Yoani Sanchez, Possono vestirla a nuovo… ma sempre Mesa Redonda resta

di Yoani Sanchez – trad. Gordiano Lupi per La Stampa

A Cuba pochi spazi televisivi sono stati oggetto di così tante burle e parodie come la Mesa Redonda. Nato nei momenti caldi della cosiddetta Battaglia delle Idee, questo programma mostra il più alto grado di proselitismo politico che si possa incontrare nei nostri media nazionali. Il suo scopo fondamentale è quello di mortificare i telespettatori con il discorso politico ufficiale, senza lasciare spazi a opinioni critiche e non governative. Denigrare gli anticonformisti, senza concedere diritto di replica, rientra tra i comportamenti più consueti compiuti dai microfoni di una trasmissione così noiosa. Tutto questo basato sulla premessa che viviamo nel “paradiso” mentre il mondo esterno cade a pezzi.

Dal 10 settembre, la durata della Mesa Redonda è stata ridotta a mezz’ora. Ha pure modernizzato la sua scenografia e pare persino che abbiano aggiunto un fiammante iPad a uso esclusivo del moderatore. Vengono eseguite inquadrature più audaci e alcuni dei suoi robusti partecipanti si sono messi a dieta. Si vorrebbe, grazie a questi ritocchi, aggiungere un pizzico di modernità a ciò che era coperto da una spessa polvere di anacronismo. Tuttavia, i precetti fondamentali che guidano il programma sono ancora intatti. Il problema più evidente è l’assenza di pluralismo, la monotonia data dal fatto che tutti i partecipanti esprimono un identico pensiero. La contraddizione più stridente è che un simile orrore retribuisce i giornalisti con gli stupendi più alti di tutto l’Istituto Cubano di Radio e Televisione (ICRT).

Può darsi che le mie parole sulla Mesa Redonda siano influenzate dal fatto che pure io lavoro nel campo dell’informazione. Per questo motivo illustrerò con un recente aneddoto l’opinione che molti cubani manifestano su questo programma. Poco tempo fa, un’amica si trovava fuori da una stazione di polizia per chiedere la liberazione di un attivista detenuto arbitrariamente. Il telefono mobile suonò. Era suo padre che la chiamava. Il genitore si mostrava allarmato perché un vicino gli aveva raccontato che sua figlia si era immischiata in cose da “dissidenti”. Nel bel mezzo della spinosa situazione, la mia amica riuscì solo a rispondere: “Papà, ti ho già detto di non guardare più la Mesa Redonda”. Con questa semplice frase evidenziava l’abisso che esiste tra la realtà nazionale e il copione di quella tribuna televisiva. Rimproverava suo padre di continuare a credere in una Cuba inesistente, un paese dove non si verificano arresti fuori dalla legge, minacce di polizia e meeting di ripudio. Una nazione apocrifa che esiste solo dal lunedì al venerdì, per un’ora… nel nostro piccolo schermo.

Traduzione di Gordiano Lupi

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