando consensi all'altro fronte tra i delusi delle promesse mancate di Chávez.

In verità – sostengono in molti – ad aumentare sono stati soprattutto gli indecisi nel blocco che nel 2006 fornì al “comandante” boliviano una facile vittoria e che oggi hanno in mano il risultato di domenica prossima.

L'esito finale dipenderà dalle scelte dell'ultimo momento di una fascia piuttosto ampia, quasi un terzo degli elettori, che non sta né di qua, né di là. Dalla sua Capriles ha l'aria giovanile e un'immagine di “ragazzo per bene”, sempre vestito molto casual con un berretto da baseball (lo sport nazionale in Venezuela) in testa.

Mentre Chávez paga il logoramento degli anni di governo ma ha il vantaggio di tutti i mezzi del potere, dalla tv al controllo totale sull'unica cassaforte del paese, Pdvsa, il gigante statale del greggio.

Tutte le sere, verso le otto, i canali tv si uniscono in catena (è una prerogativa del governo) e trasmettono propaganda rivoluzionaria passando in rassegna i traguardi raggiunti: una nuova linea di metropolitana, le case popolari, i 200 dollari per tutti in assegni mensili del governo.

La vera incognita sul voto è la malattia del presidente. Un “segreto di Stato” di cui tutti parlano ma della quale pochissimi sanno qualcosa di certo. Per i più pessimisti Chávez ha un sarcoma incurabile e, anche se riuscisse a vincere di nuovo, non potrà governare a lungo.

Per la proiezione internazionale di Chávez, che grazie al controllo sul petrolio – quasi tre milioni di barili al giorno – ha un ruolo egemone, il risultato delle elezioni di domenica è molto atteso e potrebbe modificare equilibri strategici non solo in America Latina.

La Cuba di Raul e il Nicaragua di Daniel Ortega dipendono economicamente dal greggio venezuelano ma anche la Cina, l'Iran e per- fino la Bielorussia (senza dimenticare l'Eni) hanno consistenti investimenti negli affari del petrolio. Soprattutto in prospettiva, sui nuovi giacimenti individuati nell'area dell'Oricono.

Gli ultimi giorni di campagna elettorale sono stati piuttosto agitati con numerosi colpi bassi da una parte e dall'altra come se l'incertezza dominasse nei due schieramenti. Ed è abbastanza probabile che né Chávez né Capriles abbiano un'idea certa dello stato delle cose.

Questo perché il Venezuela è uno di quei paesi dove i modelli matematici dei sondaggi “non funzionano”, di solito solo perché la gente non dice mai tutta la verità. Le ultime rilevazioni – segrete perché è proibito rendere pubblici i sondaggi a ridosso del voto – attribuiscono al presidente un solo punto in percentuale di vantaggio sul suo avversario.

Chávez ha modificato in modo radicale la sua propaganda elettorale e per la prima volta il suo spin doctor è il brasiliano Joao Santana, lo stratega del secondo mandato di Lula (2006) e di Dilma (2010).

Una campagna “pace e amore”, come furono quelle dell'ex presidente brasiliano, che gioca sulle parole “cuore” e “patria” ed ha messo da parte i vecchi slogan contro “los escualidos” (gli squallidi) dell'aristocrazia.