Carlos Alberto Montaner. Anatomia del tentativo di assassinare la mia reputazione

21 Agosto 2012
 

Non so se Anna Cherubini esista davvero o se sia lo pseudonimo di una comunista italiana che scrive sotto dettatura dei servizi segreti cubani. Non ha importanza. Quel che conta sono le cose che ha scritto. Serve da esempio per spiegare come funzionano le cosiddette “misure attive” contro l’opposizione democratica, messe in atto dal Dipartimento Ideologico del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, diretto dal colonnello Rolando Alfonso Borges, versione caraibica di Joseph Goebbels. 

Gordiano Lupi con Carlos Alberto Montaner

Lo scorso 17 agosto, sulle pagine di Tellus Folio, un importante webmagazineitaliano, in seguito alla presentazione italiana della traduzione del mio libro La moglie del colonnello, pubblicato da Anordest Edizioni, una persona che si firma Anna Cherubini mi chiede di rispondere a una sorta di questionario (Le domande da fare a Montaner).

In realtà non si tratta di una legittima intervista, se non di quello che gli avvocati chiamano, in italiano, un tentativo di assassinare la mia reputazione, in inglese character assassination. Nonostante tutto, risponderò al questionario in maniera molto ampia e, al tempo stesso, mi piacerebbe che la signora Cherubini, o chiunque si nasconda dietro quel nome, rispondesse, a sua volta, alle domande che desidero farle. 

Per comprendere che cosa sia questa misura messa in atto dai servizi segreti, molto utilizzata dall’Unione Sovietica e dai suoi paesi satelliti quando esisteva il comunismo in Europa (non bisogna dimenticare che il governo dei Castro, soprattutto il Ministero degli Interni, furono modellati dal KGB e dalla Stasi negli anni Sessanta), riporto una definizione scritta dal dottor Juan Antonio Blanco, professore e storico, analista del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba sino a dieci anni fa, che adesso vive esiliato e dirige un dipartimento di studi latinoamericani, nel sud della Florida. La sua definizione è pubblicata nella seconda edizione del libro El otro paredón:

 

ASSASSINIO DELLA REPUTAZIONE

 

L’assassinio della reputazione (character assassination) è un procedimento deliberato e sostenuto diretto a distruggere la credibilità e la reputazione di una persona, istituzione, gruppo sociale o nazione. I promotori dell’assassinio della reputazione per ottenere il loro scopo impiegano una combinazione di metodi – palesi e segreti – come la formulazione di accuse false, diffusione di voci e manipolazione di informazioni. L’assassinio della reputazione persegue la finalità di annullare la capacità di influenza della vittima, zittire la sua voce e ottenere che la società lo rifiuti. Trasformando la loro vittima in una non-persona la rendono vulnerabile ai loro abusi più gravi, come l’aggressione fisica, l’incarceramento, l’espropriazione di beni, l’esilio, l’assassinio e persino il genocidio del gruppo sociale cui appartiene. La propaganda nazista e antisemita, il conseguente Olocausto, sono l’esempio più estremo dei pericoli associati con le campagne statali di assassinio della reputazione. Quando un governo si avvale di questo metodo per giustificare aggressioni e abusi contro le sue vittime, siamo di fronte a un vero e proprio terrorismo statale. Tutti i massacri, crimini contro l’umanità e genocidi, sono preceduti da una campagna di questo tipo. Nel secolo XXI, con l’arrivo del Web2.0 e delle reti sociali virtuali, la diffusione di false notizie si realizza in modo ancora più rapido ed efficace. I pregiudizi sociali diffusi contro la vittima finiscono per radicarsi gradualmente nella memoria collettiva e le persone – specialmente le nuove generazioni – li accettano come storia vera o biografia reale. Con il passare del tempo, le false percezioni che furono deliberatamente fabbricate e diffuse da diversi mezzi di comunicazione, possono essere persino incorporaste ai sistemi educativi, e diventano parte della storia ufficiale che si accetta socialmente e risultano difficili da sovvertire.

Veniamo alle domande della signora Cherubini.

Riporto per intero il suo pezzo.

Sono passati pochi giorni da quando Gordiano Lupi ha moderato, lo scorso venerdì nell’incantevole cornice delle Isole Tremitila presentazione di un libro di Carlos Alberto Montaner. Non ho potuto assistere a questa interessante manifestazione, affido quindi a Tellusfolio le domande che avrei voluto porre al signor Montaner. Non perdo la speranza che tali domande siano state fatte all’interessato, in maniera incalzante, dal moderatore della serata. 

