Virgilio Piñera. Canto funebre per la morte del Principe Fuminaro Konoye

Nel 1946, Virgilio Piñera (1912 – 1979) scrive una lunga poesia, con il suo consueto stile che ricorda il teatro dell’assurdo, per rendere omaggio alle vittime della bomba atomica. Per la prima volta la proponiamo tradotta in italiano.

Canto funebre per la morte del Principe Fuminaro Konoye

Tan, tan, tin, ton, tun, tran, tren, trin, tron, trun.

Perché la rappresentazione cominci è necessario

che il Principe Fuminaro Konoye

si trasformi in:

un fiammifero,

un cavallo,

un sipario,

una sciabola,

un veleno,

un antenato.

Principe: è d’accordo? Ne conviene?

Il principe porta la sua mano sinistra al suo tallone destro,

mette la sua mano destra nella sua ultima vertebra cervicale,

gli occhi nelle piante dei suoi piedi,

dirige la sua lingua sulla cima dei suoi capelli radi,

affonda il pollice nel suo avambraccio marmoreo,

pone il collo nel suo ombelico,

e dice sì con un sibilo.

Fuii, fuii, fuii…

Si avvicina, avvolto, un nano nordamericano.

Principe: ha qualcosa da dichiarare?

Il principe, tracciando righe come una zebra, risponde:

Voi non potrete comprare la mia morte.

Subito dopo il principe torna alla sua precedente posizione,

e i giudici assumono la strana figura del principe.

La rappresentazione si interrompe per brevi istanti,

quei brevi istanti che loro richiedono per uscire

dalla magnifica unione che è il Principe Fuminaro Konoye.

La prima scena è quella del fiammifero.

Sarà un bel modo di dilettare il sangue d’un principe,

un fiammifero terribile per illuminare il suo volto

e per conversare nell’ora dello zolfo.

Il principe dice:

Ringrazio per questa preferenza in questa ora estrema.

Il fiammifero dice:

Sfreghiamoci, principe, perché venga la luce

Sfreghiamoci, principe, perché arrivino le tenebre,

lascia che mi rimarchi nelle sue reni con fiamma azzurrata,

mentre mangio riso verde innaffiato con orina,

lasciami, principe, futuro di tenebre, futuro di animale indifferente,

cancelleria addormentata, lasciami raschiare i suoi polmoni,

io posso introdurre una farfalla nel suo sangue,

posso estrarre un fosfoaminolipido dalla sua vescica,

lasciami, principe Fuminaro Konoye,

Fuminaro con un fiore nella mano,

con un impero nella bocca,

con un fuminaro nelle labbra,

con un konoye nella strada,

lasciami, gentilmente la supplico,

rimarcarmi nel suo sorriso asiatico.

Il principe risponde:

Io sono la cassa, io sono il piano,

io sono lo spazio quadrato,

io sono la quarta dimensione,

toccami, odorami, gustami:

sono tutto quel che può essere una cassa.

Imperiosamente gli dico: guardami, sono una cassa.

Nessuno potrà giudicarmi.

I miei giudici concluderanno:

Impossibile che il principe Fuminaro Konoye, Criminale di Guerra,

possa essere

giudicato sotto forma di una cassa.

Grandi risa, stentoree risa, risa a crepapelle, risa apocalittiche,

risa fosforiche, risa bollenti dicono:

Però il principe Fuminaro Konoye non si è presentato sotto

forma di una cassa,

il principe stesso è una cassa.

Cassa Fuminaro Konoye,

inchinati per essere rimarcato,

visibilmente di gigantesca statura, con grandi fiori nella

criniera del cavallo

e fiori minuti nell’elmo,

con quarta dimensione,

con grandi getti di zolfo per canali di alabastro,

e con tanta magnifica aridità che il Principe – Cassa

asciuga il pianto del suo popolo nell’ora suprema.

Lasciami rimarcarti, rimarca, rimarcatamente come il tuo leopardo dipinto,

lasciati rimarcare Cassa, lasciati Konoye nella strada

sotto una pioggia battente,

già in riga, con schioccanti bacche,

seguito da diecimila educatori,

della democrazia messo nelle sue maglie,

lasciami rimarcarti cassa del tuo sepolcro,

Oh, Fuminaro Konoye, con un fuminaro nella mano!

