Alejandro Torreguitart Ruiz. Cuba particular

Alejandro Torreguitart Ruiz (L’Avana, 1979) è un giovane autore cubano che ha pubblicato tre libri in Italia. In patria scrive poesie e racconti fantastici per la rivista El Barrio, è poeta repentista, cantante rock per il gruppo Esperanza. Ha esordito in Italia con Machi di carta – confessioni di un omosessuale (Stampa Alternativa, 2003) che ha avuto un buon successo di critica e di pubblico. A gennaio 2004 ha pubblicato il romanzo breve La Marina del mio passato (Edizioni Nonsoloparole – Napoli) e a maggio 2005 il romanzo di ampio respiro Vita da jinetera (Edizioni Il Foglio – Piombino) sul mondo della prostituzione. Alcuni dei racconti contenuti nell’inedito Bozzetti avaneri sono stati pubblicati su rivista e in alcuni siti internet (si veda http://www.tellusfolio.it). Adesso esce questo Cuba particolar – Sesso all’Avana, che nella versione spagnola è intitolato La casa di Isa – notti di sesso all’Avana, storia di vita quotidiana nella Cuba del periodo speciale tra jineterismo e arte di arrangiarsi. Il romanzo è scritto in terza persona con uno stile piano e colloquiale, poco letterario e vicino alla lingua parlata, ma l’autore realizza efficaci momenti poetici quando pizzica le corde del rimpianto e del tradimento rivoluzionario. I fatti si svolgono nel 2003, periodo in cui viene scritto il romanzo, ma i problemi sono attuali, pure se invece dei dollari adesso i cubani maneggiano pesos convertibles.

Il romanzo si dipana tra avventure di sesso e disperazione, miseria e nobiltà, sogni e speranze tradite che vedono come scenario la casa particular gestita da Isa. Storie di vecchi cacciatori di sesso venuti dalla vecchia Europa che se la fanno con ragazzine in cerca di una via di fuga. Incontri che durano lo spazio di una notte o di una breve vacanza, menzogne che illudono e passioni che svaniscono in fretta. In una Cuba dove il sogno rivoluzionario è caduto a pezzi e il primo prosseneta è Fidel Castro, la casa di Isa è il regno delle illusioni erotiche, del sesso per turisti, delle avventure impossibili. Nonostante tutto, a volte, fa capolino anche l’amore.

Alejandro Torreguitart cerca di far conoscere il vero volto della sua terra e anche se molti non vorrebbero sentirselo raccontare non è possibile fuggire dalla realtà. La traduzione del romanzo, come dei precedenti lavori editi in Italia, è opera mia. Leggiamone alcune parti per comprendere stile e situazioni narrative.

Fine estate all’Avana tra gente che va e gente che viene. Non ci sono famiglie, non ci sono turisti da spiaggia. Ottobre è il mese dei cicloni e dei cacciatori di sesso. Tempeste di vento e avventure, soltanto questo è l’autunno all’Avana, il mese peggiore dell’anno. Cadono fronde di palme sotto i colpi del vento, va via la corrente per ore, si abbattono pali di luce e telefono, la gente corre per strade allagate da sconquassi di pioggia. Il paesaggio d’autunno all’Avana, come in un giallo del Conde di Padura Fuentes, è il paesaggio d’un porto cadente e del mare che tracima la vecchia balaustra del Malecón. E noi qui fermi ad attendere il peggio, giorno dopo giorno. Aspettiamo la burrasca che porti via il tetto d’una casa in Centro Avana, che faccia cadere una vecchia ceiba o una statua decrepita. Volano le bandiere nazionali davanti alle scuole e i busti di José Martí. Volano mentre Isa le osserva che si strappano sotto i colpi del vento. Anabel va a scuola, come ogni giorno, l’accompagna Paco e poi se ne torna lesto a  casa. Per uscire si esce poco. Non è stagione. Si sta tappati in casa ad attendere la fine della tormenta. Ottobre è il mese dei cicloni e dei ricordi, ci si chiude in casa e si racconta il passato, storie di vecchie storie senza tempo. A casa di Isa, in ottobre, c’è soltanto Mario che viene. Solo lui non ha paura dei cicloni e sfida pure le tempeste di vento. Quel che ha da fare non ha niente a che vedere con il mare, né con la scoperta dei luoghi della rivoluzione. Il padre chiude gli alberghi a fine settembre e Mario parte subito per Cuba a caccia di donne e avventure, che poi per lui sono la stessa cosa. Isa e Paco lo sanno e tengono libera la sua camera per l’intero mese.