1) Ritiene accettabile eticamente per un giornalista, quale lei dice di essere, ricevere regolari pagamenti dal governo USA tramite la US Office of Cuba Broadcasting, per produrre notizie negative nei confronti di Cuba, come scoperto nel 2006? Questo scandalo ha portato al licenziamento di 3 giornalisti del Miami Herald (Pablo Alfonso, Olga Connor, Wilfredo Cancio Isla) e ha messo a nudo l’intreccio tra amministrazione USA e giornalisti del sud della Florida, tra i quali lo stesso Montaner destinatario di migliaia di dollari. 

El Nuevo Herald e The Miami Herald non mi hanno mai pagato per pubblicare notizie negative su Cuba. Sono due periodici seri e obiettivi. Io non faccio questo tipo di giornalismo settario, simile a quello del Granma, che è l’organo di un partito politico. I due quotidiani, in inglese e in spagnolo, come molti periodici del mondo, comprano i miei articoli settimanali. Radio Martí è, comeRadio Free Europe, un’emittente finanziata dalla società nordamericana per eludere la censura totalitaria dei Castro. Si tratta di una reliquia della guerra fredda, semplicemente perché il governo dei Castro è una reliquia della guerra fredda. Questa emittente, come tutti i media dove compaiono i miei scritti, mi ha fatto un regolare contratto per leggere settimanalmente i miei commenti critici. Sono libero di scrivere articoli su Cuba, Europa, altri argomenti di attualità, perché mi occupo di molte tematiche, e per certi articoli vengo retribuito con il minimo sindacale (cento dollari). Il motivo per cui mi offrirono questo spazio per riprodurre i miei articoli, e per cui io accettai la modesta retribuzione, fu perché Cuba, il mio paese, era l’unico dell’America Latina dove non comparivano miei articoli per colpa di una censura stalinista. È il solo modo che possiedo per far conoscere il mio punto di vista ai miei compatrioti. Non è vero neppure che i giornalisti del The Miami Herald che collaboravano con Radio Martí – come quelli che in Europa lavorano in altri media e sporadicamente collaborano con la BBC o con la spagnola Radio Exterior, entrambi pagati con fondi pubblici – furono espulsi dal periodico. Abbandonò il giornale solo il presidente del The Miami Herald, Jesús Díaz, come conseguenza dell’assurdoreportage pubblicato, e il giornalista autore dell’informazione, Oscar Corral, quest’ultimo a causa di un infamante reato di natura sessuale accaduto poco tempo dopo. Olga Connor continua a scrivere sul periodico con cadenza settimanale. Pablo Alfonso e Wilfredo Cancio furono riammessi quando si provò l’ingiustizia commessa nei loro confronti, e soltanto dopo decisero liberamente di andarsene. A me, molto cordialmente, mi chiamò Humberto Castelló, il direttore de El Nuevo Herald, per offrirmi le sue scuse. Non hanno mai smesso di pubblicare i miei articoli. Radio Martí è obbligata a mantenere alti standardinformativi come La Voz de América, organizzazione che controlla i suoi programmi. Da quei microfoni non è possibile mentire né diffamare, come fanno il Granma e le altre voci del regime. Per questo motivo, buona parte del popolo cubano ascolta Radio Martí con la stessa avidità con cui ai tempi della Cortina di Ferro i popoli soggiogati dal comunismo ascoltavano Radio Free Europe. 

2) Come giustifica i contatti avuti con il terrorista Juan Felipe de la Cruz nel luglio del 1973 a Madrid? Juan Felipe de la Cruz, già autore dell’attentato realizzato a Montreal nel 1972 contro il diplomatico cubano Sergio Perez Castillo, morì nell’hotel Avrain vicino Parigi vittima dell’ordigno che stava preparando per colpire l’ambasciata cubana, pochi giorni dopo aver incontrato in Spagna lo stesso Montaner che gli consegnò un’auto noleggiata a nome dello stesso Montaner come conferma Orlando Bosch nel suo libro Los años que he vivido. 

