Alejandro Torreguitart Ruiz. Tempo di elezioni

Tempo di elezioni a Cuba. Che bello! Ho letto sul Granma che il Consiglio di Stato ha invitato la popolazione a partecipare alla nomina dei delegati municipali e provinciali, ma pure dei deputati nazionali. Troppo lusso. Cuba è democratica, dicono i comunisti di tutto il mondo. Lo dice anche mio padre, che da quando Raúl ha rispolverato la guayaberacome divisa d’ordinanza se ne va in giro tutti i giorni con quel camicione bianco. Inutile dirgli che c’ha la pancia e non gli sta bene. Ordine di Raúl. E lui esegue. Lo dice anche mia madre, che quando soffre di stomaco, manda giù infusi di moringa che non ti dico. Grande Fidel, come racconti tu le cazzate non le racconta nessuno. Ci mancherai. Davvero.

Allora, dicevamo che secondo il Granma, ma anche secondo la televisione nazionale (Tele Rebelde o Cubavision fa lo stesso) e pure secondo i miei vecchi, a Cuba ci sono le elezioni. Il popolo nomina i suoi rappresentanti. E lo fa ogni cinque anni, come un paese normale, anche se qui siamo a Cuba, l’ultima riserva comunista, il serraglio caraibico d’una specie in estinzione. Rinnoviamo ilPoder Popular (Parlamento, ndt) e il Consiglio di Stato. Basta avere 16 anni per votare e per essere eletti. Certo, non possono partecipare gli incapaci d’intendere e di volere, i carcerati, neppure le persone agli arresti domiciliari. Siamo tanti noi elettori cubani, partecipiamo in massa, felici e gioiosi di svolgere un esercizio democratico, iscritti nel registro del Ministro degli Interni come elettorato, volenti o nolenti. Ci iscrivono loro, così risparmiamo la fatica. E nelle ultime elezioni, secondo le statistiche del Granma, di solito attendibile come Pinocchio quando racconta le storie alla Fata Turchina, ma in questo caso bisogna crederci, avrebbero partecipato il 95,9% degli aventi diritto al voto, calcolati in 8 milioni e 562 mila elettori. Roba che la Bulgaria anni Settanta ci fa un baffo e la Romania del bel tempo andato ce la mangiamo a colazione.

Sono belle le nostre elezioni, tutto è già deciso, non c’è da pensare, basta dire sì e promuovere un elenco preconfezionato di candidati. Tutti del solito partito, è chiaro, a cosa servono gli altri? I dissidenti sono pagati dalla Cia, mica li vorrete mandare in Parlamento? E allora via con la farsa, ascoltiamo il velinarodi turno, il Randy Alonso dei miei stivali, quando dice che prima si eleggeranno i delegati municipali, proposti direttamente dai cittadini, ed è pure vero, solo che le proposte si fanno durante le riunioni dei CDR, tu provati a nominare uno che non sia della loro razza e vedrai cosa accade. Una volta eletti i delegati municipali si eleggeranno i Deputati Nazionali e i Delegati Provinciali, un migliaio di persone che se la passeranno bene, tutta gente pagata per fare la spia e per controllare i poveri cristi come noi che fatichiamo a mettere insieme il pranzo con la cena. Mio padre, che crede a queste elezioni e partecipa davvero, convinto che servano a qualcosa, lo sa bene che i candidati sono proposti dal sindacato, dai Comitati di Difesa della Rivoluzione, dalla Federazione delle Donne Cubane, dall’Associazione Nazionale Piccoli Agricoltori, dalla Federazione Studentesca Universitaria e dalla Federazione Studenti della Scuola Media. Manco a dirlo, tutte organizzazioni del Partito Comunista Cubano, anche se – per somma presa di culo – il Partito Comunista non partecipa alle elezioni. Come dire che gli Industriales non partecipano al campionato nazionale di baseball, ma ci iscrivono tutti i loro giocatori. Ma ci avete preso per scemi? Pensate che ci siamo bevuti il cervello? Io bevo rum della peggiore qualità, amico che leggi il telegiornale senza vergognarti, ma so distinguere il grano dalla crusca. E allora le cazzate raccontale a mio padre che ci crede e a mia madre che forse finge, non vuole grane, ma non a me che da tempo ho aperto gli occhi sulla merda che ci circonda.

Queste elezioni meriterebbero una rivolta stile Primavera Araba, ma qui non gliene importa una mazza a nessuno, basta che arrivino i soldi dai vermi di Miami o da qualche altro verme sparso per il mondo. Viviamo di elemosina, di quel che arriva dall’altro capo del canale, facciamo quel che ci dicono, da sempre, zitti come topi, lontani mille miglia dall’esempio di José Martí. Siamo cubani. Non diteci di lavorare troppo. È fatica. Non diteci di ribellarci. Siamo di indole mite. Piuttosto scappiamo e sogniamo di ritornare. Nonostante un governo di merda. Nonostante la dittatura. Basta trovare il modo per riempire la pancia e non occuparsi di politica, in fondo. Ci chiede così poco, il nostro amato regime. In fondo basta non pensare e va tutto bene. Teniamoci queste elezioni, allora, che tutti sanno già come andranno a finire, tra percentuali esorbitanti di elettori, candidati eletti secondo il volere del partito, Raúl Castro ancora Presidente del Consiglio di Stato, per diritto divino e per discendenza di sangue. Con buona pace delle elezioni. E allora questa volta lasciatemi in pace, signori del CDR che venite la mattina presto a scassarmi i coglioni perché vada a votare. Lasciatemi in pace e accontentatevi di mio padre e mia madre. Voglio far parte – una volta tanto – di quel 4,1% che non andrà a votare preferendo farsi un’allegra frittura di cazzi suoi. Alla faccia del Granma, di Randy Alonso e pure delle statistiche, guarda.

 

Alejandro Torreguitart Ruiz

L’Avana, 20 luglio 2012

Traduzione di Gordiano Lup