La fine di ottobre e gli ultimi colpi di vento, le palme che si lasciano flettere dalla forza della natura sconvolta, i rami delle ceibas divelti, le banchine del vecchio porto in disarmo ancora più tristi. E Nueva Vedado avvolta nei rumori d’una giornata di pioggia, le strade allagate dalla bufera, la solita tempesta tropicale che sorprende e lascia esterrefatti in attesa di un nuovo squarcio di sole. Fa pure freddo quest’anno all’Avana e la notte ci vogliono persino pigiama e coperta. Mario torna a casa portandosi via i soliti ricordi di tristi avventure pagate in dollari, torna alla solita vita fatta di menzogne e solitudini. Mario fa lo scrittore, in Italia. Mario vive alle spalle del padre, soprattutto. Forse rivedrà Manuela. Forse no. Isa spera soltanto di non vederlo più, pure se i suoi soldi le servono, inutile negare. Isa spera che qualcosa cambi, prima o poi, pure se lo sa che le sue speranze sono illusioni e che l’unico cambiamento possibile è la fuga. Lei però non scapperebbe mai, è troppo vecchia e troppo legata alla sua terra anche soltanto per pensarlo. 

Gordiano Lupi

Seguono le prime pagine del romanzo

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Prologo

La vita di Isabel scorre per calle veintitrés, così crede lei almeno. Di sicuro da quando suo padre è approdato su quest’isola e ha deciso di metterci radici. Fuggiva da qualcosa, come tutti quelli che allora sbarcavano a Cuba. Da cosa però Isabel non lo ha mai saputo.

“Non me ne andrò mai da questo posto, bambina mia” le diceva “dove potrei trovare di meglio per la mia vecchiaia?”.

E lei se lo ricorda bene suo padre con il bicchiere di rum e il sigaro acceso al fresco della sera, e lo rimpiange.

Quando eri vivo tu, papà, erano altri tempi.

Ma il tempo passa e c’è poco da fare.

I motivi del padre non ci sono più, volano via con il vento d’una rivoluzione che scompare come un triste arcobaleno dopo un giorno di pioggia. Resta soltanto la sua casa e almeno quella a Isabel non gliela può levare nessuno. Una casa che fa da rifugio per notti inclementi, che conserva ricordi del passato.

Aveva ragione lui, neppure io la lascerei questa terra, pensa Isabel.

Amo ogni angolo sudicio di strada, i palazzi che cadono a pezzi, i tornados che si abbattono impietosi, il vento tropicale che fa impazzire nei giorni d’agosto. Amo il tempo che passa e non lo senti pesare, i silenzi del giorno, la musica della notte. Amo Cuba e i cubani con quel carattere sincero e sorridente. Amo la mia terra perché sono una di loro. Cubana hasta la muerte.

Però non è sempre così e Isabel lo sa. Più spesso la odia e la maledice quella terra. Vorrebbe fuggire. Vivere una vita normale, promettere un futuro a sua figlia, lavorare e pensare che serve, smettere una volta per tutte di tirare a campare.

