Pedro Juan Gutierrez. Centro Avana

Centro Avana

In un certo periodo ero circondato da tutte le signore in decadenza.
Abitavo all’ultimo piano del palazzo
e avevo una quarantina d’anni
e le signore in decadenza mi adoravano.
Salivo e scendevo le scale per massaggiare
il mio cuore inebetito e loro dicevano:
“Oh, com’è vigoroso! È uno sportivo!”.
Avevano avuto il loro momento di gloria dopo la guerra.
Negli anni cinquanta erano splendide amanti.
Lussuriose e soddisfatte.
Donne belle ed eleganti. Puttane di lusso.
Viaggiavano a Miami, in Messico, a Portorico. Certe
passavano il Natale a New York.
E adesso vivono nella decrepitezza,
con i mobili sfondati, i vestiti sporchi,
e fanno la fame.
A volte mostrano le loro piume scolorite,
i lunghi guanti ingialliti,
le boccette di profumo vuote,
le ciocche di capelli che cadono.
O i cani. Alcune per non rimanere sole hanno dei cani
e dormono con loro e c’è sempre puzza di merda di cane
quando aprono le porte al mio passaggio, per chiacchierare un istante
ripetendo: “Oh, com’è forte lei, che sale di corsa fino all’ottavo piano.
E che bei figli ha. Sono graziosissimi i suoi figli. Così educati!”.
E io sapevo da che mondo luccicante venivano.
Erano state le amanti di lusso degli americani. Le puttane d’alto bordo.
Non avevano mai voluto figli per non maltrattarsi il corpo.
Per non perdere la festa. Per non rischiare.
E adesso ciascuna sta chiusa nel suo appartamento.
Hanno paura dei negri. Questo quartiere è stato invaso anni fa
da negri e delinquenti e prostitute a buon mercato
che si vendono ai turisti.
E loro hanno paura e dicono: “Ah, questo era un buon quartiere.
In questo palazzo abitava solo gente fine”.
Adesso hanno paura, nella decadenza finale. Sole, denutrite,
senza la possibilità di lavarsi. Con le ossa malate.
Ma sono dure e non si lamentano.
Sorridono e conversano pacatamente.
Hanno un lungo allenamento da puttane care.
Devono sorridere e conversare allegramente. E dire di sì.
Quindi sorridere di nuovo.
A volte vanno in chiesa molto presto e pregano.
Poi le aiuto a salire su per la scala buia e lercia.
E mi dicono: “Che Dio la ricompensi. Io prego sempre per lei e per i suoi figli”.
Sono un tipo fortunato. Le puttane care in decadenza
pregano per me.
E dio le ascolta. Io so che gli dà retta.
Mi perdonano la mia superbia senza limiti.
Mi perdonano l’arroganza e la fretta.
Sanno che sto disegnando un bozzetto errante
della mia vita. Che corro disperatamente per le scale
e a malapena le saluto e le ascolto un minuto.
Loro sanno che mi causa tristezza vederle fare la fame
rovinate e ossute. Le povere vecchie.
Le povere puttane vecchie dirette verso la morte,
si svagano con me.
E questo gli basta.
Ammirano l’unico maschio vigoroso che passa davanti alle loro porte
molte volte al giorno.
E mi perdonano la compassione che provo per loro.
E pregano per me.