Virgilio Piñera, cent’anni dopo…

Per ricordare centenario della nascita di Virgilio Piñera (1912 – 1979), pubblichiamo una sua poesia del 1944, tratta dalla collezione completa La isla en peso, edita da Tusquets (Barcellona), nel settembre del 2000, ma che fa parte della raccolta giovanile El oro de los dias.

Tutto inedito in Italia.


Ah, dall’hotel…

È una catena?
Verso sera comincia il tribunale
E le aggressioni del leone sono ogni volta più numerose.
È davvero una catena?
Il tunnel passa e torna a passare davanti al tribunale
con i suoi rumori avvolti in un tappeto giallo.
Una catena con i suoi anelli?
Oggi giudicheranno il leone.
Tu, la piega del braccio destro, guarda e prostrati
fino a quando il manicomio intero sia entrato nel tunnel.

Passava una ragazza dalla falsa giovinezza?
Passavano le spaventose vecchie del salone verde?
E tu, tribunale, agita la campanella, tribunale mio, agitala con furia
che finisce di scendere l’ascensore.
Vuole salire con me?
È che davvero ho tanto coraggio 
che desidererei accompagnare coloro che saliranno questa notte.
Ma non ci hanno ancora detto dove saremo giudicati,
sì, il leone sa dove saranno ascoltate le sue discolpe,
ma lui è sicuramente il re degli animali,
e io dico, noi, i residenti di questo hotel
con il suo tunnel che circoliamo senza la minima pietà.
È notevole, le voci non riescono a salire più in alto del primo piano,
e io so che c’è gente in attesa di certe chiamate…
Dicono che il leone sarà assolto.
Nel frattempo facciamo un giro per il quartiere.

Noti forse gli alberi o meglio la lingua del tunnel
che esce da quella finestra?
Non so se davvero sia una catena.
Subito annunciano con voce stentorea:
Assolto il leone! Tutti si commuovono.
Anima mia, sarà meglio che entri nel tunnel.
Con grande stupore del tribunale il leone finisce per suicidarsi. 


II

No, se io circolo, se faccio lievi inclinazioni a destra e a sinistra,
se mi apro la camicia e mostro il petto,
no, non è quella la vera causa,
è, piuttosto, la mia resistenza, il mio orrore magnifico a non essere giudicato
alle sei della sera.
In qualche modo sarò rimpiazzato,
scenderò tra grandi calori fino al piano terra.
Allora non potrai invitarmi perché l’interrogatorio sarà molto lungo.
Ci sono diversi casi,
e non so per quale motivo mi si voglia giudicare proprio
alle sei della sera.
Tutti sanno che io sono uno arrivato da poco. 
Neppure conosco il corridoio che porta alla cucina,
né le due pareti alte che si uniscono alle dodici del mattino
perché muoiano i ratti che infestano il cortile delle acque pluviali.
Sai, anima mia, che sono un semplice mortale,
che mi piace essere il timbro della grande città
e mi piace la banda musicale nel parco. 

Però sì, devo protestare,
parlerò con l’ometto dell’ascensore,
griderò.
Oh, che strano!
ogni volta che lancio un grido il tunnel impallidisce,
si mette una rosa funebre e dice:
Povero me!


III

Dall’hotel un dorato ginocchio comincia la genuflessione,
attraendo tutto quel che è gelido documento alle sei della sera,
tutto quanto può essere più tardi o prima ardente,
ma che in quel momento delle sei è la congelazione del sole.

Possiamo ancora affermare che sia una catena?
Vedo come il grande animale salta,
i suoi anelli si rifugiano nel seno delle dame,
vedo come le toghe del tribunale si muovono al ritmo dei suoi grugniti,
la sua lingua esige la saliva di tutti,
la sua lingua, molto degnamente, asperge qui e là.

Contro pareti gialle, contro epitaffi che non si vedono, striscia,
decifra i messaggi lasciati dalla polvere delle scarpe nei mosaici,
nessuno sfugge alla lucentezza della sua lingua,
nessuno resiste alla sua perfetta mobilità,
gli uni e gli altri si osservano con lo sguardo tipico degli attori in scena
per comunicarsi che tutti sono alla fine la gran lingua.
E io pure, sì, io mi muovo per il salone con velocità sorprendente,
sono la gran lingua, 
tutto quanto urta contro la mia porpora diventa porpora composta da 
ferree aste,
ma già non sono le sei della sera. Sono stato condannato. 

Qualcuno mi precede in questo salone che è come un piatto di sangue,
un piatto di sangue con una testa di bue che galleggia,
una testa di bue per alimentare la tua lingua, per placare la tua sete.
Che risa, la mia lingua sullo stesso boccone!
Il giro eterno e quegli uccelli che escono dalle sue papille,
quei grandi uccelli che si alzano in volo fino a perdersi nella coda del sole,
quei grandi uccelli sopra al silenzio.

(1944)

Traduzione di Gordiano Lupi