Io non ho assolutamente niente a che fare con questi fatti. Il dottor Orlando Bosch, nel suo libro scrive: «Acción Cubana ricevette dai suoi attivisti a Cuba informazioni confidenziali sulla visita di un alto funzionario castrista in Francia. Si pianificò un attentato. La missione fu affidata a Juan Felipe de la Cruz, che volò a Madrid e si trasferì a Parigi per mezzo di un’auto noleggiata che le venne procurata, senza sapere niente di quello che avrebbe dovuto fare, da Carlos Alberto Montaner». Cosa accadde in realtà? Qualcosa che succedeva molto frequentemente. Molti cubani di Miami, visto che avevo una certa popolarità tra gli esiliati, vivevo in Spagna e il mio telefono era pubblico, quando venivano a Madrid mi chiamavano per chiedere informazioni di ogni tipo (hotel, pensioni economiche, ristoranti, medici e persino collegi per i loro figli). Sono passati quasi 40 anni, ma credo di ricordare che qualcuno, presumibilmente il signor Felipe de la Cruz, facendo il nome di un giornalista mio amico, chiamò il mio ufficio di Madrid per chiedere il nome di un’agenzia che noleggiava auto a buon prezzo. Come al solito, lo aiutati e passai la telefonata alla mia segretaria, che gli dette i numeri di telefono di tre agenzie, come era solita fare. Per questo motivo, il dottor Bosch precisa che «Carlos Alberto Montaner procurò l’auto a noleggio, senza sapere il motivo per cui l’avremmo usata e senza sapere niente del piano». Non avevo la più pallida idea di che cosa volessero fare. Chiariamo bene una cosa: mi ripugna profondamente il terrorismo. Mi sembrava abominevole quando lo praticava il Movimento 26 luglio, l’organizzazione creata da Fidel Castro durante la lotta contro la dittatura di Batista (ci furono notti in cui fecero esplodere centinaia di bombe all’Avana), e continuai a odiare questo metodo di lotta quando l’opposizione, durante i primi tempi della dittatura comunista, composta quasi completamente da persone che provenivano dalla rivoluzione, fece ricorso a quel metodo di lotta. Va da sé che mi risulta ancora più ingiustificabile il terrorismo di Stato praticato dal governo dei Castro, quando addestra, aiuta e costruisce terroristi come il venezuelano Carlos Ilich Ramírez, El Chacal, formato a Cuba e catturato in Francia per aver commesso numerosi crimini, così come nel passato ha fatto con i tupamaros uruguayani, imontoneros argentini e i militanti dell’ETA spagnoli. Se è da condannare l’esistenza di organizzazioni terroriste, lo è ancora di più il fatto che esistano governi terroristi, come nel caso dei Castro, che proprio per questo motivo figurano nella lista nera compilata ogni anno dal Dipartimento di Stato nordamericano.

Visto che alla signora Anna Cherubini interessano i rapporti di Bosch con altre persone che praticano il terrorismo, non deve cercare me, ma Fidel Castro. Deve considerare l’affettuosa relazione che ci fu tra Bosch e Fidel Castro dalla fine degli anni Quaranta. Entrambi furono amici e militarono nell’Unione Insurrezionale Rivoluzionaria (UIR) diretta da Emilio Tro. Per questo motivo, Orlando Bosch, quando trionfò la rivoluzione nel 1959, divenne il coordinatore del Movimento 26 Luglio nella provincia di Las Villas e Fidel gli offrì l’incarico di Ministro della Salute, posto che non accettò perché era, realmente, anticomunista. Inoltre, visto che le interessano i fatti di sangue prodotti dalle risse politiche cubane, la signora Cherubini deve informarsi per raccontare ai lettori italiani perché nell’epoca in cui Fidel e Bosch erano amici e militavano nell’UIR, Castro cercò di uccidere lo studente Leonel Gómez (lo ferì alle spalle), il 12 dicembre del 1946. E perché assassinò il sergente della guardia universitaria Oscar Fernández Caral, il 4 luglio del 1948, se questi non ha mentito quando lo accusò di avergli sparato, poco prima di morire. Potrebbe anche chiarire, una volta per tutte, la responsabilità del giovane Fidel Castro nell’omicidio del leader studentesco Manolo Castro (non erano parenti), il 22 febbraio del 1948, da molti accusato di essere il mandante del crimine. Inoltre, visto che è italiana, o dice di esserlo, o si suppone che lo sia, se davvero è interessata al terrorismo e alla violenza rivoluzionaria, forse le interessa esplorare le relazioni tra l’apparato sovversivo cubano e le Brigate Rosse, e, soprattutto, il Gruppo di Azione Partigiana fondato da Giangiacomo Feltrinelli, un ricco comunista affascinato dalla figura di Fidel Castro, come mi disse il giornalista italiano Velerio Riva, che venne all’Avana nei primi tempi della rivoluzione, insieme a Feltrinelli.

