Virgilio Piñera: tra vita e letteratura di Antón Arrufat

Presentato da Gordiano Lupi da 

Questo breve saggio di Antón Arrufat – grande amico del poeta – è l’introduzione alla raccolta completa dell’opera poetica di Virgilio Piñera, che ho appena finito di tradurre e che conto di rendere disponibile quanto prima in forma gratuita, grazie a un e-book scaricabile da Internet. (Gordiano Lupi)

 

Per molti anni Virgilio Piñera fu considerato un drammaturgo. La sua celebrità letteraria riposava, e ancora riposa, nelle sue pieces teatrali. Altri aspetti della sua creazione artistica continuavano a essere ignorati o evitati dalla critica e dai lettori. A Cuba si pubblicò una parte della sua opera narrativa nei primi anni Sessanta, mentre l’autore era in vita, in Spagna dopo la sua morte l’editoriale Alfaguara editò i suoi tre romanzi e due volumi di racconti, mentre all’Avana si dette alle stampe la prima edizione cubana del suo romanzo La carne de René, esaurita in pochi mesi. Nonostante tutto questa parte della sua scrittura continua a essere parzialmente ignorata. Neppure la considerazione critica, senza dubbio molto scarsa, è riuscita ancora a rimuovere la sua immagine parziale di drammaturgo.

A questa situazione dobbiamo aggiungere la totale mancanza di conoscenza che ha sepolto la sua poesia. Lo stesso Piñera ebbe in questa ignoranza la sua parte di responsabilità. Durante gli anni della maturità non si mostrò interessato a pubblicare le sue poesie. Non fu così in gioventù, quando, al contrario, si presentò al pubblico – fondamentalmente – come poeta. La poesia rappresentava il centro delle sue preoccupazioni. Scriveva critica di poesia, si occupava delle opere dei poeti contemporanei, discuteva e teorizzava. Il primo dei suoi libri, Las Furias, del 1941, fu un quaderno di poesie. Ma in un periodo, che non è facile stabilire, cominciò a perdere interesse per la poesia. O meglio, perse interesse a pubblicarla. Non accadde improvvisamente, ma lentamente. Il suo racconto El conflicto, uno dei racconti più lunghi che scrisse, apparve lo stesso anno de Las Furias. Tre anni dopo riunì in Poesia y prosa una serie di racconti e poesie, ma la maggior parte delle pagine erano in prosa. Più avanti realizzò la sua prima rappresentazione teatrale Electra Garrigó; scrisse altre due pièces teatrali, En esa helada zona e Jusús, e ne pubblicò un’altra, Falsa alarma, nel 1949, in due numeri della rivista Orígines. Tutta questa attività estranea alla scrittura poetica la resa pubblica con una certo fastidio, come sempre accadeva quando si trattava di divulgare la sua opera scritta, elemento ulteriore della sua personalità paradossale. Piñera si preoccupò soprattutto di scrivere, lavorò febbrilmente durante i suoi sessantasette anni di vita, senza preoccuparsi troppo di far conoscere quanto scriveva. Alla sua morte furono trovate diciotto casse di manoscritti inediti.

Questo fastidio per la pubblicazione può essere dovuto a vari fattori esterni. Piñera era povero e non aveva un salario stabile. Non poteva pagarsi le edizioni, come facevano altri scrittori cubani. Molte volte, in seguito, parlò della sua povertà. La continuità della sua rivista Poeta era direttamente proporzionale al numero dei suoi vestiti. Quando nel suo armadio non gli restarono vestiti da vendere o da impegnare, la rivista chiuse. In totale, due vestiti per due numeri di Poeta. Le sue opere, una volta terminate, dovevano attendere tre o quattro anni per essere pubblicate. In quell’epoca all’Avana non c’erano case editrici, esistevano solo diverse stamperie che si occupavano di imprimere alcuni libri dietro pagamento da parte dell’autore. A questi fattori deve aggiungersi il più importante: la personalità di Piñera. Alcune divergenze con gli intellettuali e il suo modo d’intendere la letteratura lo portarono ad allontanarsi da alcuni centri letterari del periodo storico: prima dal gruppo Espuela de Plata, poi da quello Orígines. Povero ed eccentrico, restò solo. In fondo era quel che voleva e che aveva sempre cercato. Perse – o non volle mai avere – l’aiuto economico di Rodríguez Feo, che sovvenzionava i costi della rivista Orígines e della sua casa editrice.

