A Cuba niente glasnost e poca perestrojka

Da Limes.

Quando Gorbaciov pensò di riformare il sistema sovietico,la sua idea originale fu laperestrojka: letteralmente, una “ristrutturazione”, che rendesse la società più efficiente e permettesse soprattutto all’apparato militare-industriale di non essere surclassato dalla tecnologia occidentale. Perché in realtà, malgrado l’apparente paradosso, era venuta proprio da lobby collegate a servizi segreti e Forze armate una poderosa spinta verso il cambiamento. Ma Chernobyl sembrò dimostrare che la perestrojka era inutile, se la trasparenza del sistema era talmente scarsa che nemmeno i vertici riuscivano a capire cosa davvero era successo in quella centrale nucleare.

 

Dunque, Gorbaciov decise che la glasnost, appunto la “trasparenza”, era altrettanto importante della perestrojka economica. Il risultato fu quell’accelerazione della riforma politica rispetto a quella economica che portò alla disintegrazione dell’Unione Sovietica e alla successiva gravissima recessione che accompagnò il processo di transizione al post-comunismo. Un trauma da cui emerse il regime di Putin, come compromesso tra una forma pluralista cui non è più possibile rinunciare a una sostanza autoritaria che è stato però gran parte dell’elettorato russo a reclamare.

 

È stato un processo senza alternative? Oppure sarebbe stato possibile pilotare una transizione meno traumatica? Comunque, la Cina all’opposto dell’Urss scese con decisione la perestrojka senza glasnost. La Repubblica Popolare Cinese (Prc) ha avuto un successo tale che adesso la Cuba di Raúl Castro cerca di uscire dal suo capolinea imboccando la stessa strada: il modello cinese è stato consacrato dalla recente visita di Raúl a Pechino, oltre che in Vietnam. Ma proprio mentre il fautore della riforma cubana si recava in pellegrinaggio nei due paesi capofila del comunismo di mercato, almeno un paio di eventi inducevano a una riflessione sulla bontà del processo iniziato.

 

L’uno è l’improvvisa epidemia di colera: un allarme addirittura traumatico, se si pensa all’enfasi che i sostenitori del regime castrista hanno sempre posto sulla eccellenza del sistema sanitario dell’isola. In pratica, per la Rivoluzione cubana il mito fondante del “paese dove la mortalità infantile è la più bassa dell’America Latina e che esporta medici” è importante quanto per il fascismo il mito del “paese dove i treni arrivavano in orario”. Probabilmente quello cubano è maggiormente corrispondente al vero, anche se il Costa Rica, ad esempio, ha raggiunto indici sanitari altrettanto eccellenti senza aver avuto bisogno di imporre il partito unico o di mandare i dissidenti in galera.

 

L’importanza che la stampa mondiale sta dando alla questione non è la stessa, mamutatis mutandis per la Cuba di Raúl Castro l’allarme colera rischia davvero di diventare l’equivalente di quel che fu per l’Urss di Gorbaciov il disastro di Chernobyl, anche per preoccupazione che sta creando nei paesi vicini. Cioè, la dimostrazione del rischio cui può portare una perestrojka senza glasnost. Perfino le feste di Carnevale nelle città orientali di Bayamo e Manzanillo hanno dovuto essere sospese per prevenire la diffusione del contagio, anche se le fonti governative assicurano che la situazione è sotto controllo e che la misura è stata presa per evitare i movimenti di popolazione abituali in queste feste. Ma il colera a Manzanillo era iniziato a giugno, e solo il 3 luglio il governo ha informato che c’erano stati 53 casi e tre morti, dopo che da tempo fonti del dissenso o semplicemente indipendenti stavano avvertendo sul pericolo. Una settimana dopo fu riferito che i casi erano saliti a 158, e il 14 luglio è stato aggiunto che il focolaio di infezione era in diminuzione. Inoltre il viceministro Roberto González ha ricordato che Cuba ha “tutte le risorse umane pronte a lavorare: in tutta Cuba ci sono medici che hanno esperienza di migliaia di situazioni epidemiologiche nel mondo”. Ma l’ha detto in un’intervista all’agenzia spagnola Efe, dunque per i media occidentali.