 

3) Cosa risponde a chi afferma che lei era a conoscenza della preparazione dell’omicidio del rettore dell’Universidad Centroamericana, il gesuita Ignacio Ellacurrìa, avvenuta nel novembre del 1989 in Salvador? E come spiega il fatto che, giusto una settimana prima, nel corso di un programma di Mercedes Milà, minacciò Ignacio Ellacurrìa? Nel novembre del 2009 il quotidiano spagnolo El Mundo ha segnalato che secondo documenti desecretati dell’intelligence USA, sia la CIA che il CESID (servizio segreto spagnolo) erano a conoscenza che il sacerdote salvadoregno Ignacio Ellacurrìa e cinque suoi colleghi, sarebbero stati assassinati dagli squadroni della morte dell’esercito salvadoregno. 

Solamente la malafede e la volontà di diffamare potevano portare Cherubini – o meglio, i servizi segreti cubani – a ripetere un’infamia che ho già smentito con prove che sono alla portata di chiunque faccia una ricerca su YouTube e in alcuni siti Internet. La mia discussione con il gesuita Ignacio Ellacuría nel programma di Mercedes Milá avvenne cinque anni prima del mostruoso omicidio di questo e di altri sacerdoti e collaboratori. Fu una discussione intensa, ma rispettosa, come avviene tra due persone rispettabili. Va da sé che non ci fu nessuna minaccia da parte di nessuna delle parti in causa. Fu soltanto un vigoroso scambio di idee. È interessante analizzare come l’apparato diffamatorio del governo cubano costruisce la menzogna che adesso Anna Cherubini ripete. 1) Compare un’informazione su un quotidiano spagnolo dove si dice che i servizi di spionaggio di quel paese sapevano che avrebbero ucciso Ellacuría il 16 novembre del 1989. 2) Con grande cinismo mentono e affermano che una settimana prima dell’omicidio io avrei discusso con il sacerdote in televisione e lo avrei minacciato di morte. Il governo cubano nasconde che la discussione era avvenuta cinque anni prima, e che da parte mia non c’era mai stata alcuna minaccia. 3) Costruiscono l’affermazione canagliesca che, siccome io vivevo in Spagna, sapevo che i militari salvadoregni lo avrebbero ucciso e per questo lo avrei minacciato. L’apparato di diffamazione castrista non contava sul fatto che esiste una copia della discussione che si può vedere su YouTube o nel mio sitohttp://www.elblogdemontaner.com.

Nonostante tutto, il governo cubano continua a ripetere la menzogna, come adesso ha fatto Anna Cherubini.

 

4) Come definirebbe l’attività atta a bloccare gli investimenti stranieri a Cuba, che si realizza con visite agli uffici delle società straniere attive a Cuba da parte di esponenti della PDC (Plataforma democratica cubana) e da parte del signor Montaner stesso? E risponde al vero l’informazione che durante queste visite il tono diventi minaccioso, tanto che lei stesso, Montaner, fu cacciato dagli uffici di Tryp Hoteles? Risponde al vero che conseguentemente a questo stile intimidatorio Montaner e la PDC stilano la “Hall of Shame” ossia la lista nera delle compagnie straniere che operano a Cuba? 

