Yoani Sanchez. Fino a dove arriva l’indiscrezione?

da La Stampa web

Come in molti altri luoghi, negli ultimi anni a Cuba sono diventate molto popolari le serie forensi e i documentari sul tema delle investigazioni criminali. Le ricostruzioni dei delitti e i programmi che vedono protagonisti i periti della polizia adesso affascinano molti spettatori. Nei punti vendita DVD, certe tematiche sono tra le più richieste dai compratori. Per questo motivo, nei cataloghi del mercato privato degli audiovisivi non possono mancare pacchetti con programmi come CSI, La Dottoressa G, Investigazione criminale, Casi FBI… e molti altri. Forse siamo diventati più morbosi, ma a mio parere la spiegazione è un’altra: la qualità di certi prodotti è molto migliorata negli ultimi dieci anni. Troviamo la parte scientifica unita al poliziesco, un pizzico di suspense e spiegazioni didattiche sul funzionamento del corpo umano. Inoltre certi filmati sono un sistema irresistibile per rilassarsi dopo la noia quotidiana. A parte lo scarso valore artistico, possiedono un’audience da fare invidia ad altri spazi televisivi troppo ideologici e privi di creatività.

Ma oggi non voglio riflettere sul patologo della fiction che vediamo scoprire l’assassinio, né sull’attore che impersona un detective moderno in un laboratorio impeccabile. No, certe cose fanno parte di un copione pensato per intrattenere, che può piacere o non piacere. Mi preoccupa, invece, un’altra cosa: la fuga di notizie costante, verso le reti alternative d’informazione, di materiale forense – reale e crudo – che si verifica sistematicamente dalle filiali del Ministero degli Interni di Cuba. Le foto delle autopsie, i video delle ricostruzioni dei delitti, le immagini scattate dalla polizia sul luogo del crimine, le dichiarazioni rilasciate dagli accusati davanti all’obiettivo di una telecamera. È raro il mese in cui non stiano circolando, tramite telefoni cellulari o memoria USB, parti di dossier criminali che dovrebbero essere custoditi con discrezione e in forma anonima. E non si tratta di fotografie scattate da un intruso che passava dal posto, né da un paparazzo, ma proprio di materiali contenuti negli archivi di polizia. Pensate se un giorno vi capitasse di perdere un parente in un evento tragico e – orrore! – l’autopsia fatta sul tavolo necroscopico diventasse un popolare snuff movie.

È curioso che il Ministerro degli Interni, così segreto quando si occupa di questioni politiche e di spionaggio, amministri gli archivi dei delitti comuni in maniera così poco zelante. Grazie a questa negligenza a volte veniamo a sapere cose che non potremmo conoscere, come la morte di decine di pazienti (http://www.desdecuba.com/generaciony/?p=2810) all’Ospedale Psichiatrico dell’Avana. Nella maggior parte dei casi, l’indiscrezione non implica una rivelazione, ma una profonda intrusione nella vita – o nella morte – di un individuo. Con il conseguente dolore aggiuntivo della sua famiglia, che deve vedere le viscere di un padre o di un fratello esposte sugli schermi di migliaia di computer di tutto il paese. Mi rattrista che qualcuno bussi alla mia porta per mostrarmi nello schermo del suo Nokia un corpo in una morgue, mi addolora capire che la foto è stata scattata proprio dalle persone che avrebbero dovuto vigilare sulla privacy delle vittime, anche dopo la morte. Mi allarma che questa sia una delle manifestazioni più recenti della prolungata violazione dell’intimità del cittadino che soffre la nostra società. Mi sembrava già deplorevole il componente del CDR (Comitato di Difesa della Rivoluzione) che denuncia i suoi vicini, il maestro che informa sulle idee politiche dei propri alunni e il medico che racconta in televisione la visita a un paziente. Adesso abbiamo anche la leggerezza del medico legale, ultimo ingranaggio dell’indiscrezione.

Questa non è una serie di fiction, né un altro episodio in cui Grissom cattura l’assassino dopo aver analizzato il contenuto dello stomaco di una larva. Questa è la realtà, il dolore effettivo dei parenti della vittima, il rispetto che ogni essere umano merita anche se ha smesso di respirare. La sua nudità, le sue ferite, il suo rigor mortis, il suo abbandono nella freddezza della morgue, sono cose che non devono essere profanate. Meno che mai da persone incaricate di vigilare che un momento così triste non si trasformi in una preda da esibire.

Traduzione di Gordiano Lupi