Una laconicità in stridente contrasto con l’abbondanza di notizie che generalmente rimbalzano sulla stampa cubana su argomenti sanitari, quando questi servono a esaltare l’eccellenza della medicina nazionale. Eloquente è il fatto che le autorità sanitarie della provincia di Granma abbiano proibito l’uso di pozzi, distribuito un composto chimico per purificare l’acqua e dato disposizione di bollire la stessa acqua, cucinare bene gli alimenti e lavarsi le mani. Da ricordare che l’ultima epidemia di colera a Cuba c’era stata nel 1882, e che gli ultimi casi registrati risalivano agli ultimi tempi del regime di Batista. Il colmo è che dopo tanta insistenza sul ruolo dei medici cubani in Venezuela per sostenere il consenso del presidente Chávez, adesso è stato lo stesso Chávez a mandare medici militari per aiutare l’isola a affrontare l’emergenza.

 

In contemporanea al colera, a Cuba si sta diffondendo anche l’allarme su una possibile epidemia di dengue. Ed è di nuovo il dissenso ad aver informato sul fatto che gennaio sono stati registrati almeno cinque focolai di contagio, con almeno cinque decessi e un centinaio di casi. Denunciando come da stagionale il male si sia ormai fatto endemico, e come stia dilagando anche nelle prigioni dell’isola. Il governo non ha ancora dato informazioni ufficiali sulla stampa, ma ha inviato squadre a effettuare fumigazioni e ha iniziato ad affiggere manifesti di avvertimento. Sembra che sia il colera sia il dengue siano collegati a crescenti problemi di raccolta dell’immondizia e all’usura del sistema di approvvigionamento idrico per carenza di approvvigionamento.

 

L’assoluta e notoria allergia del regime cubano alla trasparenza è stata confermata dal caso di José Antonio Torres. Non un dissidente, ma un giornalista che si riconosce nelle posizioni del regime e che era corrispondente da Santiago de Cuba per il giornaleGranma, organo ufficiale del Partito comunista cubano. Appena due anni fa lo stesso Raúl gli aveva fatto un insolito elogio pubblico per aver scoperchiato lo scandalo di un progetto di opere pubbliche. Ma nel febbraio 2011 è stato arrestato, e a giugno nel corso del processo è stata chiesta la sua condanna a 15 anni di carcere con l’accusa di spionaggio. Il dissidente José Daniel Ferrer ha detto che ad aprile, in una stazione di polizia di Santiago, durante una delle sue frequenti detenzioni aveva conosciuto prigionieri da cui aveva saputo che Torres era detenuto nel carcere di Aguadores, appunto con l’accusa di spionaggio. Torres con loro aveva ribadito di essere innocente e di continuare a essere un fautore del regime; una riprova è che sua moglie ha rifiutato le offerte di aiuto dell’attivista per i diritti umani Elizardo Sánchez.

 

Fonti del dissenso sostengono che secondo l’accusa Torres avrebbe inviato una lettera all’Ufficio di Interessi degli Stati Uniti all’Avana per offrire i suoi servizi, ma che probabilmente le sue disgrazie sono una vendetta dei pezzi grossi da lui denunciati nel luglio del 2010. In particolare il vicepresidente Ramiro Valdés, supervisore per il progetto di costruzione di un acquedotto a Santiago cui Torres aveva dedicato un reportage di denuncia di “errori” e “cattivi lavori”, cui lo stesso Raúl aveva voluto aggiungere una postilla di suo pugno. “Considero che questo è lo spirito che deve caratterizzare la stampa del Partito nei suoi esami, essere trasparenti, critici e autocritici”. Però aveva anche lodato il “compagno Ramiro Valdés per il modo in cui ha svolto il suoi compiti di controllo”. Quattro mesi di nuovo Torres aveva scritto della realizzazione di un cavo in fibra ottica dal Venezuela che pure era stato supervisionato da Valdés, e che pure aveva portato a accuse di malversazione e inefficienza. Nel gennaio del 2011 Valdés era stato poi costretto a dare le dimissioni da ministro dell’Informazione e delle Comunicazioni. Da notare che i media cubani non hanno mai parlato delle successive vicende giudiziarie di Torres.