Non sono mai stato in vita mia negli uffici del Tryp Hoteles, quindi è assolutamente falso che sarei stato espulso da quei luoghi (non so neppure dove si trovino). Al contrario, alcuni anni fa, alcuni dirigenti di quella impresa, in maniera molto cortese, mi invitarono a cena a Madrid per conoscere la mia opinione sugli investimenti di operatori alberghieri spagnoli o di altre nazionalità a Cuba. Dopo averli ascoltati per venti minuti mentre si lamentavano della realtà politica cubana, dissi loro, e adesso lo ripeto, che certi investimenti negli hotel potrebbero avere conseguenze penali, quando verrà ristabilita la democrazia a Cuba, per due motivi fondamentali. La prima: le molteplici violazioni delle norme stabilite dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIT), istituzione di cui fanno parte la Spagna e Cuba. Nell’isola caraibica, lo Stato, di comune accordo con il suo socio investitore straniero, confisca ai lavoratori il 95% del salario mediante un cambio di moneta truffaldino, e proibisce ogni diritto sindacale, cominciando da quello di sciopero. Questo è un vero e proprio delitto. La seconda ragione: la complicità tra amministrazione straniera degli hotel e le attività illegali di spionaggio alle quali vengono sottomessi molti ospiti. La catena Tryp, Meliá e il resto degli impresari alberghieri sono complici nel posizionamento delle telecamere e dei registratori, sanno bene che tra i loro impiegati ci sono poliziotti dedicati a queste attività. Persino applicando l’attuale legge cubana, certe attività sono illegali. Va tenuto conto che non si tratta di impresari che investono in paesi controllati da dittatori, ma di impresari che si associano alla dittatura per guadagnare denaro, senza badare ai diritti dei lavoratori e alla privacy delle persone che utilizzano i loro sevizi. Se a Madrid o a Roma un hotel nasconde microfoni o telecamere nelle stanze degli ospiti, i responsabili di quel delitto finiscono in galera e vengono severamente multati. Dissi agli albergatori del gruppo Tryp, con il tono cordiale che sono solito usare, e solo perché chiesero la mia opinione, che ritenevo una tale collaborazione profondamente immorale, e ricordai quel che accadde in Germania a imprese come Bayer, Krupp e Volkswagen per aver collaborato con la dittatura nazista. Prima dovettero chiedere pubbliche scuse per quella che adesso si chiamerebbe “irresponsabilità morale corporativa”, inoltre per diversi anni dovettero pagare multe salate per averv tenuto un comportamento eticamente riprovevole.

 

5) Ritiene giusto aver appoggiato, come da lei ammesso (…because we were arrested almost at the moment we started to help the peasant guerrillas in the Escambray mountains… in HavanaJournal, 16 agosto 2005), l’operato delle bande terroriste che terrorizzarono la Sierra dell’Escambray negli anni ’60 e che si resero protagoniste di efferati delitti come quelle del sedicenne alfabetizador Manuel Ascunce Domenech? 

Tutto va contestualizzato. Eravamo nel 1960, a Cuba. Era appena passato un anno dalla fuga di Batista e si era già formata una dittatura comunista. La rivoluzione, fatta per restaurare la libertà, era stata tradita da Fidel Castro. Tutti i periodici, mezzi di comunicazione, e scuole private furono confiscate dal governo nel corso dei primi 18 mesi. A sorpresa, Fidel consegnava la rivoluzione all’Unione Sovietica e ricalcava quella maniera sinistra di organizzare la società. La diversità, incluso l’omosessualità, si trasformerà in un crimine. Ogni critica verrà pagata con la galera. In quel momento a Cuba c’erano 19.000 prigionieri politici e le fucilazioni proseguivano senza sosta. Di fronte a questo tradimento, numerosi rivoluzionari che avevano lottato contro Batista, tornarono a prendere le armi contro la nuova dittatura. Nelle montagne dell’Escambray, nel centro dell’Isola, si produsse una vera e propria ribellione contadina diretta dal comandante Plinio Prieto, dal capitano Porfirio Remberto Ramírez, Presidente degli Studenti dell’Università di Santa Clara e dal comandante Evelio Duque. Tutti erano ufficiali dell’esercito rivoluzionario che sconfisse Batista. Volevano soltanto la democrazia. Avevano visto con orrore come era stato arrestato e condannato a 20 anni di galera il comandante Huber Matos, uno degli eroi della Sierra Maestra, per aver scritto una lettera privata a Fidel Castro, dove denunciava la svolta comunista cubana. L’ala democratica del primo governo rivoluzionario aveva due possibilità: andarsene dal paese o nascondersi per tornare a lottare. Il dottor Manuel Urrutia, primo presidente della rivoluzione, dovette trovare rifugio in un’ambasciata insieme a tutta la sua famiglia. Si sapeva che c’era poco tempo per evitare che la dittatura di stampo stalinista mettesse radici nel paese. Tutte le università si trasformarono in focolai di cospirazione contro la nuova tirannia. Fu in quel contesto che, a 17 anni, più di mezzo secolo fa, insieme a un gruppo di studenti, entrai a far parte della resistenza, come fecero francesi e italiani democratici contro nazisti e fascisti. Fu in quel contesto che decidemmo di aiutare la guerriglia contadina dell’Escambray, per evitare la tirannia che si stava impadronendo del paese e di riscattare la democrazia negata da Castro nonostante le precedenti promesse. Purtroppo io e altri tre amici (tra migliaia di studenti che cospiravano) fummo catturati e condannati a lunghe pene detentive. Uno dei miei compagni, Alfredo Carrión Obeso, fu assassinato dalle guardie carcerarie. Io riuscii a fuggire poco tempo dopo la cattura. Non dubito che qualche gruppo guerrigliero antitotalitario abbia commesso eccessi condannabili, le fucilazioni in massa dei detenuti furono atrocità commesse dal governo. Come mi raccontò un medico, ufficiale dell’esercito di Castro che dopo disertò in Spagna, uccidevano immediatamente i prigionieri, aprivano loro lo stomaco e gli intestini per vedere come si alimentavano. Nell’Escambray, effettivamente, avvennero crimini riprovevoli. Ma su cento, novantanove li commise la dittatura. Questa storia l’ho già raccontata in alcuni miei libri.