Ardono intanto in mille pavesi tutte le cartoline a colori del sacro Fujiyama,

Addio, Cassa infiammata,

che ti sia lieve la tua eterna passeggiata a cavallo.

Adesso si va a rappresentare tra il sipario alzato e la parte sporgente

del palcoscenico.

Un poco più tardi si rappresenterà sullo stesso sipario, e alla

fine sarà abbassato il sipario.

Dice il principe:

Vi do tutta la ragione,

vi concedo di affermare che sono principe,

e principe del Mikado,

che sono Fuminaro, che sono Konoye per i quattro lati,

che sono Criminale e Criminale di Guerra,

che attentai contro la Democrazia e contro lo stato di Ojajo,

che non ebbi il privilegio di soffrire la poliomelite,

che non pensai alla bomba atomica, che mai vidi lo stato del Kansas,

vi concedo, giudici, che sono tutto questo,

però vi devo dire:

Io sono un sipario.

Mormorii, tosse energica, sussurri e il vulcano Sorullo,

teste con abbondanti capelli si scontrano contro teste calve,

i giudici concludono:

Il principe Fuminaro Konoye non può essere giudicato sotto

forma di un sipario.

Grandi risa, stentoree risa, risa a crepapelle, risa apocalittiche,

risa fosforiche, risa bollenti dicono:

Però il principe Fuminaro Konoye Criminale di Guerra

non si presenta sotto forma di un sipario,

il principe stesso è un sipario,

un sipario che cade per essere alzato.

È proprio adesso,

adesso e non prima, non prima

quando il principe leggeva Wilde a Oxford,

in quei tempi in cui il principe si metteva le dita nel naso,

tempi in cui Konoye per strada non pensava neanche per sbaglio

di visitare lo stato del Kansas,

né il tema della bomba atomica meditava,

è adesso che il principe Sipario indica i suoi fagiani dipinti

in infiniti campi di riso che mai saranno fotografati.

È curioso, ma non impossibile, che lo stesso sia la scena che

termina la sua vita e la scena che la fa cominciare.

Questa cosa è un risultato prevedibile dell’infinita astuzia

di un popolo che non ha perso le sue mani.

È lì il magnifico risultato:

aprire e chiudere la scena con la scena

che articola e disarticola la sua vita,

che cade come un fagiano fiammeggiante

in mezzo all’incontrollabile movimento delle sue labbra.

Principe Sipario lasciati alzare,

Sipario – oceano disegnato in un chicco di riso,

lasciati sollevare senza religiosità,

come un cane giapponese che non conosce la dignità occidentale

né i sette peccati capitali.

Lasciati, nell’ora estrema, soffiare nei polmoni,

soffiare nella bocca, soffiare nell’ano.

Gonfiati, stordisciti, fai una sbuffata,

pompa di sapone, cadavere gonfiato,

botte di vino fermentato,

lasciati alzare più oltre del tetto del teatro.

Principe Sipario, esplodi,

lascia cadere le tue malinconie private sopra Nagasaki assurda e atomizzata.

Le sciabole, le sciabole!

Dove sono finiti gli utensilisti?

Che portino le sciabole per l’atto della sciabola,

che le portino al principe,

al Fuminaro Konoye e Sciabola.

No, non può avere riposo,

impossibile riposare nella scena giapponese

– quattrocento ore di rappresentazione simultanea -.

È questa la commedia della Sciabola,

rappresentata dal principe,

adesso trasformato in sciabola curva,

la sua testa è oro e rubini,

oro e rubini incastonati in ironici opali.

I giudici concludono:

Invieremo la sciabola come trofeo di guerra al Presidente nordamericano,

sia ben chiaro che diciamo la sciabola e non il principe Fuminaro

Konoye e Sciabola.

Il direttore di scena informa che la Sciabola è il principe, però

che il principe non è la sciabola.

Mormorii, mormorii, sussurri, tosse energica e il vulcano Sorullo,

teste con abbondanti capelli si scontrano contro teste calve.

Il principe Fuminaro Konoye Criminale di Guerra non può essere inviato

sotto forma di sciabola al Presidente nordamericano.

Grandi risa, stentoree risa, risa a crepapelle, risa apocalittiche,

risa bollenti dicono:

Il principe Fuminaro Konoye Criminale di Guerra

Non si presenta sotto forma di una sciabola,

il principe stesso è una sciabola.