La vita di Isabel scorre all’Avana, nonostante tutto. Anche se attende cambiamenti impossibili. Anche se ha smesso da tempo di credere. La sua vita è in calle veintitrés, Nueva Vedado, un quartiere elegante dove una volta vivevano i vecchi padroni. Possiede una bella villa che le ha lasciato suo padre, che tutti le invidiano perché la può affittare ai turisti. Isabel è padrona di una casa particolar. Non è da tutti a Cuba. È una nuova ricca, come dice la televisione, una privilegiata che vive maneggiando dollari. Ma lei non ha voluto questo privilegio, a lei andava meglio prima, quando ci credeva. Ha una laurea in giornalismo presa all’Università dell’Avana e tanti anni fa lavorava per Tele Rebelde, al servizio della rivoluzione. Ideava programmi, faceva interviste, conduceva inchieste, commentava le nuove idee. Era soddisfatta di quel che faceva. Dava il suo aiuto alla causa rivoluzionaria. Suo padre ci aveva creduto. Sua madre pure. Erano gli anni Settanta, quelli prima del muro. L’Unione Sovietica teneva Cuba per mano, lo zucchero era presente e futuro, non serviva altro. C’erano gli yankees di là dal mare, ma dopo Playa Giron se ne stavano buoni a leccarsi le ferite. Non erano loro a fare paura. Fidel infondeva coraggio con la sola presenza. Isabel si fidava di lui, sapeva che il Comandante non li avrebbe mai abbandonati. D’un tratto tutto è finito. Il periodo specialeha fatto cadere speranze e certezze. A Isabel è rimasta una casa particular in calle veintitrés.

E in quella casa succede di tutto, da un po’ di tempo.

Lei si rintana in una piccola stanza con la figlia e il marito e il resto lo lascia ai turisti, padroni di Cuba.

Ero giornalista e adesso gestisco un bordello, pensa.

Capitolo Primo

Il Portoghese

Il Portoghese viene all’Avana a fine anno, quando chiude la sua azienda per le feste di Natale. Capita anche in altri periodi, ma la fine d’anno a Cuba è diventata un rito. E all’Avana la sua casa è in calle veintitrés, da Isabel. Considera la villa coloniale immersa in un giardino di palme come casa propria. Si sente in famiglia. Paco, il marito di Isabel, lo va a prendere all’aeroporto con la vecchia Chevrolet rosso mattone e subito iniziano le solite confidenze.

“Come va, vecchio porco?” domanda il Portoghese e gli dà un colpetto sulla spalla.

“Scusami amico. Non mi è ancora arrivato il Ferrari. Per ora ancora Chevrolet. Però è solida. Ho appena cambiato le gomme”.

È un vecchio gioco quello che fanno. Ogni volta la solita storia del Ferrari che deve arrivare. Un modo per sorridere e rompere il ghiaccio. Il Portoghese si chiama Luis ma siccome viene soltanto lui dal Portogallo a casa di Isabel è il Portoghese, c’è poco da fare. Come sempre c’è anche Carlo, un frocio che Paco e Isabel hanno soprannominato el maricón. Lo sopportano poco ma pare molto amico del Portoghese. E il Portoghese paga bene, in dollari contanti, quindi c’è poco da fare i sofisticati. Paco sorride anche al frocio, pure se a lui i froci lo fanno andare in bestia, ma i dollari cambiano il nero in bianco, figurarsi le idee. Paco mette in moto e parte alla volta della casa.

“Cazzo se fa caldo” dice il Portoghese.

“A Lisbona è più freddo?” sorride Paco.

“Tre gradi sotto zero. Ci voleva una vacanza a Cuba”.

Chicas y playas, como siempre!”.

“Più chicas che playas” precisa il Portoghese.

Ridono di gusto. Dalla radio una musica di Willy Chirino ripete ossessiva Cuba que lindos son tus paysajes. Il motore scoppietta e l’auto affanna tra buche e strade sterrate d’una capitale in abbandono. Il frocio non dice una parola. L’argomento chicas non lo riguarda. Fuori dal finestrino passano ragazzi niente male e lui se li divora con gli occhi. Pensa che deve levarsi un po’ di voglie durante il soggiorno. L’aria calda del dicembre avanero gli porta alla memoria tanti ricordi. Lui sai che qui tutto è permesso e bastano pochi dollari per comprare anche i sogni.