 

Queste sono domande che mi piacerebbe porre al signor Montaner. Detto ciò mi chiedo: comprereste un auto usata da questo signore? Un’auto non saprei, ma un libro proprio no! 

Questo finale della signora Cherubini serve a dimostrare, con le sue stesse parole, perché mente e diffama, perché cerca di assassinare la mia reputazione: il suo proposito – che è quello della polizia cubana – è cercare di impedire che si pubblichino e che si leggano i miei libri e le opere degli scrittori democratici che si oppongono alla dittatura. A questo si dedicano le dittature totalitarie: censurare, impedire che le persone si esprimano liberamente. In questo consiste l’assassinio della reputazione. Fortunatamente, è inutile. Arriva sempre il giorno in cui i popoli abbattono i muri.

 

Infine, visto che io ho risposto alle domande della signora Anna Cherubini – o di chi le ha formulate -, mi piacerebbe che per reciprocità mi rispondesse a queste domande. Sono molto semplici. 

1 – Perché a Cuba, dopo 53 anni di dittatura del partito unico, non si chiede ai cubani, come proponeva Oswaldo Payá, se vogliono andare avanti con quel sistema fallimentare, o se preferiscono una forma di Stato pluripartitica che ammetta diverse opinioni, come accade nelle 20 nazioni più prospere del pianeta e anche in tutta l’America Latina? 

2 – Perché i cubani non possono organizzarsi e riunirsi liberamente per difendere le idee e gli interessi che hanno in comune? Perché non possono creare sindacati che non dipendano dallo Stato-Padrone? Perché non possono scrivere e discutere liberamente le loro idee e proposte? 

3 – Perché i cubani non possono leggere i libri e i giornali che desiderano, ascoltare le emittenti radiofoniche internazionali che ritengono opportuno? Perché non possono avere antenne paraboliche per vedere le televisioni di altri paesi? Perché non possono accedere liberamente a Internet? Non sono bastati 53 anni di indottrinamento e di pensiero unico, inflitto a tre successive generazioni di cubani, per convincerli della bontà di un sistema che deve dedicarsi a nascondere la realtà esterna come meccanismo difesa? 

4 – Perché i cubani non possono entrare e uscire liberamente dall’Isola, senza dover chiedere un permesso? Sono schiavi? Sono minorenni? 

5 – Perché si nega ai cubani la possibilità di arricchirsi con il prodotto del loro lavoro, come invece possono fare gli stranieri? Perché i cubani talentuosi, capaci di creare ricchezza, se fossero lasciati liberi di farlo, non possono aspirare a vivere in maniera agiata, come vivono – per esempio – Raúl Castro o Ramiro Valdés?

 

Se Anna Cherubini non desidera o non può rispondere a queste domande, forse potrebbe farlo in maniera puntuale il colonnello Rolando Alfonso Borges. In fin dei conti, visto che è il Capo Ideologico del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, non può limitarsi al vile compito di tentare di assassinare la reputazione altrui. Tra le sue funzioni c’è anche quella di difendere la ormai distrutta reputazione rivoluzionaria. Adesso ha la possibilità di farlo

Carlos Alberto Montaner, 20 agosto 2012 – Traduzione di Gordiano Lupi

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