Forse queste difficoltà contribuirono al suo abbandono o finirono per creare in lui la consapevolezza di non poter pubblicare i suoi scritti. Molti anni dopo, quando Piñera si trovò alla guida di una vera casa editrice, Ediciones R., nel 1960, non mise in catalogo nessuna sua opera. Solo dopo lunghe insistenze da parte di Cabrera Infante, alla fine si decise a raccogliere il suo teatro in un volume, che uscì proprio nel 1960. Fui il suo dattilografo. A volte, originale in mano, smetteva di dettare e chiedeva sconfortato: “Ma credi che saranno pubblicati davvero?”. Poi si rianimava e tornava a dettare.

Le sue poesie soffrirono questo fastidio per la pubblicazione, ma ci fu anche un problema più grave: con il tempo la sua poesia si trasformò in un fatto strettamente personale, non solo rifiutò di diffonderla in pubblico, ma smise persino di leggerla agli amici. Non parlava mai di poesia. Non confessava mai: “Ho finito di scrivere una poesia”. E nonostante questo, continuò a scrivere poesia fino alla fine. All’interno delle diciotto casse sono state ritrovate conservate centinaia di poesie. Molte pagine sono puri tentativi, esperimenti falliti, abbozzi, ricerche, altre sono composizioni terminate e riuscite. Tutta questo dimostra che, nonostante dubbi, rivalità e difficoltà per pubblicare, Piñera non rinunciò mai a esercitarsi nella poesia.

A questo aspetto dobbiamo aggiungerne un altro ancora più complesso. Forse per colpa della sua alta considerazione per la poesia e per il mestiere di poeta, le sue poesie gli sembravano troppo imperfette e, una volta terminate, non gli interessavano più. Oppure gli producevano quel singolare fastidio che in un poeta diventa irrevocabile, e lo porta a condannare ciò che scrive. Un fatto è certo: la sua volontà di scrivere poesia diversamente da quella della sua epoca, sentimentale o lezamiana, poneva a dura prova le sue forze. Era solito dire che spesso quella grande tensione verso il nuovo gli faceva “rompere le stoviglie”. Nel 1968, dopo ripetute richieste da parte di Rodríguez Feo, acconsentì a raccogliere ne La vida entera le poesie che aveva pubblicato in gioventù e un esiguo numero di inediti, scritti successivamente. Piñera non smentì la sua personalità e procedette a compilare una breve nota introduttiva dove dichiara pubblicamente di non considerarsi un poeta vero e proprio, ma solo “un poeta occasionale”. Come dire, in sintonia con il suo concetto di poesia, scriveva poesie di circostanza come i versi di Victor Hugo a sua nipote, quelli di Mallarmé al ventaglio della sua donna, o quelli che adornavano le cartoline che inviava Luisa Pérez de Zambrana.

Sono queste poesie circostanziali l’opera di un poeta occasionale?

Letti certi testi teorici di Piñera, le sue critiche ai poeti, i suoi articoli come “Terribilia meditans”, “Erística sbre Valéry”, o “Poesía cubana del XIX”, il poeta occasionale, di cui si sente un esempio, si contrappone al poeta concentrato. Come dire che Piñera avverte il pubblico che in se stesso soffre il difetto (carenza di concentrazione) che trova in diversi poeti cubani.

Ma la breve nota introduttiva è tipica di Piñera. Con identica ironica modestia ripete le stesse cose nel prologo alla raccolta delle sue pièces teatrali, dove qualifica la sua opera di drammaturgo, che senza dubbio in quel periodo era la più conosciuta e apprezzata, come una quasi opera, e lui stesso si presenta come un quasi drammaturgo. Viene da chiedersi se si tratti di modestia, di rigore, oppure se sia solo un gesto elegante, una strategia, addirittura una sorta di disprezzo verso se stesso e verso il lettore. A mio parere sono tutte queste cose insieme.

