I nuovi dazi doganali, la fine prima dell’inizio di una possibile rivoluzione economica

di NUOVACUBA

Se Cuba è nota nel mondo per la sua Rivoluzione negata divenuta antidemocratica dal giorno stesso dell’ingresso di Castro nella capitale l’8 gennaio 1959, per il mancato rispetto da parte del regime dei più elementari diritti umani e di libera espressione, per il permesso negato da decenni all’ingresso nel paese di organizzazioni come Amnesty International… Cuba lo è meno per la sua incapacità cronica e storicizzata di fare del proprio sistema produttivo un sistema che possa produrre anche solo un dignitoso benessere per i propri cittadini.

Questa incapacità, che evidentemente non è strutturale nell’essenza stessa di un paese totalitario (si vedano i recenti successi della Cina), spingono continuamente Cuba alla ricerca di soluzioni che possano declinarsi nella mediazione tra il controllo dello stato dei processi produttivi ed un manipolabile (dallo stato stesso) possibile arricchimento dei cittadini.

In sostanza il governo cubano, conscio del fallimento planetario del socialismo economico tout court che lo sta spingendo al licenziamento di milioni di dipendenti pubblici, vorrebbe attivare dei processi di realizzazione di un mercato basato sulla piccola libera impresa, comunque controllato dallo stato stesso.

Ma una soluzione esiste, quella cinese è sotto gli occhi di tutti. Il socialismo capitalista.

Grandi aziende pubbliche per il controllo dei beni/servizi di natura strategica, significativo spazio alla libera impresa dei singoli cittadini, se pur tutto calato in un regime sostanzialmente autoritario. Il sistema sta funzionando. Ove lo stato si è dimostrato incapace i privati agiscono con razionalità economica sicuramente superiore.

A Cuba, dopo i piccoli spazi concessi dal Re Castro, legati alle mini imprese personali (barbieri, tassisti, piccoli negozi di compra-vendita, ed altre ridicole amenità del genere) ci si sta già fermando.

All’Avana ci si è resi conto che per vendere un bene quel bene bisogna o produrlo oppure naturalmente acquistarlo da chi lo produce, o da chi ulteriormente lo commercia. Data la struttura industriale di natura archeologica che è e sarà una delle più scomode eredità del castrismo ormai al suo tramonto, gran parte dei beni devono essere acquistati all’estero.

Va da sè che la nascita della piccola impresa, in genere a livello personale perchè la storia delle cooperative cubane è altra storia di incredibili fallimenti, si basa sull’acquisto di piccole quantità di beni che poi possono essere rivendute sul neo mercato così realizzato.

Insomma, si esce da Cuba che non produce nulla. Si va nei paesi vicini, si torna con valigie e pacchi pieni di prodotti.

Ecco. Da l’altro giorno il governo cubano, nel pieno della propria crisi di senilità, ha imposto dei dazi doganali che probabilmente significheranno la fine del possibile sviluppo di questo timido e primitivo mercato interno.

Vi è una tabella con il calcolo dei pesi e dei valori, dei dazi e dei prodotti. Riporto solo una singola voce che in qualche modo è il sunto della cecità del governo cubano.

Se il valore degli prodotti superal’importo pari a 500,99 pesos, i viaggiatori pagheranno per il 100 per cento del suo valore.

Se è compreso tra 501 e 1000 pesos, pagheranno il 200 per cento.

E’ chiaro che l’asservimento ed il controllo di un popolo povero, che non ha accesso a beni occidentali, a strumenti di comunicazione, è un processo più semplice rispetto a quello di una società economicamente più evoluta.

Il castrismo sta mangiando se stesso. Ed è un pasto indigesto.