Principe, voleva tagliare e si è tagliato.

Allora il principe Fuminaro Konoye e Sciabola

si muove furiosamente, si piega, si mette nel naso

la testa d’oro e rubini incastonati in ironici opali:

tenie, lombrichi, pseudopodi, flagelli, tunicati,

sciabole, sanguisughe, sciabolate dal suo naso escono,

escono taumaturghi, cagliostri, nostradamus,

rotaie di punta sopra Hiroshima cadono.

Lasciati tagliare, Konoye, lasciati accorciare, Fuminaro,

lasciati tagliare per non essere inviato,

lasciati tagliare le tue vene – sciabola,

i tuoi capelli – sciabola, la tua orina – sciabola,

Konoye nella strada nudo sotto la sciabola,

Konoye nel letto con i suoi lenzuoli disordinati,

Konoye passeggiando con la sua sciabola per le strade

di Nagasaki assurda e atomizzata.

Whisky and soda offrono gli uscieri ai giudici,

i portieri del teatro imperiale giapponese offrono il Niente.

Sta per cominciare l’ultimo Atto.

Il Generalissimo in Capo delle Forze di Mare, Terra e Aria

dell’occupato Impero del Sole Nascente, ordina:

Noi, in rappresentanza del Presidente nordamericano,

del presidente che spera di essere dalla poliomelite visitato

al fine di fondare un Ospedale Pro Poliomelitici più grande di quello fondato

dall’altro Presidente dalla Poliomelite visitato,

decretiamo:

Che il principe Fuminaro Konoye,

(del quale è stato detto insistentemente nei giorni attuali

che si è trasformato in una cassa, in un cavallo, in un sipario

e in una sciabola;

non solo, che non si è trasformato ma che lui stesso,

è di fatto una cassa, un cavallo, un sipario e

una spada, e pretende insolentemente mediante un tormento più

orribile che

quello del legno e della goccia d’acqua influenzare l’animo dei nostri

giudici

ripetendoli ad infinitum che il principe Fuminaro Konoye è una cassa, un

cavallo, un sipario e una sciabola) sia impiccato come Criminale di Guerra e

per aver osato passeggiare per le strade dell’assurda e atomizzata Nagasaki.

Ipso facto il teatro cade giù,

ma cade giù come i teatri giapponesi

che non cadono giù ma vanno verso l’alto;

molto diversamente dai teatri occidentali,

i giapponesi, fatti d’ebano e lacca,

non sollevano nubi di polvere,

non seppelliscono nessuno tra le loro macerie,

solo cadono dal basso verso l’alto

e riconosciamo che già questo è sufficiente.

Ipso facto i giudici concludono:

Però non è sufficiente per vincere una guerra…

Loro vincono la guerra e i giapponesi distruggono il loro teatro

lo distruggono alzandolo verso le nubi,

un’interpretazione molto asiatica della bomba atomica

osservata dall’occhio supremo dell’arte.

Proprio in questo momento della caduta verso l’alto,

il principe Fuminaro Konoye

si trova ermeticamente rinchiuso nella sua camera

leggendo attentamente il De Profundis di Oscar Wilde.

Non dobbiamo confonderci se il principe in questa ora suprema

sottolinea con lapis rosso certi passaggi,

non dobbiamo meravigliarci se Fuminaro nella strada,

se Konoye nella camera,

se il principe tra l’Essere e il Niente,

ricerca qualcosa di spettacolare dell’Occidente

con alcune sottolineature del De Profundis,

non dobbiamo meravigliarci se il principe esclama:

I have nothing to declare, except my death,

la mia morte nelle strade di Nagasaki assurda e atomizzata.

Sono tra l’Essere e il Niente,

sono tra il veleno e i miei antenati.

Non ho niente da dichiarare, eccetto la mia Morte.

Non ho niente da dichiarare nella strada,

con Konoye volatilizzato e Fuminaro atomizzato,

in questa camera che cade verso l’alto,

io, Fuminaro Konoye,

vago semplicemente senza disperazione nel Niente.

(1946)

da El oro de los diasL’oro dei giorni (1946)

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Edizioni Italiane

La carne di René – traduzione di Giancarlo De Pretis – Il Quadrante – Torino, 1988 – ISBN 8871800664 – reperibile in prestito alla Biblioteca di Scienze Letterarie e Filologiche di Torino