Virgilio Piñera dubitava del valore della sua opera poetica? A questa domanda, dopo la sua morte, possiamo rispondere solo con speculazioni. Per noi solo una cosa è certa, chiara, definitiva e tangibile, davanti alla sua abbondante scrittura poetica: in silenzio, nell’ombra, quella dolce ombra che tanto si compiaceva di citare perché gli ricordava l’osservazione fatta da Gautier nei confronti del prediletto Baudelaire, continuò a lavorare il verso. Il poeta che era in lui non gli vietò di accedere alla velleitaria poesia. E l’obiezione che faceva a un gruppo importante di poeti cubani, per Piñera carenti di concentrazione, restò latente nel suo animo. Nell’ultimo periodo della sua vita, non scrisse poesie isolate, ma lavorò con la maggior concentrazione possibile a un libro di poesia, dove ogni parte rappresentava la somma dell’insieme. Una broma colosal, comparve tra le sue carte postume, con oltre cinquanta testi, come esempio di ciò che predicava.

In un primo periodo, la sua scrittura fu segnata da un certo disincanto per il valore della letteratura, che lo portava a diffidare della poesia e del poeta: posizione critica di fronte all’artificio e alle falsità verso cui porta un eccessivo atteggiamento letterario di fronte alla vita. Espressione cosciente di questa posizione sono i suoi eccellenti Ah, del hotel e Poema para la poesía, entrambi del 1944, suoi saggi di questa epoca; ma ugualmente si esprime, in un piano più segreto, nella narrativa e nei primi lavori teatrali. Il conflitto tra vita e letteratura, lacerante in Piñera, si manifesta nell’apprezzamento del corpo umano prima ancora dell’anima, della realtà senza ornamenti e della ricerca del movimento vitale prima delle considerazioni etiche, religiose e filosofiche, ma anche in un’espressione letteraria concorde con questa idea: linguaggio scarno e quasi colloquiale, sfilata allucinante di luoghi comuni e frasi fatte, aggettivazione neutra, assenza di descrizioni subliminali del paesaggio.

Nonostante tutto, questo dualismo tra la vita e la letteratura subisce negli ultimi anni della sua desolata vecchiaia – quando scrive la maggior parte dei testi di Una broma colosal – una leggero cambiamento. Il piano adesso sembra pendere verso la letteratura, verso il recupero del suo valore, quando prima, al contrario, sembrava inclinato verso il valore della vita. Nelle poesie scritte durante gli anni Settanta, nonostante l’ironia graffiante e il sarcasmo che le pervadono come una paradossale lama gelida, risulta evidente che Piñera ha cambiato idea: l’artista si inserisce nella sua opera come creatore supremo di qualcosa di decisivo per l’uomo. Anche se mutilato, detestato, ma comunque efficace, resta il decifratore dell’irrealtà, come lui stesso direbbe, colui che si separa dal reale. La sua scrittura, nonostante i diversi generi impiegati e le cui frontiere a volte scompaiono, si chiude in una sintesi di piena consapevolezza con l’integrazione di entrambi i poli del dilemma. O meglio: con la sua fusione in un’unità, nella quale si annullano come entità antinomiche.

Virgilio Piñera non è soltanto il narratore e il drammaturgo che conosciamo, che in ogni caso conosciamo meno di quel che crediamo di conoscere, ma è anche un altissimo poeta, uno dei grandi poeti latinoamericani. Della cosiddetta generazione di Orígines, Lezama Lima e Piñera costituiscono le intelligenze più originali. E risulta curioso che chi, come Piñera, appena pubblicò la sua poesia, si rifugiò nell’ombra, lasciando campo libero a Lezama, suo grande antagonista, e forse morì dubitando del suo valore, compaia oggi – e per sempre – insieme a Lezama, equiparato al grande poeta di Enemigo rumor. Incostante la poesia. Imprevedibili le conseguenze delle valutazioni che facciamo di un poeta sconosciuto.

 

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Negli ultimi anni della sua vita, presentendo l’imminenza della morte – senza che una sofferenza quotidiana glielo facesse supporre -, presentimenti che adesso si scoprono nelle ultime poesie, lettere e racconti che scrisse, Virgilio Piñera predispose diversi suoi libri per la stampa.