 

Un nuovo problema di trasparenza riguarda il caso di Oswaldo Payá, l’ingegnere sessantenne leader del Movimento cristiano di liberazione (Mcl), promotore del Progetto Varela e Premio Sakharov del parlamento europeo. Dissidente che il regime cubano non aveva mai osato arrestare, è morto in un incidente in auto mentre aveva a bordo un dirigente dei giovani popolari spagnolo e uno dei giovani democristiani svedesi, che sono rimasti feriti, mentre anche l’altro leader dell’Mcl Harold Cepero è morto. In modo insolito il sito web ufficiale Cubadebate ha non solo riferito il fatto, ma lo ha definito “deplorevole”. La figlia Rosa María ha però formulato gravi accuse: “pensiamo che non sia stato un normale incidente d’auto, ma che volessero far del male a mio padre e che abbiano finito per ucciderlo”. La testimonianza da lei riportata dice che c’era un’altra auto che stava cercando di farlo uscire di strada, andandogli addosso in continuazione. Anche la blogger dissidente Yoani Sánchez ha riferito su twitter che “secondo testimoni, l’auto in cui viaggiava Payá è stata urtata da un’altra ed è uscita di strada”. Altri esponenti del dissenso, compreso il presidente della Comisión cubana de derechos humanos y reconciliación nacional Elizardo Sánchez, sembrano invece accreditare la versione ufficiale, di un incidente fortuito. Altri ancora hanno già reclamato un’inchiesta internazionale.

 

Il modello cinese richiede che se non si vuole la glasnost bisogna portare avanti sul serio la perestrojka. Invece, a Cuba è imminente l’entrata in vigore di una nuova legge doganale che dal 3 settembre aumenta del 100% le imposte sull’ingresso di beni nel paese e ne contingenta la quantità. Non solo questo tipo di invii da parenti emigrati all’estero rappresentava per molti cubani un’importante fonte di arrotondamento di redditi che stanno tra i 15 e 20 euro pro capite; era anche una fondamentale fonte di risorse per la gran parte dei cuentapropistas, 400 mila lavoratori privati e 163 mila contadini che hanno ricevuto 1,4 milioni di ettari di terre in usufrutto. Sono i nuovi imprenditori autonomi che le riforme hanno un po’ formalizzato e un po’ creato, su cui Raúl conta per creare un nuovo ceto medio imprenditoriale alla cinese, e che però con l’attuale inefficiente sistema cubano continuano ad avere problemi gravissimi di approvvigionamento e accesso al credito. Il 20 dicembre 2011 Raúl Castro ha autorizzato le banche cubane, ancora tutte statali, a prestare a privati: una possibilità di cui nei primi sei mesi del 2012 hanno approfittato in 49.924, soprattutto per ristrutturare case e per l’acquisto di materiale da costruzione, per un ammontare che è stato finora di 347 milioni di pesos (=14,4 milioni di dollari). La media dei crediti è stata di 290 dollari a testa, in un paese dove il salario medio è sui 19 dollari al mese. Queste cifre vanno paragonate al miliardo di dollari all’anno che rappresenta il mercato parallelo basato sugli invii dall’estero, da quando nel 2009 l’amministrazione Obama ha deciso di allentare le restrizioni su viaggi e rimesse (da ultimo dall’11 luglio ha iniziato a viaggiare da Miami a Cuba addirittura la nave Ana Cecilia carica di aiuti umanitari, ristabilendo un contatto diretto tra Usa e isola per la prima volta dopo cinquant’anni).

 

Insomma, il programma del governo di far crescere al 40% il settore privato entro cinque anni secondo la maggior parte degli analisti si sta facendo sempre più irrealistico. D’altra parte, la decisione della Repsol di abbandonare le ricerche petrolifere off-shore rappresenta anche un grave colpo alle speranze del regime di trovare un po’ di sollievo grazie alla scoperta dei 20 miliardi di barili di greggio che venivano stimati. Gli esperti avvertono che forse il petrolio nel mare cubano c’è, ma per arrivarci ci vorrebbero tecnologie Usa incluse nell’embargo. La Repsol si era infatti affidata alla piattaforma Scarabeo 9, costruita dalla italiana Saipem in Cina con meno del 10% di componenti Usa. Ma si è rivelata insufficiente.

 

Maurizio Stefanini, giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il FoglioLiberoLiberalL’OccidentaleLimesLongitudeTheoremaRiskAgi Energia. Ha redatto il capitolo sull’Emisfero Occidentale in Nomos & Kaos Rapporto Nomisma 2010-2011 sulle prospettive economico-strategiche. Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina, e rievocazioni storiche.

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