Casa di Isabel calle veintitrés.

Non c’è il tempo di riposare che si parte per l’avventura della notte. Il Portoghese e il suo amico mangiano in fretta un piatto di congrís con del maiale, bevono cerveza Bucanero di quella forte. Isabel ha preparato poche cose. Banane fritte e un po’ di boniatoyuca in salsa. Tutto qui. Sa bene che non è per la cucina che vengono da lei i turisti che frequentano casa sua. Mai che venisse una famiglia. Lei almeno non se ne ricorda una.

“Vogliamo andare in casa particular perché così si sta a contatto con la gente. Si vede Cuba con gli occhi dei cubani” è la scusa che ripetono. Forse vogliono convincersi pure loro.

Isa lo sa perché vengono in una casa particular, magari poco pulita, scomoda e con i condizionatori rumorosi, lontana da spiagge e attrattive turistiche. Isa lo sa e si sente come una vecchia maitresse. Una matrona che deve tenere il bandolo a tutti, combinare appuntamenti e talvolta cercare ragazze.

Se almeno lo dicessero chiaro: “Veniamo qui per scopare tranquilli. Perché se portiamo una ragazzina di quindici anni non succede niente. Perché negli alberghi di Fidel non potremmo mai cambiare donna ogni notte e fare festa sino all’alba”.

“Portaci a fare un giro” dice il Portoghese a Paco dopo mangiato.

“Dove volete andare?” chiede lui.

“Ci fidiamo di te”.

Paco lo sa dove vogliono andare. Non occorre molta immaginazione. Fidel ha emanato leggi restrittive, ha chiuso discoteche e ha proibito i contatti con gli stranieri. Però Paco lo sa dove si può ancora fare qualcosa senza rischiare troppo. La vecchia Chevrolet rumoreggia nella notte in direzione della Villa Panamericana.

La discoteca della Villa non è niente di speciale. Una comune discoteca al piano terra di un grande albergo. Accanto c’è una piscina per turisti dove si esibiscono gruppi di musica tradizionale. Poco lontano las Playas del Este, una volta luogo di facili incontri, adesso campo di battaglia tra polizia e ragazzine che provano a rimorchiare. La discoteca però è tranquilla. Ci sono pochi controlli, sia dentro che fuori.

“Questo è un buon posto” dice Paco.

“Tu non entri?” chiede il Portoghese.

“No, preferisco dormire un poco”.

Paco ha messo il ribaltabile ai sedili della Chevrolet. Se lo è costruito da solo. È utile il ribaltabile quando si portano fuori i turisti con un taxi particular. Si può riposare mentre loro si danno da fare con le ragazze.

Paco è innamorato di Isa, almeno così pare. Per quanto può essere fedele un uomo cubano lui prova a esserlo. Almeno fino a quando dura l’amore.

Passa poco tempo, ma non abbastanza per riposare davvero e recuperare le forze. Paco viene svegliato di soprassalto dalla risata stridula di una ragazzina. Poi la voce del Portoghese.

“Portaci a casa, Paco” fa.

Missione compiuta.

Il Portoghese stringe tra le braccia un bel pezzo di mulatta che avrà poco meno di vent’anni, gambe lunghe scoperte da una minigonna rossa e seno piccolo, sorriso malizioso tra le grandi labbra.

El maricón è insieme a un ragazzino che pare il fratello della mulatta.  Lui è imbarazzato mentre il frocio lo tocca un po’ ovunque e gli accarezza il pene tra le pieghe dei pantaloni.

Paco accende il motore e la Chevrolet si mette in moto diretta a Nueva Vedado. La casa di Isa è pronta ad accogliere una notte d’amore, anche se la parola amore pare sprecata.