In Una broma colosal raccolse le poesie del suo ultimo periodo. La maggior parte furono scritte dal 1969 al 1979, data della sua morte. Tra loro solo una, El hechizado, sonetto dedicato a Lezama Lima, non è inedita. Il resto è rigorosamente inedito, e rappresenta lo stadio finale raggiunto dalla sua poesia.

Il titolo Una broma colosal è dell’autore. Non è stato deciso da chi ha organizzato la raccolta. Abbiamo scelto, Luis Marré e io, alcuni versi delle sue stesse poesie per assegnare titoli mancanti alle liriche, cercando di farlo con i versi che a lui sarebbe piaciuto scegliere: i più disinvolti e i meno letterari.

L’organizzazione segue l’ordine cronologico. Il poeta aveva – per fortuna – l’abitudine di datare le sue poesie. Le poche liriche prive di data, sono state collocate, per somiglianza di tono o colore della carta, nel posto dove compaiono.

Ho realizzato con gli originali che lui mi consegnò, con quelli posseduti da Abilio Estévez e con quelli che donò la famiglia alla Biblioteca Nazionale, un minuzioso confronto.

Offro al pubblico la versione più lavorata, quella di data più recente, che è, quasi sempre, quella che il poeta lasciò nelle mani di Estévez o nelle mie.

Includo soltanto due poesie (1) di redazione anteriore: El león, del 1944, e Aire mallarmeano, del 1951, che Virgilio Piñera non inserì nelle sue raccolte pubblicate, ma si trovavano tra i suoi originali, forse per caso. Di stile e intonazione diverse al resto delle poesie che compongono il presente volume, se il lettore conosce l’opera poetica di Piñera, saprà collocarle nel loro giusto luogo storico.

 

(1) Questi due testi compaiono in questa edizione de Il peso di un’isola, nella sezione Poesie scomparse, restituendoli al complesso di poesie di simile contesto.

 

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Avvertiamo il lettore che questa raccolta non è esaustiva. Abbiamo rispettato la selezione che lo stesso Virgilio Piñera realizzò della sua poesia. Riproduciamo i libri La vida entera e Una broma colosal, così come lui li compose, il primo in vita e il secondo alcuni mesi prima di morire. Le poesie che disconobbe espressamente (si veda il suo articolo Cada cosa en su lugar – Ogni cosa al suo posto, Lunes de Revolución, dicembre, 1959) come La muerte del danzante, elogiata da alcuni critici distratti, non trovano posto in questa raccolta. Nella sua nota a La vida entera, l’autore fa riferimento a un limitato numero di poesie che, secondo quanto afferma, sarebbero andate perdute o lui stesso le avrebbe fatte sparire, e che, tra quelle, ne lascia, nonostante tutto, un modesto numero alla voracità dei suoi biografi. Visto che abbiamo trovato queste poesie, e anche altre, stampate in Espuela de Plata e Clavileño, integriamo l’ultima sezione di questo libro sotto il titolo, naturalmente, di Poemas desaparecidos – Poesie scomparse. Nonostante le nostre ricerche, non osiamo garantire che in quelle diciotto casse non si trovino molte altre poesie. Le lasciamo alla voracità dei futuri editori di Piñera.

 

Antón Arrufat

 

 

 

 

 

Raccolgo qui le opere poetiche scritte tra il 1941 e il 1968. Quelle degli anni precedenti (1935 -1940) o sono perdute o le ho fatte sparire io stesso. Non tutte. Restano alcune poesie che lascio alla voracità dei miei biografi. Tre di loro furono pubblicate (1). Il resto è in mie mani.

Sebbene non ritenga che questo libro rappresenti un peso morto nell’economia della mia opera di scrittore, devo ribadire che mi sono sempre considerato un poeta occasionale. Con questo giudizio mi limito ad anticipare i miei possibili lettori.

Cosa giustifica questa edizione delle mie “poesie”? Per fare in vita quel che da morto non potrei fare: mettere ordine. Lasciamo la nostra casa in ordine prima di chiudere, per l’ultima volta, le sue porte.

 

Virgilio Piñera